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venerdì 18 gennaio 2013

Juve a caccia dei primi 3 punti del 2013

 
La coppa Italia 2012-13 prosegue il suo cammino verso la finalissima all'insegna della tradizione. Nelle semifinali della manifestazione, le cui gare di andata sono previste per la prossima settimana, si incroceranno infatti Juventus, Lazio, Roma e Inter. Scorrendo l'albo d'oro del torneo e contando il numero dei trofei conquistati da ogni singolo club, nella speciale classifica delle società più titolate primeggiano Juventus e Roma con nove successi, l'Inter è ferma a quota sette, la Fiorentina (eliminata nei quarti dai giallorossi) a sei, la Lazio a cinque (a pari merito con Milan e Torino). Nell'attuale edizione, quindi, sono rimaste in lizza quasi tutte le squadre che ne hanno fatto la storia.
 
Anche quella recente, considerando che l'Inter ha trionfato cinque volte negli ultimi otto anni mentre due sono le coppe vinte dalla Roma ed una dalla Lazio. Nel periodo citato l'unico "intruso" è il Napoli, che lo scorso 20 maggio ha sconfitto la Juventus in finale per 2-0. Per concludere l'argomento non va dimenticato che - sempre dal 2005 in avanti - sono state ben cinque le occasioni nelle quali nerazzurri e giallorossi si sono trovati gli uni di fronte agli altri nell'appuntamento decisivo di questa competizione.
 
Prima dell'inizio delle semifinali, però, ci sarà una nuova giornata di campionato, la ventunesima del calendario. In vetta alla serie A la Juventus ospiterà a Torino l'Udinese del "vecchio" Di Natale e del "giovane" Muriel, alla ricerca di quei tre punti che nel 2013 non è ancora riuscita a conquistare. Su un totale di sei a disposizione, la Vecchia Signora ne ha lasciati ben cinque per strada, consentendo a Lazio e Napoli di avvicinarsi pericolosamente a lei in classifica. Dato che gli uomini di Petkovic giocheranno a Palermo nell'anticipo pomeridiano di sabato prossimo, la squadra di Conte affronterà in serata i friulani conoscendo l'esito dell'incontro dei biancazzurri, beneficiando - quindi - di un piccolo vantaggio a suo favore.
 
Nelle sole tre partite disputate dall'inizio del nuovo anno Madama ha offerto due versioni di sé: una è quella che in campionato si è fatta rimontare dopo essere passata in vantaggio, che si è scoperta debole sul suo fianco sinistro (dove si avvertono chiaramente le assenze di Chiellini e Asamoah) e che segna soltanto su calci piazzati; l'altra è quella “di Coppa Italia”, in grado di ribaltare il risultato anche se colpita a freddo, di realizzare gol pure su azione mostrando, però, lacune sul versante destro della propria linea difensiva.
 
Non ci troviamo di fronte al classico esempio dei tre indizi che fanno una prova, quanto ad una realtà che vede la Juventus ancora in rodaggio dopo i pesanti carichi di lavoro svolti durante la sosta natalizia. Attualmente sembra essere la brutta copia di quella macchina da punti che era diventata verso la fine 2012. Il calendario della serie A le prospetta un doppio impegno casalingo consecutivo non proibitivo (dopo gli uomini di Guidolin sarà la volta dei rossoblù genoani), ma comunque impegnativo.
 
Dal canto suo l'Udinese è diventata una realtà consolidata del calcio italiano. Ad ulteriore riprova di questo basti considerare che la maggior parte delle sue vittorie a Torino (sei, in totale) sono maturate soltanto negli ultimi anni: dopo le prime ottenute nel 1956 e nel 1962 sono infatti arrivate quelle del 1997 (che battezzò la nascita del 3-4-3 di Alberto Zaccheroni), 2000, 2007 e 2011.
 
Non riuscì nell'impresa, invece, durante il periodo storico in cui i friulani finirono al centro delle cronache mondiali per aver tesserato Zico, il fuoriclasse proveniente dal Flamengo: in entrambe le gare l'Udinese venne sconfitta per 3-2. Le doppiette messe a segno da Vignola (21 aprile 1984) e Boniek (14 aprile 1985) resero infatti vane le reti del “Galinho”.
In quei tempi, in mezzo al campo, negli scontri tra le due formazioni giocavano campioni del calibro dello stesso brasiliano e di Platini. Al giorno d'oggi, visti i suoi problemi offensivi, alla Juventus sarebbe utile anche un “semplice” Vignola.
 
