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martedì 11 marzo 2014

Juventus, ora parte l'assalto all'Europa League

 
Mancano undici giornate alla conclusione del campionato, ma i giochi per lo scudetto sembrano ormai fatti. Nel primo dei tre rendez-vous che la vedranno impegnata nell'arco di pochi giorni con la Fiorentina, Madama ha decisamente allungato il passo nei confronti della Roma. Che adesso, classifica alla mano, vede spuntare dallo specchietto retrovisore il Napoli.

In casa bianconera l'attenzione generale si sposta ora sull'Europa League, la coppa che la Vecchia Signora non vince dal lontano 1993, quando ancora si chiamava U.E.F.A. Quello era stato il secondo anno del Trapattoni-bis alla guida della Juventus, mentre nel 1994 a Torino si sarebbe insediato, per la sua prima volta, Marcello Lippi.

Trapattoni e Lippi sono stati gli allenatori dai quali Madama ha ricevuto in cambio sia gli scudetti in patria che la celebrità in campo europeo. Impresa che, ad esempio, non era riuscita a Fabio Capello nel corso del suo biennio torinese.

A questo punto spetta ad Antonio Conte provare a superare il tecnico friulano in questa speciale graduatoria all'interno dell'ultracentenaria storia bianconera. Se vincere tre tricolori consecutivi non sarebbe comunque un risultato così banale, riportare la Juventus a primeggiare anche in Europa darebbe indubbiamente più sostanza (e visibilità) all'eccellente lavoro svolto sino ad oggi.

D'altronde era stato proprio lui ad ammetterlo, alla vigilia del doppio confronto con il Trabzonspor: “Conquistare l'Europa League rappresenterebbe nel nostro secondo anno di partecipazione all'Europa qualcosa di straordinario. Per il percorso iniziato tre anni fa, nessuno poteva immaginare ciò che la squadra ha fatto e sta facendo. Quest'anno per la Champions League abbiamo delle colpe, ma ora c'è l'Europa League e vogliamo andare avanti".

Poi, però, dal sentimento era passato alla ragione, tirando fuori dal taschino la calcolatrice: “Ho fatto un calcolo: nei prossimi 52 giorni, esclusa la Nazionale, giochiamo 15 partite. Serve il contributo di tutti”.
Il distacco in classifica dalla Roma, maturato in queste ultime giornate della serie A, lo mette adesso nella miglior condizione per poter operare le scelte più opportune.

I sogni miei e di Antonio coincidono: cercheremo di realizzarli assieme”, aveva detto pochi giorni fa Andrea Agnelli. Con gli ottavi di Europa League alle porte ed un campionato a portata di mano, si può dire che è arrivato il momento di trasformarli in realtà. 

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venerdì 9 agosto 2013

Thuram, Cannavaro, Nesta e il calciomercato dei difensori


Nella storia del calciomercato italiano c'è stato un momento, in particolare, nel quale alcuni tra i migliori difensori del pianeta si sono trovati contemporaneamente al centro dell'attenzione generale. E' accaduto nel mese di agosto del 2002, undici anni or sono. I loro nomi? Thuram, Cannavaro e Nesta. Il primo si era già laureato campione del mondo con la nazionale francese nella competizione disputata oltralpe nel 1998; gli altri due, invece, avrebbero dovuto attendere ancora qualche tempo per aggiudicarsi il prestigioso trofeo nell'edizione tedesca del 2006. Fabio Cannavaro, oltretutto, in quello stesso periodo conquistò pure il Pallone d'Oro.

Fresco vincitore di uno scudetto con la Juventus dopo un'appassionante corsa all'ultimo punto con l'Inter, Lilian Thuram aveva deciso di rompere gli indugi e spazzare via le insistenti voci che lo avrebbero voluto lontano da Torino: "Sembrava che dovessi partire, da quel che si leggeva sui giornali. Si parlava di Manchester United, di Milan, di Real Madrid. Ma io non credo che ci sia qualcuno che possa affermare di avermi sentito dire che non sto bene alla Juventus. E non credo ci fosse da parlare, perché penso di aver sempre dato la mia disponibilità a giocare dove dice l'allenatore". 

L'allenatore cui faceva riferimento il francese era Marcello Lippi, anche lui futuro vincitore di un mondiale. Nel corso della stagione precedente il tecnico viareggino gli aveva chiesto di giocare sulla fascia destra anziché al centro della difesa, il suo habitat naturale. A Parma, ad esempio, stazionava in coppia fissa con Cannavaro proprio in quella posizione. A proposito del nazionale azzurro va ricordato come Thuram avesse accolto con piacere la notizia del suo trasferimento all'Inter, nonostante l'ex-compagno di squadra fosse entrato nel mirino dalla Juventus: "Sono felice per Fabio: so che voleva cambiare squadra e che alla fine la cosa si era fatta difficile. Penso che potrà dare il suo aiuto ad una squadra che cerca fortemente di vincere lo scudetto. Ovviamente mi auguro che il suo apporto non basti e che vinciamo ancora noi. Ma l'Inter l'ho vista molto bene a Bari (dove si era appena disputato il triangolare tra i bianconeri, i nerazzurri ed il Chelsea valevole per il trofeo "Birra Moretti", ndr), anche se si capiva che era più avanti nella preparazione".

Il 7 agosto 2002 Cannavaro era partito intorno alle ore 15.30 da Collecchio per raggiungere il ritiro del Parma di Cesare Prandelli a Sestola. Esattamente un'ora dopo ricevette una telefonata di Gaetano Fedele, il suo procuratore, che lo avvertì di aver raggiunto un accordo di massima con l'Inter. Dopo il roboante colpo di mercato messo a segno dal Milan con l'ingaggio del brasiliano Rivaldo era quindi arrivato il momento della fragorosa risposta da parte dei nerazzurri. Nei salotti importanti del calcio c'era chi sosteneva la tesi di un'asta scatenata dai rossoneri per accapparrarsi il calciatore di origine napoletana solo e unicamente con l'intento di far lievitare il prezzo del suo cartellino. Era comunque chiaro a tutti che Galliani avrebbe provato a concludere almeno un'operazione importante prima della chiusura di quella sessione estiva. L'ultimo tassello di una squadra che avrebbe dovuto scucire lo scudetto a Madama si chiamava Alessandro Nesta. Il difensore romano era più giovane di Cannavaro e veniva considerato dai rossoneri un ottimo investimento per il futuro.

Il cerchio alla fine si chiuse effettivamente in questo modo: Cannavaro si trasferì all'Inter (nonostante le azioni di disturbo, i nerazzurri lo acquisirono ad un prezzo pari alla metà di quanto i Tanzi chiesero a Franco Sensi l'estate precedente), mentre Nesta traslocò al Milan. E Thuram? Era effettivamente rimasto alla Juventus, convinto più che mai della sua decisione: "Al mille per mille? Ma no: al milledue per mille! Ricomincio con grande entusiasmo, perché giocare al calcio mi piace ancora, e tanto". 

Il francese emigrò qualche anno dopo in Spagna, dove indossò la maglia del Barcellona. Nel frattempo era stato raggiunto a Torino da Cannavaro, prima che il terremoto di Calciopoli contribuisse a sciogliere definitivamente quella grandissima coppia di difensori. Nesta, invece, restò in rossonero ancora per molto tempo.
Questa, però, è tutta un'altra storia.

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mercoledì 24 aprile 2013

Juve e Toro, le ricorrenze nei derby

 
Un derby è un derby, una partita particolare che spesso sfugge ai pronostici e fa crollare le certezze più assolute. Anche quello di Torino, ovviamente, non si sottrae a questa regola non scritta. Sfogliando l'album dei ricordi si possono trovare moltissime stracittadine disputate sotto la Mole che potrebbero riassumere benissimo quanto appena detto. Nella stagione 2001/02, ad esempio, Juventus e Torino diedero vita a due gare tiratissime, che terminarono entrambe in parità in mezzo ad un festival di gol. Nella sfida del girone di andata Madama, dopo aver concluso la prima frazione di gioco in vantaggio di tre reti, aveva subito un'incredibile rimonta nei successivi quarantacinque minuti. Le era capitata, a onor del vero, l'occasione per chiudere definitivamente la partita grazie ad un calcio di rigore affidato al cileno Salas. Il problema, però, fu che l'attaccante aveva spedito il pallone alle stelle.
 
Prima di quell’esecuzione il torinista Maspero si era diretto verso il dischetto. Marco Ferrante, ex punta del Torino, ha recentemente parlato di quanto accaduto in quei momenti nel corso di un'intervista rilasciata a "Sportmediaset": "Credo che se uno fa una buchetta davanti al punto in cui calcio, questa non influisca. Non era mica un solco di un metro… La verità è che Salas ha calciato quel penalty di collo pieno e col corpo all’indietro. In questo modo è logico che il tiro finisce alto, si insegna nelle scuole calcio". Ristabilita la (sua) verità sull'episodio in questione, Ferrante ha affrontato un tema ancor più delicato: "In quel 3-3 successe davvero di tutto. Il fatto che non giocassi dall’inizio ha imbarazzato anche i miei compagni. E' stata una storia parecchio strana. All’epoca il nostro presidente era Cimminelli. Voci di corridoio dicevano fosse juventino, quindi costrinse Camolese a lasciarmi fuori, altrimenti lo avrebbe esonerato. Anche il mister può confermare".
 