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venerdì 24 febbraio 2012

Milan - Juventus, quanti incroci nella storia

Dopo tante parole, adesso si passerà ai fatti: sabato 25 febbraio, allo stadio "San Siro", Milan e Juventus scenderanno sul campo di gioco per disputare l'atteso scontro diretto, tappa importantissima nella corsa verso lo scudetto.

Dal 1901 ad oggi le due squadre si sono fronteggiate in più di duecento partite, suddivise in diverse manifestazioni: campionati di serie A a gironi, a girone unico, coppa Italia, coppa Federale, Supercoppa Italiana e Champions League. Nella massima competizione europea l'occasione è coincisa con la finalissima svoltasi a Manchester nel 2003, vinta poi dai rossoneri .

Rovistando negli archivi di tutti i match è curioso notare come soltanto due volte si sono trovate una di fronte all'altra in concomitanza con la data del 25 febbraio: accadde nel 1996 e nel 2001, sempre a Torino.

Nella prima, la Juventus di Marcello Lippi campione d'Italia in carica affrontò il Milan di Fabio Capello nel corso di un incontro che si tramutò ben presto in uno scontro: a farne le spese fu Demetrio Albertini, toccato duro da Ciro Ferrara e costretto ad uscire anzitempo dal terreno di gioco. Al suo posto entrò un giovanissimo Ambrosini, ancor oggi colonna portante dei rossoneri.
Andò leggermente meglio ai bianconeri Jugovic e Di Livio, colpiti ma non affondati, mentre dalle rispettive panchine i due allenatori non se le mandarono di certo a dire ("Questo è un fallaccio, Maldini andrebbe espulso", "Proprio voi parlate: è tutta la partita che picchiate").

Amiche (o, comunque, "alleate") al di fuori del prato verde, le due società dimenticarono le buone maniere al suo interno: la partita finì 1-1, al bellissimo goal di Antonio Conte (attuale tecnico della Juventus, aiutato nell'occasione da una “papera” di Sebastiano Rossi) rispose la rete di George Weah. Grazie a quel pareggio il Diavolo mantenne la rotta verso il tricolore, mentre Madama iniziò a dirottare le proprie attenzioni sulla Champions League, vinta a Roma contro l'Ajax il successivo 22 maggio.
Roberto Baggio, ex idolo di casa, venne subissato dai fischi dei suoi vecchi sostenitori: "Mi aspettavo un pò più di calore dopo cinque anni trascorsi qui. Ma comunque va bene anche così, sono cose che succedono. E poi quello che è stato è stato", confidò amaramente a fine gara. L'erede designato del Codino, Alessandro Del Piero, entrò nel secondo tempo al posto di Ravanelli.


La presenza del numero dieci juventino si avvertì maggiormente nella partita disputata nel 2001, allorquando la Vecchia Signora sconfisse con un rotondo 3-0 il Milan: Tudor, Filippo Inzaghi e Zidane misero a segno le marcature che certificarono la crisi della squadra allora guidata da Albero Zaccheroni, che terminò – infatti - il campionato (vinto dalla Roma) in sesta posizione.

Proprio in merito al trattamento che avrebbe riservato a Zidane, prima dell'incontro l'allenatore rossonero si era mostrato dubbioso: "Sono sei anni che lo affronto e non l'ho mai fatto marcare a uomo, però mai dire mai". Sciolte le riserve, chiese poi a Kaladze di seguirlo come un'ombra: la tattica funzionò sino a quando il georgiano non fu sostituito, con la Juventus che - nel frattempo - aveva ormai preso le redini dell'incontro dominando nelle altre zone del campo.

Sulla panchina di Madama all'epoca sedeva Carlo Ancelotti, fresco di rinnovo contrattuale "a premi": una parte degli emolumenti che avrebbe percepito era fissa, l'altra variabile in caso di vittoria nelle varie competizioni alle quali il club partecipava. Si trattava, per quegli anni, di un'innovazione nel merito.
Durante la sua permanenza a Torino il tecnico raccolse due secondi posti, salvo poi andare a Milano in compagnia di Inzaghi per collezionare trionfi prestigiosi. Il percorso inverso lo fecero, con alterne fortune, prima Capello e poi lo stesso Zaccheroni.
A distanza di sedici anni da quel 1996, i nomi di Del Piero e Ambrosini figurano tra quelli dei convocati per la partita di sabato sera a "San Siro", nuova pagina di una storia che tra qualche tempo - in occasione del prossimo incontro che si disputerà il 25 febbraio - potrebbe presentare altri incroci (e curiosità) da raccontare.