Con il suo ingresso in campo aveva poi fornito un contributo importante nel raddrizzare le sorti del Torino. Ferrante era risultato decisivo anche nella gara di ritorno, disputata il 24 febbraio 2002. Fu proprio lui a segnare la rete del momentaneo pareggio granata dopo l'iniziale vantaggio bianconero realizzato da Trezeguet. L'attaccante del Torino aveva esultato correndo sotto la curva Maratona imitando le corna del toro. Fin qui nulla di strano, se non fosse che anche lo juventino Maresca aveva fatto altrettanto verso la fine dell'incontro, dopo aver messo a segno il gol del definitivo 2-2 (il momentaneo sorpasso granata portava la firma del francese Cauet). Apriti cielo. Dalla pancia dello stadio "Delle Alpi" ancora Ferrante non era riuscito a trattenere la propria rabbia: "Nel calcio ci può stare tutto: calci, pugni, falli da espulsione, ma certe cose non vanno bene. Gliel'ho detto, ma lui scappava. L'esultanza uguale alla mia? Vorrà dire che vuole venire al Toro, alla Juve vedo che trova poco spazio... ".
 
Marcello Lippi prese le difese del suo giovane centrocampista: "Andatevi a rileggere le dichiarazioni dei giocatori del Torino fatte durante la settimana, a partire da quelle di Lucarelli sulla maglia della Juve. Il clima era stato surriscaldato prima ancora di scendere in campo". Il già citato Cimminelli, invece, aveva spostato l'attenzione generale sulla direzione arbitrale: "Hanno giocato in dodici, Zambrotta andava espulso per quel fallo da dietro, è stato un arbitraggio provocatorio".
 
Tra i compagni di squadra di Maresca c'era stato chi aveva cercato di smorzare la tensione, come Ciro Ferrara ("Enzo voleva fare l'esultanza della zebra, ma non sa come si fa"), e chi invece non aveva gradito il suo gesto. David Trezeguet era tra loro: "Io non l'avrei fatto, non è nel mio stile dopo un gol andare sotto la curva o davanti alla panchina altrui a festeggiare. Questo non vuol dire, però, che Maresca abbia agito in malafede. Bisognerebbe chiederlo a lui". Con quel pareggio la Juventus venne momentaneamente superata in classifica da Inter e Roma, nel corso di un campionato che avrebbe regalato emozioni sino all'ultima giornata svoltasi nell'ormai celebre data del 5 maggio 2002. Niente a che vedere con l'attuale edizione, dove - almeno per quanto concerne lo scudetto - si è arrivati al punto di provare ad indovinare il momento esatto in cui la Vecchia Signora potrà festeggiare la conquista del suo secondo tricolore consecutivo.
 
Il ballottaggio al momento riguarda due gare: quella prevista per la prossima domenica, vale a dire il derby di Torino, oppure quella successiva, quando Madama ospiterà il Palermo. Accadrà il 5 maggio. In un modo o nell'altro, per i bianconeri si tratta sempre e comunque di ricorrenze particolari...
 
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venerdì 15 marzo 2013

Il Bayern sulla strada della Juventus

Il sorteggio avvenuto a Nyon (Svizzera) ha stabilito che il prossimo avversario della Juventus nell’attuale edizione della Champions League sarà il Bayern Monaco di Jupp Heynckes. Se la fortuna aveva strizzato l’occhio a Madama in occasione degli ottavi di finale, riservandole i modesti scozzesi del Celtic, non si può dire altrettanto per quanto accaduto nel turno successivo.

Preso atto dell’accoppiamento, Antonio Conte non ha mostrato alcun segnale di paura: “Stiamo coltivando un sogno e vogliamo vivere fino alla fine questa esperienza. L'anno scorso abbiamo assistito alla Champions dal divano di casa nostra. Quest'anno siamo tornati a recitare un ruolo da protagonisti”.

Dopo aver estromesso dalla manifestazione il Chelsea detentore del titolo nella fase a gironi, la Vecchia Signora si troverà ora a dover fronteggiare l’altra finalista della scorsa edizione. L’ultimo appuntamento, come noto, era stato fissato proprio nella casa dei bavaresi (19 maggio 2012).

Del club tedesco si è parlato molto negli ultimi tempi, dato che lo scorso 16 gennaio fu ufficializzato l’accordo con Josep Guardiola come futuro tecnico della società. Heynckes, quindi, il 30 giugno lascerà il posto allo spagnolo, nella speranza di aggiungere qualche altro trofeo ad una bacheca che già oggi ne è stracolma. L’allenatore tedesco in passato ha giocato un brutto scherzo alla Juventus, soffiandole la Champions League alla guida del Real Madrid nella finalissima giocata ad Amsterdam il 20 maggio 1998.

Quella sera Antonio Conte, in maglia bianconera agli ordini di Marcello Lippi, era subentrato a Didier Deschamps (attuale c.t. della Francia) al 32’ della ripresa. Il Bayern Monaco ha completato da tempo lo stesso percorso che la Vecchia Signora ha intrapreso da poco: il bilancio del club è sano, non ha problemi di spesa sul mercato, sul campo è talmente competitivo da trovarsi spesso e volentieri nella condizione di poter vincere in ogni manifestazione alla quale partecipa.

Se il campionato è diventato una pura formalità (alle soglie della ventiseiesima giornata ha accumulato venti punti di vantaggio in classifica sul Borussia Dortmund), nella coppa nazionale si è qualificata per le semifinali, dove affronterà il Wolfsburg il prossimo 17 aprile.

In Europa il Bayern Monaco è arrivato ai quarti di finale dopo aver travolto l’Arsenal in trasferta per 3-1 ed aver successivamente rischiato, nella gara di ritorno, una clamorosa disfatta (0-2). Quest’anno la squadra di Heynckes aveva sempre vinto in casa (dieci partite su dieci). In quella sconfitta, capitata nel momento opportuno, ha mostrato una sua versione diversa da quella formazione schiacciasassi che si era guadagnata con pieno merito il titolo di favorita del torneo assieme al Barcellona.

L’ultima occasione nella quale i bavaresi hanno incontrato la Juventus risale all’8 dicembre 2009, quando vinsero per 4-1. Si giocava allo stadio “Olimpico” di Torino, lontano parente del vecchio (e caro) “Comunale” e tutt’altra cosa rispetto all’attuale “Juventus Stadium”.
Lì, il prossimo 10 aprile, si disputerà la gara di ritorno di un doppio confronto dall’esito tutt’altro che scontato.

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domenica 17 febbraio 2013

La Juventus e la mancanza di turnover


La Juventus che perde fa sempre notizia. A Roma contro i giallorossi, poi, non accadeva dal lontano 8 febbraio 2004. Anche quella sera Totti aveva segnato una rete a Buffon, salutando con il gesto delle quattro dita la Vecchia Signora prima che imboccasse la strada del ritorno verso Torino.

All'epoca dei fatti i bianconeri, campioni d'Italia in carica, stavano per concludere il secondo ciclo dell'era Lippi. Quando ancora si trovava nella pancia dello stadio “Olimpico” l'allenatore viareggino aveva mostrato il suo animo battagliero, nonostante denotasse ancora sul volto i segni della bruciante sconfitta: “Se qualcuno pensa che la Juve molli la corsa al campionato, se lo tolga dalla testa. Sul 2-0 per la Roma, quando siamo rimasti in dieci, è finita la partita. Ma fino a quel momento eravamo in corsa. Lo ripeto: salvo la nostra prestazione fino al gol del 2-0. La Juve non è fuori, è inutile che qualcuno speri. Il messaggio non è solo per i tifosi della Juve, ma anche per quelli del Milan e della Roma”.

Quel campionato, per la cronaca, aveva visto proprio Milan e Roma piazzarsi nelle prime due posizioni, mentre la Juventus si era collocata sul terzo e ultimo gradino del podio. A guidarla, l'anno successivo, ci sarebbe stato Fabio Capello, il tecnico romanista che il giorno precedente quella celebre gara, il 7 febbraio, aveva pronunciato queste parole: “Io alla Juve? No, non ci andrei mai e la mia è una scelta di vita”.
Che dopo pochi mesi cambiò. Ma questa è un'altra storia.

Totti, ancora Totti, a distanza di quasi nove anni infila un siluro sotto la traversa della porta difesa dall'amico Buffon e punisce una Vecchia Signora brutta e stanca. Quello del numero dieci giallorosso è un gol talmente bello che viene spontaneo il gesto di togliersi il cappello per complimentarsi con lui. Il suo non è stato uno dei classici “tiri della domenica” e non soltanto perché si è giocato di sabato sera: un fuoriclasse in grado di segnare duecentoventiquattro reti in serie A è in grado di tirare fuori dal proprio cilindro colpi simili. Punto. E chapeau.

Liberata dalle alchimie tattiche di Zeman la Roma ritrova una sua identità sul prato verde, grazie a quell'Aurelio Andreazzoli che – indipendentemente dal risultato che avrebbe ottenuto contro i bianconeri – aveva già vinto la sua personale partita prima ancora che Rocchi ne fischiasse l'inizio. I complimenti riservati a Conte e alla Juventus sia nei momenti precedenti l'incontro che in quelli successivi sono stati il miglior biglietto da visita per un match condito, come sempre, da tensioni eccessive. Conte ha ricambiato, se l'è presa con il calendario per poi rivelare un retroscena: “Ho parlato chiaramente con la squadra prima della partita, volevo che mi dicessero chi non se la sentiva. Mi sono aperto e nessuno si è tirato indietro. Per questo non mi imputo niente a livello di scelte”.

Sbagliato, a parere di chi scrive. Un conto è guardare dritto negli occhi i possibili rigoristi di una gara che si deciderà dagli undici metri, un altro è scegliere una formazione in base alle sensazioni vissute dai propri calciatori. Chi di loro avrebbe potuto farsi da parte di fronte all'opportunità di giocare un incontro simile? Discutendo in tema di specialisti dei calci di rigore, lo scorso aprile sempre Marcello Lippi aveva dichiarato: “A Roma con l’Ajax e con la Francia ai Mondiali tutti mi guardavano quasi implorandomi di farli tirare perché si era giocata una gran partita ed erano carichi. Nella finale con il Milan a Manchester si veniva da una brutta prestazione, consapevoli che avremmo dovuto vincere senza arrivare ai rigori. I ragazzi tenevano gli occhi bassi, si guardavano le scarpe”. Si parlava di tiri dagli undici metri, però, non di match ancora da disputare. Alla Juventus possono capitare scivoloni come quello di Roma, soprattutto considerando i miglioramenti mostrati da un anno e mezzo a questa parte.

Un'ultima considerazione. Il 16 settembre 2012, allo stadio “Luigi Ferraris”, Madama si era presentata contro il Genoa con una formazione largamente rimaneggiata. Sotto di una rete, entrarono sul terreno di gioco Vucinic, Asamoah e Lichtsteiner. La Juventus vinse poi la gara per 3-1. Tre giorni dopo avrebbe esordito in Champions League contro il Chelsea.
A Genova, quel giorno, Conte aveva applicato intelligentemente il turnover tra i giocatori a sua disposizione.

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venerdì 1 febbraio 2013

La Juve torna al punto di partenza

 
Nella scorsa stagione il mantra ripetuto sino alla nausea da Antonio Conte recitava, più o meno, queste parole: "Ricordiamoci da dove siamo partiti". Già, ma da dov'era partita la Juventus? Il suo viaggio era ripreso dopo il terremoto calcistico provocato dagli eventi di Calciopoli, ed era diventato ancor più complicato a causa delle scelte operate dal club nel periodo immediatamente successivo l'estate del 2006. Molte delle quali, col trascorrere del tempo, si sono rivelate sbagliate.
 
Poi è arrivata la svolta positiva, coincisa con l'insediamento a Torino del tecnico leccese e di alcuni giocatori che hanno contribuito alla sua rinascita. Conquistato lo scudetto al primo tentativo, il mondo juventino aveva coltivato per qualche giorno la speranza di aggiungere in bacheca anche una Coppa Italia. Oltre agli effetti pratici, l'impresa avrebbe provocato non pochi sussulti al cuore dei sostenitori di Madama: in caso di successo nella finalissima contro il Napoli - infatti - la Juventus avrebbe ripetuto l'impresa già compiuta nella stagione 1994/95, all'epoca in cui Marcello Lippi era stato ingaggiato dalla Triade.
 
Svanito questo sogno, una volta conquistata la Supercoppa Italiana è iniziato l'attuale campionato, con il pronostico degli esperti del settore che aveva il sapore di un verdetto: Juventus favorita, così tanto da non trovare una vera e propria rivale nella corsa al titolo. A questo punto bisognava soltanto capire sino a dove si sarebbe potuta spingere in Europa, fermo restando che sembrava scontata la sua partecipazione ad un'altra finale di Coppa Italia.
 
La realtà dei fatti, invece, le ha presentato uno scenario ben diverso: raggiunti brillantemente gli ottavi di finale della Champions League, il mese di gennaio del 2013 ha poi riservato a Madama alcune brutte sorprese. Tra queste c'è stata la precoce eliminazione dalla coppa nazionale ad opera della Lazio. Poteva succedere, ed è successo. Non si tratta certamente del primo episodio: negli ultimi diciannove anni, proprio partendo dal 1995 ad oggi, la Juventus ha vinto soltanto una volta la Coppa Italia, raggiungendo la finalissima in altre tre edizioni. Non stiamo parlando di un bilancio di cui andare fieri, ma serve a capire come la mancata qualificazione all'appuntamento decisivo del prossimo maggio (contro Roma o Inter) non deve essere vissuto dai bianconeri come un dramma.
 
Resta da capire se la Vecchia Signora, ripresa confidenza con l'abitudine alla vittoria, riuscirà a scrollarsi subito di dosso la delusione per una sconfitta che poteva essere tranquillamente evitata. Oltre a valutazioni arbitrali quantomeno discutibili, pesano gli errori di ingenuità compiuti in difesa e le occasioni mancate da Giovinco e Marchisio per segnare un'altra rete negli ultimi spiccioli di gara. Proprio i due giovani, prodotti del vivaio juventino, erano stati gli eroi del derby giocato contro i granata lo scorso 1° dicembre. Trascorsi quasi due mesi da quel momento, ora sono stati additati tra i principali responsabili della disfatta di Roma.
 
La bellezza del calcio risiede anche, e soprattutto, nella sua imprevedibilità. Uno degli esempi più calzanti, in questo senso, è rappresentato dalla finale di Champions League disputata il 26 maggio 1999 a Barcellona tra Manchester United e Bayern Monaco. In quella partita gli inglesi si resero protagonisti di un'eccezionale rimonta: sotto di una rete (Basler), ne segnarono due a tempo ormai scaduto (Sheringham al 91' e Solskjaer al 94'), portandosi a casa il prestigioso trofeo. Il calo di concentrazione di una squadra aveva agevolato la vittoria dell'altra.
 
Tornando alla Juventus, l'eliminazione nella Coppa Italia è scaturita da una serie di errori, tra i quali vi è stata la noncuranza di alcuni particolari importantissimi nei momenti fondamentali del match. Si tratta di disattenzioni che possono costare caro in termini di risultati. Nel mese di gennaio appena concluso non era la prima volta che accadeva. A Conte spetta il compito di porvi rimedio, magari ripartendo dal mantra usato lo scorso anno: "Ricordiamoci da dove siamo partiti".
Qualcuno deve averlo dimenticato.
 
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martedì 10 luglio 2012

Deschamps, un "capitano" vincente per la Francia


"Diventare ct della nazionale di calcio francese, era scritto nel più profondo del mio cuore''. E ancora: "Se non riuscirò a portare la Francia ai Mondiali, lascerò il mio posto". Parole e musica di Didier Deschamps, "Didì" per quei tifosi juventini che lo hanno potuto ammirare nel quinquennio della sua permanenza sotto la Mole dal 1994 al 1999.

All'epoca dell'approdo a Torino era un campione già affermato, ma ancora affamato di vittorie. Proveniva dall'Olympique Marsiglia, dove aveva alzato la Champions League battendo il Milan di Fabio Capello, uno squadrone che in Italia dettava legge da anni. A prima vista, data la corporatura minuta, faceva tenerezza; in campo (e negli spogliatoi), invece, mostrava la sua vera natura: quella di un "piccolo gigante".

All'interno del rettangolo di gioco si piazzava davanti alla difesa, per smaltire il traffico e dirigere le operazioni. La migliore descrizione delle sue caratteristiche l'aveva fornita proprio lui all'alba dell'esperienza bianconera come calciatore: "Non mi piace barare. Allora: non sono un fuoriclasse e neppure il giocatore che fa la differenza. Ma a centrocampo garantisco quantità e qualità. Uno di quelli di cui in genere si dice che non si fa notare, ma se c'è si sente".

Fece incetta di trofei, conquistando il mondo, oltre l'Europa, con la maglia juventina addosso. Marcello Lippi lo vedeva come un allenatore in campo. Assieme a Gianluca Vialli (il leader riconosciuto del primo gruppo a disposizione del tecnico viareggino) lo coccolarono ai tempi in cui - infortunato - era stato acquistato da Madama ma ancora non era riuscito a dimostrare il suo valore. A dimostrazione di un carattere che certo non gli manca aveva poi discusso animatamente tanto con il primo ("È vero, io e l'allenatore abbiamo litigato, ma non ci siamo presi a botte. Solo che non doveva mettermi in panchina senza dirmelo: l'ho saputo da altri, così non si fa") quanto con il secondo ("Ho sbagliato a scegliere il Chelsea: il calcio inglese non fa per me. E, poi, Gianluca è cambiato: non è più l' uomo che conoscevo"). Dopo Francia, Italia e Inghilterra aveva chiuso col calcio giocato in Spagna, al Valencia.