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domenica 8 maggio 2011

Lo scudetto del Milan e la scelta dell'allenatore della Juve



Alla fine è stato il Milan a conquistare lo scudetto, così come in molti avevano pronosticato ad inizio campionato. C’era soltanto una squadra, oltre a quella rossonera, che poteva seriamente ambire a (ri)vincerlo: l’Inter, detentrice del tricolore da quattro anni a questa parte (nel calcio, piaccia o non piaccia, si considerano solo i titoli meritati sul campo) e passata di mano da Mourinho a Benitez senza che le venissero fatti i necessari ritocchi nel calciomercato estivo. Aspettare la riapertura della sessione invernale per intervenire è stato un errore fatale per le speranze dei nerazzurri, così come a nulla è valso scaricare esclusivamente sull’allenatore spagnolo le colpe di un avvio di stagione stentato. Da una parte o dall’altra, la convinzione generale ai nastri di partenza era che lo scudetto, comunque andassero le cose, non si sarebbe spostato da Milano.

Nel corso della prima partita che i rossoneri disputarono in questo campionato, a "San Siro" contro il Lecce (29 agosto 2010), Ibrahimovic guardò giocare i propri compagni comodamente seduto in tribuna. Appena acquistato dal Milan, non poteva ancora scendere in campo. Il Diavolo vinse 4-0 grazie ad una doppietta di Pato e alle reti messe a segno da Thiago Silva e Filippo Inzaghi: tolto lo stesso Inzaghi (infortunatosi poi nel prosieguo della stagione) e inserito al suo posto lo svedese, ecco pronta una lista di alcuni tra i principali artefici dello scudetto numero diciotto conquistato dai rossoneri.

Da un allenatore all’altro: se Benitez non si mostrò capace di integrarsi positivamente all’interno dell’ambiente nerazzurro, a Massimiliano Allegri - invece - nel suo nuovo mondo milanista l’operazione è riuscita alla perfezione. Tra i due esiste un nome che unisce le loro recenti esperienze in panchina: quello di Leonardo, l’attuale tecnico dell’Inter. La scorsa stagione guidò i rossoneri conducendoli al terzo posto attraverso il suo calcio offensivo legato alla fantasia degli interpreti, in questa ha portato il proprio credo dall’altra sponda del Naviglio, raccogliendo i cocci della gestione dello spagnolo e potendo beneficiare di innesti importanti giunti dal mercato di riparazione.

Allegri iniziò la stagione a Milanello continuando l’opera progettata dal suo predecessore, per poi smantellarla poco alla volta creando una formazione a sua immagine e somiglianza. Fuori dal gruppo dei titolari Ronaldinho ("Il nostro Usain Bolt? Si chiama Ronaldinho: era il sogno degli sportivi di tutto il mondo e può tornare quello di prima", disse di lui Berlusconi il 18 agosto 2009), consegnata la squadra in campo a Ibrahimovic dopo aver protetto la difesa con una linea di mediani da far invidia al migliore dei catenacciari, ha poi rimesso la qualità nell’undici di base una volta trovato il giusto equilibrio tra i reparti. A quel punto anche l’assenza dello svedese in alcune gare determinanti è stata ben suffragata dal comportamento del resto dei compagni. Il confronto tra quanto accaduto nei due derby della Madonnina quest’anno rappresenta la classica "prova del nove": all’andata il Diavolo vinse con un goal dello svedese su rigore; al ritorno (dall’altra parte c’era già Leonardo) spazzò via i nerazzurri con un secco 3-0 (doppietta di Pato e rete di Cassano), senza la possibilità di disporre dell’apporto di Ibrahimovic.

Ora che ha vinto il tricolore Allegri è così riuscito a ripetere le prodezze di Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Alberto Zaccheroni, capaci di conquistare lo scudetto sulla panchina del Milan al primo tentativo. I quattro allenatori in questione, in realtà, hanno un altro aspetto in comune: nelle loro esperienze di club precedenti a quella rossonera non avevano vinto nulla di importante, tranne qualche riconoscimento a livello personale (una "Panchina d’oro" sia per Zaccheroni che per lo stesso Allegri).