Come allenatore ha percorso la stessa strada intrapresa da calciatore: quella della vittoria. Conclusa l'esperienza al Monaco (dove aveva compiuto un mezzo miracolo sfiorando la Champions League nel 2004, perdendola nella finalissima contro il Porto di José Mourinho) ha guidato la Juventus al ritorno in serie A dopo il terremoto di Calciopoli. L'aveva lasciata (con tanto di rimpianti) per divergenze con l'allora gruppo dirigenziale capitanato da Jean Claude Blanc quando mancavano due giornate al termine del campionato cadetto, per poi fare ritorno a Marsiglia. Lì, tanto per cambiare, ha conquistato sei trofei in tre stagioni.

Adesso l'aspetta l'avventura alla guida della nazionale del suo paese, proprio lui che aveva alzato - da capitano - la coppa del Mondo il 12 luglio 1998, a Parigi. Due anni dopo, per la cronaca e la storia, era arrivato il turno dell'Europeo. Faceva parte di un gruppo di giocatori straordinari, dove tra gli elementi di spicco figurava il compagno di squadra - anche in bianconero - Zinedine Zidane.

Con la maglia dei Bleus ha accumulato 103 presenze, la prima delle quali avvenne grazie alla convocazione di Michel Platini, altra leggenda del calcio francese. Dopo l'ultima apparizione non riservò parole al miele per l'attuale presidente dell'UEFA: "Non capisco come mai Platini continui a sostenere che non sono un grande calciatore. Affari suoi, comunque".

All'inizio della carriera da allenatore gli erano sfuggiti, in un colpo solo, tanto il Chelsea di Abramovich quanto la Juventus del dopo Lippi (bis), così come era capitato con la stessa Francia, negli istanti in cui la sua Federazione era dubbiosa se rinnovare o meno il mandato a Raymond Domenech (2008). Il 15 agosto, in occasione dell'amichevole programmata contro l'Uruguay, potrà cominciare quel cammino che ha sempre desiderato.

Le prime parole da lui pronunciate, oltre a quelle citate in precedenza, sono state: "I giocatori non hanno più diritto all'errore".
Ripensando alla sua carriera, è facile immaginare che non stia scherzando.

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sabato 3 marzo 2012

Marcelo Bielsa, un "Loco" meglio del "Mago di Oz"

Quando la scorsa estate il suo nome fu accostato alla panchina dell’Inter, il gioco di parole venne naturale: un “pazzo” per una “pazza”. Ebbene sì, perché Marcelo Bielsa, argentino di Rosario che da una vita si porta dietro il soprannome di “loco” (“pazzo”, appunto, in lingua spagnola), sembrava l’uomo giusto per rilanciare il club nerazzurro prossimo ad essere abbandonato dal brasiliano Leonardo.

Riavvolgiamo il nastro: il 14 giugno 2011 rimbalza in Italia la notizia di una telefonata di Massimo Moratti all’ex commissario tecnico del Cile per sondare la sua disponibilità a guidare la squadra milanese. Si tratta di un fulmine a ciel sereno, che trova una spiegazione il giorno immediatamente successivo: Leonardo Nascimento de Araújo, dopo essere passato da una sponda del Naviglio (Milan) all’altra (Inter), è in trattativa per tornare al Paris Saint Germain nel ruolo (a lui più congeniale) di dirigente.

Trascorse altre settantadue ore, la storia di un possibile approdo di Bielsa sotto la Madonnina trova il suo epilogo in una dichiarazione dello stesso Moratti: “Un gran signore. All’inizio era entusiasta di venire all’Inter. Poi sono sopraggiunti problemi anche familiari, e ha dovuto declinare. Era veramente dispiaciuto e mi ha fatto avere una lettera in cui spiegava i motivi del suo no”. Da Lezama (Spagna) il successivo 13 luglio Bielsa chiude il cerchio: “Ho rifiutato la proposta dell’Inter perché avevo già dato la parola all'Athletic Bilbao. Niente di più. Nessun paragone tra le due squadre. Quando dissi di sì all’Athletic sapevo che sarebbero potute arrivare altre offerte, e così è stato”.

Josep Guardiola, mister del Barcellona “vincitutto”, in merito ad un suo possibile addio al club catalano lo ha recentemente citato come uno dei possibili sostituti su quella panchina: “Non ho nessun dubbio che Bielsa avrebbe le capacità per allenare il Barcellona”. Nel frattempo ritroverà quello che considera uno dei suoi ispiratori tattici nella prossima finale di Coppa del Re che verrà disputata il 25 maggio.
Uomo tutto d’un pezzo, Bielsa abbraccia un calcio offensivo basato sull’ormai celebre 3-3-1-3. Vive di pallone ventiquattro ore su ventiquattro, ha smesso di giocare a soli venticinque anni per poi guidare i ragazzi del Newell’s Old Boys. Da lì ha iniziato ad intraprendere una carriera che lo ha portato anche in Messico (Atlas e América) e in Spagna (Espanyol), salvo poi ritornare in Argentina, dove ha diretto la nazionale del suo paese nei mondiali del 2002 tenutosi in Giappone e nella Corea del Sud.
Fallita quella spedizione si è preso una parziale rivincita arrivando in finale nella Coppa America del 2004, dopodiché ha trionfato, nello stesso anno, con la selezione Olimpica ad Atene. Dimessosi improvvisamente dall’incarico si è trasferito in Cile, dove è riuscito a condurre La Roja sino agli ottavi di finale del mondiale sudafricano del 2010, persi per mano del Brasile. Diventato un idolo assoluto, ha abbandonato anche quella panchina nel febbraio del 2011.

Amato da molti dei propri giocatori, le sue conferenze stampa non sono certo memorabili, mentre i racconti su alcuni suoi comportamenti si dividono tra stranezze e leggende. Da allenatore delle giovanili del Newell’s Old Boys (a proposito: gli hanno intitolato pure lo stadio di Rosario) visto che il campo di allenamento era sprovvisto di tribune era solito arrampicarsi su un albero posizionato all’altezza del centrocampo con penna e fogli per vedere meglio la disposizione dei suoi calciatori sul rettangolo verde. Quando qualche appunto gli scappava di mano, scendeva per poi risalire come nulla fosse su quella “postazione”. Nella sua casa di campagna si narra che ogni tanto disponga familiari e domestici su un terreno di gioco fatto appositamente costruire lì per soddisfare le sue alchimie tattiche.

Ai tempi dell’Espanyol fece aspettare per quindici minuti Arrigo Sacchi, all’epoca tecnico dell’Atletico Madrid, dietro ad una porta: il tecnico del Milan leggendario e della nazionale vice campione del mondo ad Usa ’94 si era sentito in dovere di fargli i complimenti per il gioco mostrato dalla sua squadra appena affrontata, mentre lui – semisconosciuto – aveva deciso di presentarsi seguendo i propri “tempi”. Qualche mese prima (21 agosto 1998) non le mandò a dire a Marcelli Lippi (allenatore della Juventus del ciclo d’oro della fine degli anni novanta e futuro campione del mondo nel 2006) quando a San Benedetto del Tronto fronteggiò i bianconeri nel corso di un’amichevole estiva dai toni poco “amichevoli”. Tanto per fare un esempio: venne espulso Del Piero, stufo di subire tackle dagli avversari ai limiti del regolamento.

Moratti pensò a Bielsa già nel mese di novembre del 2011 per una eventuale sostituzione di Rafael Benítez. Ora il suo nome circola nuovamente per il futuro prossimo dei nerazzurri insieme ai vari Villas Boas, Guardiola, Guidolin e Blanc, in un giro di panchine che potrebbe coinvolgere più tecnici ed altrettanti club. “Andiamo avanti con Ranieri, ha tutta la fiducia che serve. Il Mago di Oz non lo vedo in giro”, ha dichiarato il patron dell’Inter pochi giorni fa.
Nell’estate che verrà, magari, più che un mago sulla sua strada potrebbe incrociare un “loco”.

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venerdì 24 febbraio 2012

Milan - Juventus, quanti incroci nella storia

Dopo tante parole, adesso si passerà ai fatti: sabato 25 febbraio, allo stadio "San Siro", Milan e Juventus scenderanno sul campo di gioco per disputare l'atteso scontro diretto, tappa importantissima nella corsa verso lo scudetto.

Dal 1901 ad oggi le due squadre si sono fronteggiate in più di duecento partite, suddivise in diverse manifestazioni: campionati di serie A a gironi, a girone unico, coppa Italia, coppa Federale, Supercoppa Italiana e Champions League. Nella massima competizione europea l'occasione è coincisa con la finalissima svoltasi a Manchester nel 2003, vinta poi dai rossoneri .

Rovistando negli archivi di tutti i match è curioso notare come soltanto due volte si sono trovate una di fronte all'altra in concomitanza con la data del 25 febbraio: accadde nel 1996 e nel 2001, sempre a Torino.

Nella prima, la Juventus di Marcello Lippi campione d'Italia in carica affrontò il Milan di Fabio Capello nel corso di un incontro che si tramutò ben presto in uno scontro: a farne le spese fu Demetrio Albertini, toccato duro da Ciro Ferrara e costretto ad uscire anzitempo dal terreno di gioco. Al suo posto entrò un giovanissimo Ambrosini, ancor oggi colonna portante dei rossoneri.
Andò leggermente meglio ai bianconeri Jugovic e Di Livio, colpiti ma non affondati, mentre dalle rispettive panchine i due allenatori non se le mandarono di certo a dire ("Questo è un fallaccio, Maldini andrebbe espulso", "Proprio voi parlate: è tutta la partita che picchiate").

Amiche (o, comunque, "alleate") al di fuori del prato verde, le due società dimenticarono le buone maniere al suo interno: la partita finì 1-1, al bellissimo goal di Antonio Conte (attuale tecnico della Juventus, aiutato nell'occasione da una “papera” di Sebastiano Rossi) rispose la rete di George Weah. Grazie a quel pareggio il Diavolo mantenne la rotta verso il tricolore, mentre Madama iniziò a dirottare le proprie attenzioni sulla Champions League, vinta a Roma contro l'Ajax il successivo 22 maggio.
Roberto Baggio, ex idolo di casa, venne subissato dai fischi dei suoi vecchi sostenitori: "Mi aspettavo un pò più di calore dopo cinque anni trascorsi qui. Ma comunque va bene anche così, sono cose che succedono. E poi quello che è stato è stato", confidò amaramente a fine gara. L'erede designato del Codino, Alessandro Del Piero, entrò nel secondo tempo al posto di Ravanelli.


La presenza del numero dieci juventino si avvertì maggiormente nella partita disputata nel 2001, allorquando la Vecchia Signora sconfisse con un rotondo 3-0 il Milan: Tudor, Filippo Inzaghi e Zidane misero a segno le marcature che certificarono la crisi della squadra allora guidata da Albero Zaccheroni, che terminò – infatti - il campionato (vinto dalla Roma) in sesta posizione.

Proprio in merito al trattamento che avrebbe riservato a Zidane, prima dell'incontro l'allenatore rossonero si era mostrato dubbioso: "Sono sei anni che lo affronto e non l'ho mai fatto marcare a uomo, però mai dire mai". Sciolte le riserve, chiese poi a Kaladze di seguirlo come un'ombra: la tattica funzionò sino a quando il georgiano non fu sostituito, con la Juventus che - nel frattempo - aveva ormai preso le redini dell'incontro dominando nelle altre zone del campo.

Sulla panchina di Madama all'epoca sedeva Carlo Ancelotti, fresco di rinnovo contrattuale "a premi": una parte degli emolumenti che avrebbe percepito era fissa, l'altra variabile in caso di vittoria nelle varie competizioni alle quali il club partecipava. Si trattava, per quegli anni, di un'innovazione nel merito.
Durante la sua permanenza a Torino il tecnico raccolse due secondi posti, salvo poi andare a Milano in compagnia di Inzaghi per collezionare trionfi prestigiosi. Il percorso inverso lo fecero, con alterne fortune, prima Capello e poi lo stesso Zaccheroni.
A distanza di sedici anni da quel 1996, i nomi di Del Piero e Ambrosini figurano tra quelli dei convocati per la partita di sabato sera a "San Siro", nuova pagina di una storia che tra qualche tempo - in occasione del prossimo incontro che si disputerà il 25 febbraio - potrebbe presentare altri incroci (e curiosità) da raccontare.

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sabato 18 giugno 2011

Dal progetto alla realtà


"Colpite tutto quel che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, meglio...".
Hai voglia di far credere ai tifosi che il calcio vada trattato come fosse una scienza, dove la perfezione non esiste, ma con un "progetto" vero e attendibile non è detto che non si possa ottenere pure quella.
Ai tempi di Nereo Rocco e della (sua) famosa battuta appena citata, si parlava di meno pensando al sodo. E agli stinchi degli avversari di turno.

In Italia oggi vanno di moda i "progetti", appunto: quelli di cui sembrano innamorarsi perdutamente i giocatori e che finiscono con lo spostare uomini e capitali da un club ad un altro.

Cos’è un progetto? Quando applicato al mondo del pallone, spesso e (mal)volentieri è la strada migliore per arrivare al fallimento della pianificazione di una stagione calcistica da parte delle società.
E’ la prosecuzione delle "scelte di vita" delle quali erano piene le pagine dei quotidiani sino a non molti anni fa, il modo più semplice utilizzato dai dirigenti sportivi per spiegare nelle interviste rese agli organi di informazione un "qualcosa" di nuovo, che ha inizio oggi e per il quale non si possono chiedere risultati immediati. Ci vuole pazienza, per capire: con quella, e con il tempo, si potranno raccogliere i frutti delle decisioni attuali.

Poi arriva il momento di giocare, i progetti entrano in campo, le pressioni esercitate delle piazze (e dalle curve) sono sempre maggiori e, tutto ad un tratto, si finisce con il sostituirli in corsa, in cambio di altri.
La scadenza dei nuovi? E chi lo sa.

Un po’ di numeri, presi a caso, possono rendere meglio l’idea. Scorrendo la classifica dell’ultima serie A e rimanendo tra le prime otto posizioni, si può notare come soltanto quattro squadre nel prossimo campionato avranno lo stesso allenatore sulle proprie panchine rispetto a quello appena concluso: Milan, Napoli, Udinese e Lazio.

Nell’ambito di questo quartetto non va dimenticato il "caso Mazzarri": dopo aver strizzato l’occhio alla Vecchia Signora e rischiato di rimanere a spasso nonostante la cavalcata trionfale dei partenopei verso la Champions League, volente o nolente continuerà la sua attività all’ombra del Vesuvio. Nei mesi a venire si potrà vedere chiaramente se quella che a fine maggio venne definita da molti una "sceneggiata napoletana" avrà comportato (anche) il verificarsi di qualche strascico negativo all’interno della società di De Laurentiis.

Passando in rassegna gli altri club, la Roma americana parlerà spagnolo (Luis Enrique) mentre il Palermo di Zamparini ripartirà da Pioli. Rimangono Juventus e Inter, per le quali esistono due storie per ognuna di loro: quelle prima e dopo il 2006.

Anche qui si possono "usare" gli allenatori come traccia per riassumerle brevemente. D’altronde, quando le cose vanno male sono proprio loro i primi a saltare; viceversa, finiscono spesso (non sempre) per rimanere nella storia delle società quando riescono a conquistare qualche trofeo. Fermo restando che senza calciatori di valori non si va da nessuna parte.

Dal 1976 (nel momento dell’arrivo a Torino di un giovanissimo Trapattoni) al 2006, la Juventus ha avuto soltanto sette allenatori, due dei quali (lo stesso Trapattoni e Marcello Lippi) sedettero sulla panchina bianconera in due periodi distinti tra loro.
Nello stesso arco di tempo (trent’anni), i nerazzurri hanno cambiato il tecnico per ventuno volte. Suarez, Hodgson e Castellini presero in mano le redini della squadra - pure loro - in due riprese.

La differenza principale tra i due club? La competenza e - a conti fatti - le vittorie, la loro naturale conseguenza.
Dopo l’estromissione dal calcio di Moggi, Giraudo e Mazzini, in un mondo del pallone finalmente "pulito" (c’è da scommetterci), le cose sono cambiate, anche se - risultati alla mano - non si sono completamente invertite.

Sotto la Mole sono passati sette allenatori in sei anni, compreso il prossimo che verrà (Antonio Conte); l’Inter, nonostante i recenti successi conseguiti, da un anno a questa parte di tecnici ne ha avuti già tre. Ed ora, dopo l’addio di Leonardo, è alla ricerca del quarto. "Aspettavo un qualcosa che mi facesse alzare dal letto e dire di sì, e quella cosa è arrivata: non so se altre proposte mi avrebbero fatto ripartire con tanta convinzione", disse il brasiliano nel momento della sua presentazione alla Milano nerazzurra. Lo sceicco Tamim Al Thani, nuovo proprietario del Paris Saint Germain, a quanto pare sembra sia riuscito a toccargli le corde giuste.

Nel calcio italiano litigioso, frenetico e confuso, si crea tanto e si distrugge moltissimo alla velocità della luce: colpa delle scelte sbagliate, ma a volte anche della mancanza di quella pazienza che spesso viene demandata ai tifosi.
Tutto questo mentre Sir Alex Ferguson, dal 1986 al Manchester United, lo scorso 28 maggio ha sfidato a Wembley il Barcellona per aggiudicarsi la Champions League nella finalissima del torneo continentale. Proprio quei catalani che sono diventati maestri nel costruire il loro futuro nella rinomata "cantera".
Pensare che il divario che separa le squadre italiane dai club europei di prim’ordine dipenda esclusivamente da una minor disponibilità economica vuol dire crearsi un alibi per i fallimenti di questi anni.
Forse ora, tolto Moggi dalla circolazione, le cose cambieranno.