Analoga situazione capitò anche a Marcello Lippi in casa Juventus: venne scelto dalla Triade per riportare a Torino uno scudetto che mancava da otto stagioni, nonostante nel suo palmarès non figurassero trofei. Tanto l’allora dirigenza bianconera quanto quella rossonera si sono dimostrate in grado di individuare le persone giuste cui affidare la gestione di spogliatoi infarciti di campioni, spesso e volentieri con caratteri difficili da far coesistere tra di loro e con squadre da plasmare in fretta per raggiungere obiettivi prestigiosi.
Nel corso degli ultimi anni, poi, è anche capitato che un tecnico passasse da una delle sue società all’altra: fu così tanto per Ancelotti, che non riuscì a raccogliere quanto di buono seminato sotto la Mole per poi fare incetta di consensi (e titoli) a Milano, quanto per il già citato Capello, che terminata l’epopea rossonera e le esperienze madrilista e romana vinse gli ultimi due tricolori bianconeri sotto la Mole. Non è stato un caso se per quindici stagioni, dal 1991 al 2006, tranne in due occasioni (Lazio e Roma) lo scudetto è sempre andato alla Vecchia Signora o al Milan: erano semplicemente i club migliori presenti in Italia, gestiti dalle persone più competenti in materia.

All’attuale Juventus manca la qualità per tornare a vincere, quella che - seguendo le promesse dirigenziali - verrà aggiunta nella rosa bianconera a partire dalla prossima estate. Ancora non è dato sapere il contenuto del "piano ambizioso" citato recentemente da John Elkann che possa consentirle di tornare sui livelli di eccellenza sportiva che le competono, così come è prematuro parlare di cifre da investire nel prossimo calciomercato, nell’attesa - oltretutto - di conoscere quanto (e cosa) verrà detto nel consiglio di amministrazione fissato per il prossimo 11 maggio.

La recente vittoria del Milan - nel frattempo - ricorda (più che insegnare) come la scelta dell’allenatore, per quanto realmente possa incidere sugli esiti finali di una competizione (e qui vi sono dibattiti che durano da una vita), rappresenta un aspetto da non sottovalutare, dato che potrebbe consentire ad un club di disporre di un ulteriore valore aggiunto rispetto ai diretti contendenti.
Certo, deve essere fatta dalle persone giuste. D’altronde d’ora in poi nessuno potrà più permettersi di sbagliare o nascondersi di fronte alle difficoltà di una "rivoluzione" societaria.
Conta vincere, soltanto quello. E’ meglio ricordarlo, ogni tanto…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 14 aprile 2011

Avanti così, Juve. Poi si dovrà comunque cambiare



Per uno strano scherzo del destino alla fine è stato Luca Toni il giocatore che, grazie alla rete segnata domenica, ha chiuso il confronto tra la Juventus e il Genoa, proprio lui che nel corso della gara disputata nel girone di andata tra le due formazioni al "Luigi Ferraris" realizzò un goal a Storari quando ancora vestiva la maglia rossoblù. Con l’aiuto di una mano, però: infatti venne (giustamente) annullata.

Non l’avrà certamente presa bene il presidente dei grifoni Preziosi, che nel dicembre del 2010 diede un bel "tre" in pagella all’attuale punta bianconera in merito al rendimento da lui offerto alla causa genoana dal momento del suo arrivo sotto la Lanterna. La successiva partenza verso Torino non avrà lasciato particolari rimpianti tra i liguri, però ha dato la possibilità allo stesso Toni di prendersi una piccola rivincita. Se poi si considera il fatto che uno dei principali obiettivi per l’attacco del Genoa nella sessione invernale del calciomercato era Alessandro Matri…

La Juventus compie due piccoli passi di avvicinamento al quarto posto utile per accedere alla Champions League dalla porta di servizio grazie alla sconfitta dell’Udinese in casa contro la Roma ed al sorpasso che l’altra squadra della capitale, la Lazio, ha effettuato sui friulani per effetto della vittoria interna con il Parma degli ex juventini Mirante, Candreva, Bojinov, Amauri e Giovinco.

Il terzo successo consecutivo in campionato della Vecchia Signora è finalmente arrivato, e l’attesa che l’ha accompagnato per mesi rende l’idea del percorso che la società torinese dovrà ancora compiere per tornare ad essere vicina parente di quella che ha scritto pagine leggendarie di questo sport sino al 2006. Ad oggi sono frequenti i paragoni con quanto le è accaduto nel corso della passata stagione: quella doveva essere un’annata da dimenticare, mentre adesso sembra sia finita col diventare uno dei punti più bassi della propria storia con il quale confrontarsi in continuazione.