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sabato 14 maggio 2011

La doppietta di Ravanelli nella rimonta scudetto a Parma



"Scrivetelo pure e sotto ci metto la firma: a me nessuno ha regalato niente, ringrazio il Signore, ma qui ci sono arrivato solo col sudore". Con queste parole Fabrizio Ravanelli concluse un pomeriggio da leoni, quello che lui e la sua Juventus vissero allo stadio "Ennio Tardini" di Parma l’8 gennaio 1995.
Nel corso della quindicesima giornata del campionato di serie A una Vecchia Signora incerottata e malconcia andò a fare visita ai ducali allenati da Nevio Scala. In palio, oltre ai tre punti, c’era pure il primato in classifica, quando ancora mancavano tre gare alla conclusione del girone d'andata.

Priva del talento di Roberto Baggio e dei muscoli di Jürgen Kohler, Madama rischiò seriamente di dover fare a meno anche del carisma di Gianluca Vialli: a causa di uno scontro involontario col compagno di squadra Torricelli, avvenuto durante l’ultimo allenamento, si era infatti procurato un lieve trauma distorsivo al ginocchio sinistro. Alla fine strinse i denti e partì col resto del gruppo, pur di non mancare all’appuntamento con la delicata trasferta. Lippi poté quindi proporre l’ormai abituale tridente offensivo, con Del Piero sempre più a proprio agio nel ruolo di sostituto del Divin Codino, lasciando a Fusi e a Ferrara il compito di guidare il reparto difensivo e a Paulo Sousa quello di dirigere il traffico nel centrocampo, aiutato - nel compito - da Alessio Tacchinardi. Antonio Conte completava la linea mediana bianconera.
Proprio nel cuore del rettangolo di gioco, laddove si vincono le partite, il Parma perse l’incontro prima ancora che lo stesso avesse avuto inizio: Scala rinunciò inspiegabilmente a Gabriele Pin, uomo d’ordine in mezzo ad una selva di corridori, lasciando che Crippa e Dino Baggio si alternassero nel sostituirlo in quelle che abitualmente erano le sue mansioni, con Minotti e Sensini pronti ad aggiungersi ai due compagni in fase di interdizione. Il suicidio tattico venne completato con la decisione di passare alla difesa con cinque giocatori, abbandonando il classico 3-5-2 e schierando al cospetto della Juventus un tridente offensivo composto da Zola, Branca e Asprilla. A quest’ultimo ordinò di iniziare largo a destra, qualche metro più avanti rispetto alla zona dove operavano i centrocampisti gialloblù. Il tecnico dei padroni di casa, quindi, aveva optato per la scelta di affrontare la Vecchia Signora utilizzando le sue stesse armi, snaturando - così - le caratteristiche della propria squadra.
Madama aveva ormai assimilato la mentalità di Marcello Lippi, giunto in estate a Torino per volontà della Triade (così era soprannominata la nuova dirigenza juventina) con il compito di dare una forte identità alla squadra indipendentemente dai giocatori schierati di volta in volta, e con l’obiettivo dichiarato di riportarla al successo nel minor tempo possibile.

In una prima frazione di gioco che non regalò molte emozioni, la Juventus aggredì subito i padroni di casa: Del Piero, Vialli e Ravanelli, in rigoroso ordine cronologico, provarono a portare in vantaggio i bianconeri con tre conclusioni nell’arco di due soli minuti.
Paulo Sousa si impadronì velocemente del centrocampo, mentre Torricelli limitò agevolmente le intenzioni di Asprilla costringendolo, con il suo dinamismo, a continui ripiegamenti difensivi. Da una sua incursione nacque il primo episodio importante della gara: così come gli era capitato in allenamento con Vialli, entrò in contatto con Bucci, venutosi a trovare solo di fronte a lui nell’area di rigore parmense. Nell’urto il portiere ebbe la peggio e fu costretto ad uscire dal campo, sostituito da Giovanni Galli.
I primi quarantacinque minuti si chiusero a reti inviolate, senza che il Parma riuscisse a creare seri pericoli a Peruzzi, fatto salvo un tentativo isolato di Branca sventato dal numero uno bianconero.
Al 12’ della ripresa il risultato si sbloccò: una combinazione tra Asprilla e Dino Baggio offrì al centrocampista della nazionale lo spazio per calciare un diagonale vincente. Passata in svantaggio Madama aggiunse alla solita mole di gioco anche la concretezza, riuscendo a pervenire al pareggio dopo soli quattro minuti in maniera insolita: un innocuo traversone di Paulo Sousa entrò direttamente nella porta dei padroni di casa dopo un contrasto tra Couto e Galli (uscito per agguantare la sfera), senza che si rendesse necessario l’intervento di Ravanelli, appostato in zona per deviare la traiettoria.
Il Parma subì il colpo, arretrando timidamente verso la propria metà campo. Lippi, nel frattempo, aveva già disegnato una Juventus d’assalto: fuori Fusi e dentro Jarni, con Torricelli spostato a destra e Carrera avvicinato a Ferrara al centro delle retroguardia. Il centrocampo, che già poteva beneficiare in fase di contenimento dei continui rientri dei tre attaccanti, potè così avvalersi delle sovrapposizioni di entrambi i laterali difensivi.
Lo stesso Torricelli, dopo aver imbrigliato Asprilla e messo la museruola a Branca, continuò a spingersi in avanti per aiutare i compagni a trovare il goal del 2-1. Da una delle sue sortite offensive nacque (al 25’) l'azione del raddoppio: il terzino consegnò un pallone sulla fascia a Vialli, abile a crossare velocemente verso Ravanelli che raccolse l’invito con un perfetto colpo di testa in tuffo, con cui anticipò l’intervento di Sensini e trafisse Galli. Una rete "alla Bettega", tanto per citare un simbolo della storia bianconera.
Due minuti dopo la punta ricambiò il favore a Vialli, offrendogli un assist in area di rigore parmense, in posizione defilata: steso da Apolloni, l’attaccante riuscì a procurarsi il calcio di rigore per il 3-1 finale. Fu lo stesso Ravanelli a calciarlo. La sostituzione di Marocchi per Paulo Sousa e la successiva espulsione (per doppia ammonizione) di Couto non modificarono l’esito della gara, ormai avviata a concludersi con una netta vittoria per la Juventus.

Nel dopo partita, davanti ai taccuini, uno sconsolato Nevio Scala ammise con onestà le sue colpe: "Penso di aver sbagliato tutto, a partire dalla formazione iniziale fino al non essere intervenuto dalla panchina per correggere la situazione in campo. Ho peccato di presunzione, sono il responsabile numero uno della sconfitta contro la Juve". Lippi, ovviamente, si mostrò soddisfatto del risultato e del gioco messo in mostra dai suoi uomini: "Una squadra è vera nel momento in cui riesce a prescindere dai campioni singoli che ne fanno parte. Se la Juve, che è già vincente pur essendo ancora in crescita, ha fatto quel che ha fatto, lo si deve all’acquisizione di una precisa personalità".
La Juventus avrebbe avuto la certezza matematica di aver conquistato il suo ventitreesimo tricolore il 21 maggio 1995, proprio nella gara del girone di ritorno contro il Parma, disputata allo stadio "Delle Alpi" di Torino e vinta col risultato di 4-0. Ravanelli fu ancora protagonista assoluto dell’incontro, segnando sia la rete d’apertura che quella di chiusura della partita. La corsa con le braccia aperte e la faccia nascosta dalla maglietta con cui festeggiava ogni sua marcatura rappresentavano alla perfezione l’immagine di una Vecchia Signora che dopo anni di insuccessi aveva finalmente ripreso a divertirsi.
E a vincere.


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domenica 8 maggio 2011

Lo scudetto del Milan e la scelta dell'allenatore della Juve



Alla fine è stato il Milan a conquistare lo scudetto, così come in molti avevano pronosticato ad inizio campionato. C’era soltanto una squadra, oltre a quella rossonera, che poteva seriamente ambire a (ri)vincerlo: l’Inter, detentrice del tricolore da quattro anni a questa parte (nel calcio, piaccia o non piaccia, si considerano solo i titoli meritati sul campo) e passata di mano da Mourinho a Benitez senza che le venissero fatti i necessari ritocchi nel calciomercato estivo. Aspettare la riapertura della sessione invernale per intervenire è stato un errore fatale per le speranze dei nerazzurri, così come a nulla è valso scaricare esclusivamente sull’allenatore spagnolo le colpe di un avvio di stagione stentato. Da una parte o dall’altra, la convinzione generale ai nastri di partenza era che lo scudetto, comunque andassero le cose, non si sarebbe spostato da Milano.

Nel corso della prima partita che i rossoneri disputarono in questo campionato, a "San Siro" contro il Lecce (29 agosto 2010), Ibrahimovic guardò giocare i propri compagni comodamente seduto in tribuna. Appena acquistato dal Milan, non poteva ancora scendere in campo. Il Diavolo vinse 4-0 grazie ad una doppietta di Pato e alle reti messe a segno da Thiago Silva e Filippo Inzaghi: tolto lo stesso Inzaghi (infortunatosi poi nel prosieguo della stagione) e inserito al suo posto lo svedese, ecco pronta una lista di alcuni tra i principali artefici dello scudetto numero diciotto conquistato dai rossoneri.

Da un allenatore all’altro: se Benitez non si mostrò capace di integrarsi positivamente all’interno dell’ambiente nerazzurro, a Massimiliano Allegri - invece - nel suo nuovo mondo milanista l’operazione è riuscita alla perfezione. Tra i due esiste un nome che unisce le loro recenti esperienze in panchina: quello di Leonardo, l’attuale tecnico dell’Inter. La scorsa stagione guidò i rossoneri conducendoli al terzo posto attraverso il suo calcio offensivo legato alla fantasia degli interpreti, in questa ha portato il proprio credo dall’altra sponda del Naviglio, raccogliendo i cocci della gestione dello spagnolo e potendo beneficiare di innesti importanti giunti dal mercato di riparazione.

Allegri iniziò la stagione a Milanello continuando l’opera progettata dal suo predecessore, per poi smantellarla poco alla volta creando una formazione a sua immagine e somiglianza. Fuori dal gruppo dei titolari Ronaldinho ("Il nostro Usain Bolt? Si chiama Ronaldinho: era il sogno degli sportivi di tutto il mondo e può tornare quello di prima", disse di lui Berlusconi il 18 agosto 2009), consegnata la squadra in campo a Ibrahimovic dopo aver protetto la difesa con una linea di mediani da far invidia al migliore dei catenacciari, ha poi rimesso la qualità nell’undici di base una volta trovato il giusto equilibrio tra i reparti. A quel punto anche l’assenza dello svedese in alcune gare determinanti è stata ben suffragata dal comportamento del resto dei compagni. Il confronto tra quanto accaduto nei due derby della Madonnina quest’anno rappresenta la classica "prova del nove": all’andata il Diavolo vinse con un goal dello svedese su rigore; al ritorno (dall’altra parte c’era già Leonardo) spazzò via i nerazzurri con un secco 3-0 (doppietta di Pato e rete di Cassano), senza la possibilità di disporre dell’apporto di Ibrahimovic.

Ora che ha vinto il tricolore Allegri è così riuscito a ripetere le prodezze di Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Alberto Zaccheroni, capaci di conquistare lo scudetto sulla panchina del Milan al primo tentativo. I quattro allenatori in questione, in realtà, hanno un altro aspetto in comune: nelle loro esperienze di club precedenti a quella rossonera non avevano vinto nulla di importante, tranne qualche riconoscimento a livello personale (una "Panchina d’oro" sia per Zaccheroni che per lo stesso Allegri).

Analoga situazione capitò anche a Marcello Lippi in casa Juventus: venne scelto dalla Triade per riportare a Torino uno scudetto che mancava da otto stagioni, nonostante nel suo palmarès non figurassero trofei. Tanto l’allora dirigenza bianconera quanto quella rossonera si sono dimostrate in grado di individuare le persone giuste cui affidare la gestione di spogliatoi infarciti di campioni, spesso e volentieri con caratteri difficili da far coesistere tra di loro e con squadre da plasmare in fretta per raggiungere obiettivi prestigiosi.
Nel corso degli ultimi anni, poi, è anche capitato che un tecnico passasse da una delle sue società all’altra: fu così tanto per Ancelotti, che non riuscì a raccogliere quanto di buono seminato sotto la Mole per poi fare incetta di consensi (e titoli) a Milano, quanto per il già citato Capello, che terminata l’epopea rossonera e le esperienze madrilista e romana vinse gli ultimi due tricolori bianconeri sotto la Mole. Non è stato un caso se per quindici stagioni, dal 1991 al 2006, tranne in due occasioni (Lazio e Roma) lo scudetto è sempre andato alla Vecchia Signora o al Milan: erano semplicemente i club migliori presenti in Italia, gestiti dalle persone più competenti in materia.

All’attuale Juventus manca la qualità per tornare a vincere, quella che - seguendo le promesse dirigenziali - verrà aggiunta nella rosa bianconera a partire dalla prossima estate. Ancora non è dato sapere il contenuto del "piano ambizioso" citato recentemente da John Elkann che possa consentirle di tornare sui livelli di eccellenza sportiva che le competono, così come è prematuro parlare di cifre da investire nel prossimo calciomercato, nell’attesa - oltretutto - di conoscere quanto (e cosa) verrà detto nel consiglio di amministrazione fissato per il prossimo 11 maggio.

La recente vittoria del Milan - nel frattempo - ricorda (più che insegnare) come la scelta dell’allenatore, per quanto realmente possa incidere sugli esiti finali di una competizione (e qui vi sono dibattiti che durano da una vita), rappresenta un aspetto da non sottovalutare, dato che potrebbe consentire ad un club di disporre di un ulteriore valore aggiunto rispetto ai diretti contendenti.
Certo, deve essere fatta dalle persone giuste. D’altronde d’ora in poi nessuno potrà più permettersi di sbagliare o nascondersi di fronte alle difficoltà di una "rivoluzione" societaria.
Conta vincere, soltanto quello. E’ meglio ricordarlo, ogni tanto…

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venerdì 29 aprile 2011

La doppietta di Del Piero nella quaterna rifilata a Zeman


"Ci ho provato, per certi goal occorre anche fortuna". Sarà stato merito anche della dea bendata, ma ormai era già apparso chiaro a tutti come Alessandro Del Piero fosse qualcosa di più di una semplice promessa. Vent'anni compiuti da poco, la classe cristallina e la sua capacità di imprimere il proprio marchio sulle partite erano quelle tipiche dei campioni di razza.
Capitò di averne una riprova anche a Roma, allo stadio "Olimpico", l’11 dicembre 1994: nel posticipo serale della tredicesima giornata del campionato di serie A la Vecchia Signora fece visita alla Lazio guidata da Zdenek Zeman.
La squadra allenata da Marcello Lippi era reduce dalla trionfale rimonta operata sulla Fiorentina nel precedente incontro casalingo al "Delle Alpi": sotto di due reti era stata in grado di ribaltare il risultato ed ottenere la vittoria grazie alla doppietta realizzata da Gianluca Vialli ed alla gemma finale - manco a dirlo - di Del Piero. Piena d'entusiasmo, arrivò però nella capitale priva di diversi titolari, tra i quali lo stesso numero nove bianconero e Di Livio. Se già in passato aveva dimostrato di poter reggere il peso dell'assenza di Roberto Baggio sorretta dalle prodezze della sua nuova stella, la forzata rinuncia a Vialli (squalificato) veniva ritenuta particolarmente delicata per lo straordinario apporto di grinta che il centravanti era stato in grado di fornire sino a quel momento.

Lippi decise comunque di non rinunciare in partenza all'idea del tridente offensivo, creandone per l'occasione uno atipico: al talento di Conegliano e a Ravanelli venne infatti affiancato Marocchi, centrocampista di copertura più che d'attacco. In realtà il tecnico di Viareggio con questa decisione volle lanciare un messaggio ai propri uomini e agli avversari: a Roma la Juventus andava per vincere. Fedele al 4-3-3, Zeman preparò la sua Lazio per un gara d'assalto, quella che - in effetti - si concretizzò nei primi minuti dell'incontro. Favalli, Winter e Signori trovarono lungo la corsia sinistra gli spazi necessari per scardinare la difesa bianconera, anche perché Tacchinardi, nell’insolita veste di esterno destro di una linea mediana completata da Paulo Sousa e Conte, soffriva non poco la pressione dei padroni di casa nella zona di sua competenza.

Casiraghi impegnò severamente Peruzzi di testa su un traversone di Fuser, poi – proprio dal lato mancino – al 20’ arrivò la rete del vantaggio laziale: Signori riuscì a liberarsi dalla guardia di Kohler e mise rasoterra a centro area un pallone deviato dal numero uno bianconero verso l’accorrente Rambaudi, che siglò con un piatto destro l’1-0. Quattro minuti dopo Del Piero non riuscì a pareggiare, pur essendosi venuto a trovare solo davanti a Marchegiani grazie ad un ottimo assist di Ravanelli: un attimo di esitazione gli fu fatale, consentendo a Negro un recupero decisivo che impedì al giovane attaccante di piazzare la stoccata vincente.

Ancora Casiraghi, ben servito da Favalli, fallì il raddoppio, prima che Cravero compisse un gesto tanto plateale quanto inutile e ingenuo: già ammonito fermò con la mano sinistra il pallone a centrocampo, meritandosi una sacrosanta espulsione. Zeman dovette correre ai ripari, sacrificando Signori per coprire con l’inserimento di Bergodi il buco venutosi a creare in difesa. Nel momento in cui apprese di dover abbandonare il campo la punta mandò a quel paese il boemo in mondovisione, mentre Lippi attese qualche minuto per effettuare la contromossa: fuori Carrera, un difensore, dentro un attaccante, il giovanissimo Corrado Grabbi, nipote di Giuseppe, centrocampista della Juventus negli anni venti, con Marocchi riportato nella sua naturale posizione e Tacchinardi arretrato davanti a Peruzzi.
Ricostruito un tridente offensivo di nome e di fatto, Madama trovò il goal del pareggio al 37’: Del Piero anticipò Winter nel raccogliere un pallone lanciato da Orlando nell’area di rigore laziale e, dopo un corpo a corpo con l’olandese, riuscì a toccare la sfera con la punta del piede in scivolata davanti a Marchegiani, quando ormai sembrava averla persa.
Nella ripresa, dopo solo 8’, la Vecchia Signora si portò in vantaggio: ancora in scivolata, Marocchi, ricevuto un assist d’oro di Conte dalla fascia destra, beffò la retroguardia laziale infilando il pallone sotto la traversa.