Nel corso della tredicesima giornata di quel campionato Madama perse ad Udine contro i friulani allora guidati da Marino. Tra le proprie fila annoverava Simone Pepe, uno dei migliori tra gli uomini di Del Neri contro il Genoa. Quel 3 aprile 2010 il centrocampista segnò la seconda delle tre reti con le quali i padroni di casa piegarono la Juventus del "traghettatore" Zaccheroni. A fine gara, aggiungendole a quelle già incassate dalla retroguardia dei torinesi, portarono il passivo a quota quarantasette goals subiti in trentadue gare disputate. Attualmente la Vecchia Signora è ferma a quaranta. Il Milan, primo in classifica, a ventitré…

Rispetto alla gara disputata domenica allo stadio "Olimpico" contro i rossoblù - data l’indisponibilità di Del Piero - soltanto due giocatori erano presenti anche al "Friuli": Marchisio e Felipe Melo. Escluso Manninger (nonostante le reti) l’unico juventino che diede segnali di vita e di reale insofferenza a quell’andazzo fu Del Piero. Guarda caso… Era chiaro che di quel passo la Vecchia Signora, anche allora settima in classifica, si sarebbe scordata il quarto posto. Che all’epoca era lontano soltanto di tre lunghezze.

Non mancavano i buoni propositi per una rimonta juventina prima della conclusione del campionato, come ebbe a dire Zaccheroni nel corso di un’intervista precedente l’incontro di Udine: "Dobbiamo fare risultato, Le partite si riducono, dobbiamo cambiare marcia, altrimenti rischia di essere troppo tardi. le mie squadre hanno avuto spesso dei grandi finali, ma per farlo sarà fondamentale la condizione fisica. Questa settimana abbiamo potuto lavorare bene e mi aspetto dei miglioramenti cercando di mantenere quella compattezza che ci ha permesso di battere l' Atalanta". Al termine di quella partita il club decise di optare per il silenzio stampa, comunicandolo attraverso le pagine del proprio sito ufficiale: "Dopo la sconfitta di Udine, Società, allenatore e giocatori si scusano con tutti i tifosi e decidono il silenzio stampa".

In mezzo alle tempeste di questa stagione la dirigenza ha evitato di abbandonare Del Neri al proprio triste destino, preferendo, in più di una occasione, scegliere la strada di una maggiore responsabilizzazione dei giocatori di fronte alle sconfitte accumulate cammin facendo. Nessun "traghettatore", anzi: ora sembra che il tecnico di Aquileia sia riuscito a guadagnarsi qualche possibilità di permanenza sotto la Mole per il prossimo anno. Reale o virtuale, lo si potrà vedere soltanto a campionato concluso.

Quando a Torino arriveranno (dovranno arrivare) quei campioni che da anni i tifosi bianconeri stanno aspettando di poter ammirare, ricordando che alla Juventus arrivare secondi in classifica a fine stagione, e non quarti, è una sconfitta. Da qualsiasi angolazione la si voglia vedere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

venerdì 4 marzo 2011

Juve-Milan tra rispetto e onore

"La partita di sabato sarà decisiva per scongiurare una stagione come quella precedente. Il Milan può essere il grimaldello per cambiare rotta e inanellare risultati positivi". Così si è espresso Gianluigi Buffon il 28 febbraio (mentre presenziava al "7° torneo Amici dei Bambini", tenutosi a Milano) in riferimento alla gara che domani sera vedrà contrapposta la sua Juventus ai rossoneri.
Dopo aver collezionato record negativi in serie nello scorso campionato, per Madama questo doveva essere l’anno in cui si sarebbero dovute gettare le basi per un futuro più consono alla propria storia, al suo blasone, a quel nome così importante quanto quella maglia bianconera sotto il cui peso alcuni giocatori rimangono inesorabilmente schiacciati.

La Juventus ripartiva da "-27", dal freddo numero dei punti che indicava il distacco accumulato nei confronti dell’Inter vincitrice dell’ultimo tricolore, con l’obiettivo dichiarato di ridurlo alla conclusione di questa stagione. Ma i risultati, strada facendo, non sono stati in linea con le aspettative. Adesso il gap si è semplicemente accorciato a "-17", quando ancora si devono disputare undici partite e con il rischio concreto di arrivare a "-20" già da domani sera, visto che proprio i rossoneri sono attualmente i primi della classe.