Lippi a questo punto mescolò nuovamente le carte, togliendo lo stesso Conte per irrobustire la difesa con l’innesto di Porrini, prima che Del Piero, sempre lui, illuminasse lo stadio “Olimpico” con una perla di rara bellezza: giunto al limite dell’area di rigore biancoceleste, vicino al punto in cui Signori in precedenza aveva confezionato l’assist per la rete di Rambaudi, si bevve in un colpo solo Negro e Venturin, per poi battere Marchegiani colpendo la sfera con l’interno destro e piazzandola laddove il numero uno biancoceleste non poté intervenire.
Non contento pochi minuti dopo lanciò Grabbi in contropiede, consentendogli di percorrere una quarantina di metri in perfetta solitudine e di trafiggere l’estremo difensore della Lazio per la quarta volta.
Un calo di concentrazione dei bianconeri permise ai padroni di casa di segnare – con Casiraghi e Fuser - due reti quando ormai l’incontro non aveva più nulla da dire.

A fine stagione la Vecchia Signora riuscì, dopo otto lunghi anni di attesa, a vincere il ventitreesimo scudetto della sua storia. Ventitré, come il numero degli anni di Andrea Fortunato, il terzino sinistro bianconero che in quei giorni lottava contro la leucemia. Roberto Bettega andò a fargli visita al Policlinico di Perugia, per festeggiare insieme a lui il successo bianconero ottenuto a Roma: “L’ho rivisto dopo alcuni mesi, durante i quali ci siamo sentiti spesso, e adesso l’ho trovato bene. Mi sono complimentato con il padre, hanno dato ad Andrea un’educazione che lo ha aiutato in questa battaglia, insieme con la sua innata tenacia”.
Fortunato avrebbe smesso di lottare qualche mese dopo, il 25 aprile. A lui la Juventus dedicò il tricolore.
Durante quella visita i due discussero anche delle prodezze del ragazzino ventenne con la maglia numero dieci sulle spalle.
Che, intervistato al termine della gara allo stadio "Olimpico", dichiarò: “Goal alla Baggio? Lui rimane il più grande, ma questo è un gol alla Del Piero”.
Senza saperlo era riuscito a prevedere un pezzo del suo futuro.

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sabato 9 aprile 2011

Buffon e il suo addio alla Juventus



"Se c’è un rischio anche minimo, Milos non gioca. E in questo caso andrebbe in panchina". Alla vigilia dell’incontro del girone di andata tra Genoa e Juventus, Luigi Del Neri spiegò in maniera chiara il criterio con il quale avrebbe deciso se impiegare o meno Krasic nell’imminente partita contro i rossoblù.

La gara si disputò all’ora di pranzo: era la prima volta per la Vecchia Signora nel corso di questo campionato, mentre ne erano già state giocate nove dall’inizio della stagione in serie A considerando gli scontri delle altre squadre. Il giorno precedente il Milan aveva battuto a "San Siro" di misura la Fiorentina con una rete del solito Ibrahimovic, mentre Menez guidò la Roma nel successo casalingo per 2-0 contro l’Udinese (il secondo goal venne realizzato da Borriello).

I rossoneri staccarono momentaneamente la Juventus di nove punti in classifica, salvo poi ritrovarsela a sei lunghezze di distanza dopo la vittoria ottenuta al "Luigi Ferraris" dalla formazione guidata dal tecnico di Aquileia. Che, a fine incontro, dichiarò: "Inseguiamo la Champions. Prima non sapevamo per cosa avremmo lottato, adesso abbiamo quest’obiettivo, poi vediamo cosa succederà". Il protagonista della partita fu, manco a dirlo, Milos Krasic. "E’ il nostro Ibra", disse di lui Felipe Melo. Un goal, dribbling in continuazione sugli avversari, accelerazioni devastanti: costretto a rimanere fermo ai box per una quindicina di giorni a causa di uno stiramento di primo grado all’adduttore, il serbo dimostrò sul campo di essere guarito. Criscito, il terzino genoano che se lo vide sbucare da ogni direzione per un’ora abbondante di gioco (poi uscì precauzionalmente prima della fine del match) lo poté testimoniare in prima persona. Il biondo centrocampista bianconero incantò tutti, anche Storari: "E’ semplicemente devastante".

Il portiere juventino, autore di un’ottima prestazione, al termine dei novanta minuti di gioco era raggiante: "Credo di aver dimostrato di essere un portiere da grande squadra. Buffon? Sono stato preso per non farlo rimpiangere, è questo il mio dovere, cerco di farlo al meglio, senza pensare ad altro". Il momento del rientro sui campi di calcio dell’estremo difensore della nazionale era ancora lontano: nel frattempo Madama era stata brava a reperire un validissimo sostituto cui affidarsi nell’attesa del suo ritorno. Che sarebbe arrivato, prima o poi, così come era palese che il passaggio del testimone tra i due numeri uno non sarebbe potuto avvenire senza strascichi polemici.

Il momento di convivenza più difficile, curiosamente, è capitato nella settimana che precede la gara di ritorno tra la Juventus e il Genoa, che si disputerà nuovamente all’ora di pranzo. Senza Gianluigi, così come era accaduto nel girone di andata. Questa, più di altre, era la "sua" partita: tifoso rossoblù (sin) da ragazzo e amante della Vecchia Signora da professionista.

Come tutte le storie sportive anche quella tra Buffon e la Vecchia Signora sembra stia per giungere al capolinea. Venne prelevato dal Parma nell’estate del 2001 per una cifra monstre di 105 miliardi di lire (comprensiva del cartellino del bianconero Jonathan Bachini). La Triade scelse di fare un investimento del genere su di lui per il semplice fatto che nel suo ruolo era il più forte giocatore del mondo.

Quando nel 2006 scoppiò il terremoto che si abbatté sul club, azzerandone la dirigenza, privandolo delle ultime vittorie ottenute sul campo e facendolo retrocedere nell’inferno della serie B, non abbandonò la barca che stava affondando, a differenza di molti altri compagni di squadra dell’epoca. Nonostante si fosse appena laureato campione del mondo con la nazionale di Marcello Lippi. Durante gli incontri disputati l’anno successivo i sostenitori juventini presenti allo stadio "Olimpico" gli chiesero a più riprese di saltellare con loro implorandolo di non trasferirsi all’Inter o al Milan. L’intero mondo bianconero attendeva la conferma della permanenza del portiere come un segnale di speranza per un futuro della società degno del suo passato. L’incubo svanì i primi giorni del mese di giugno del 2007, quando Buffon firmò il prolungamento del contratto con Madama sino al 2012. "Perché sono rimasto? Ho pensato che le vittorie non sono tutte uguali. Io ne ho tante, a Parma, in bianconero, in nazionale. E non sono più famelico come prima, ma posso puntare al valore. Uno scudetto, ora, sarebbe qualcosa di inestimabile, non sarebbe uguale in nessun altro posto. Come il primo nella storia della Juve. Non ho preteso garanzie, ma era un’esigenza legittima vedere come questa squadra sarebbe diventata competitiva". Il resto della storia è noto a tutti.

Alla Juventus conta soltanto vincere. Neanche il tempo di alzare la Champions League da protagonisti, che Vialli e Ravanelli dovettero abbandonare Torino: squadra che vince si cambia. Per migliorarla. Roberto Baggio lasciò Madama quando in casa bianconera si accorsero che era sbocciato un nuovo fenomeno di nome Del Piero. Passano i calciatori, ma il club rimane. Non tutti sono uguali, però: c’è chi, nel periodo di militanza sotto la Mole, dimostra di possedere qualità umane che vanno di pari passo con quelle sportive. In alcuni casi, anche "oltre".
Buffon è uno di quelli.
Se, come sembra, a fine stagione lascerà la Vecchia Signora al termine di un’annata che definire difficile è dire poco, l’augurio è che ciò possa avvenire nella maniera meno traumatica possibile. Nel calcio moderno i tifosi sono ormai abituati ad ogni tipo di situazione, compresi gli addii più duri da digerire. Non è il caso di montare teatrini per difendere le rispettive posizioni contrattuali: non porta benefici a nessuno e inasprisce un bellissimo rapporto tra giocatore e sostenitori. Con i tempi che corrono è una merce sempre più rara. Il momento per dirsi "ciao e grazie di tutto" arriverà, prima o poi. Forse a breve.
E Gianluigi, nel caso, meriterà il giusto tributo da parte di quello che per dieci anni è stato il suo popolo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com