Per diversi mesi si è fatto un gran discutere sull’incapacità della Vecchia Signora di riuscire ad ottenere tre vittorie consecutive in serie A, dato che la benzina nella macchina di Del Neri puntualmente finiva al raggiungimento di due successi di fila. Rimanendo nella stretta attualità e guardando il bicchiere mezzo vuoto cresce, viceversa, la preoccupazione per l’arrivo di un’altra disfatta dopo le ultime capitate contro Lecce e Bologna, che comporterebbe il verificarsi di un imbarazzante filotto di tre sconfitte in altrettante gare.

Si tratterebbe, nel caso, di un altro evento negativo che farebbe somigliare sempre di più l’attuale Juventus a quella della passata stagione. Al giro di boa di quel campionato fu proprio la vittoria del Milan contro i bianconeri allo stadio "Olimpico" di Torino il 10 gennaio 2010 (3-0 grazie alla doppietta messa a segno da Ronaldinho e alla rete realizzata da Nesta) che diede il via ad una sequenza di sconfitte che continuò nella successiva trasferta a Verona contro il Chievo e nella partita interna contro la Roma di Ranieri, capolinea della prima esperienza di Ciro Ferrara in serie A. Un pareggio ottenuto dal "traghettatore" Zaccheroni al suo esordio davanti ai sostenitori juventini fermò quell’emorragia di risultati negativi.

La marcia della Vecchia Signora di quest’anno ha un ritmo ancora più lento di quella che l’ha preceduta (tre punti in meno in classifica). La formazione allenata dal duo Ferrara-Zaccheroni terminò il campionato in settima posizione, la stessa occupata attualmente dalla squadra diretta da Del Neri. A fine stagione Madama si ritrovò davanti a sè più o meno gli stessi club che l’hanno superata adesso, fatta eccezione per Udinese e Lazio che hanno preso il posto della Sampdoria di Marotta e del Palermo di Maurizio Zamparini. Al patron dei rosanero in questo momento potrebbe servire quel lacrimatoio che avrebbe voluto regalare alla Juventus circa un mese fa "per riversare tutti i pianti per le ingiustizie subite dagli arbitri": esonerare 28 allenatori in 24 anni di presidenza (tra Venezia e Palermo) non è certo un risultato da mostrare con orgoglio, con l’aggravante che l’ultimo di questi è scaturito a seguito di una tremenda umiliazione casalinga con un passivo di sette reti.

Fu proprio la squadra siciliana ad interrompere l’unica serie positiva della Juventus negli ultimi due anni (quattro vittorie consecutive, oltre a due pareggi, ad inizio della scorsa stagione) il 4 ottobre 2009 allo stadio "Renzo Barbera", superando i bianconeri con il risultato di 2-0. Se anche la formazione diretta da Del Neri dovesse riuscire a ripetere una simile sequenza di risultati difficilmente si modificherebbe il destino del tecnico di Aquileia, che pare ormai già segnato.
Viceversa, una nuova sconfitta contro il Milan potrebbe portare a scenari impensabili sulla panchina juventina sino a poche settimane fa.

Milan e Juventus si fronteggiarono allo stadio "San Siro" nel corso del girone di andata il 30 ottobre 2010. Vinse Madama per 2-1, grazie ad un bellissimo goal di testa di Quagliarella su un cross di De Ceglie ed alla rete numero 179 in campionato con la maglia della Vecchia Signora di Alessandro Del Piero, abile a concludere un’azione maldestramente portata avanti prima di lui da Sissoko.
Dei quattro giocatori citati nessuno prenderà parte all’incontro di domani, fatto salvo il numero dieci bianconero che con ogni probabilità inizierà la gara seduto tra le riserve.

Alla fine di quella partita, comprensibilmente euforico per il successo appena conseguito dai suoi uomini, Del Neri dichiarò: "Abbiamo lo spirito per stare lassù sino a maggio e poi vedremo cosa succede". Lo seguì a ruota libera Felipe Melo: "Sappiamo che Inter e Milan hanno più qualità di noi, ma la Juve dà il massimo. Se lavoriamo bene, ce la giochiamo con tutti e adesso i tifosi possono sognare lo scudetto".
Più che sognare il tricolore, quei sostenitori adesso chiedono rispetto. Per loro stessi, e per una maglia bianconera da onorare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Un pò di vera Juventus "made in Italy"



domenica 30 gennaio 2011

Ci vorrebbe una serata da vera Juve

Quella iniziata domenica scorsa con la trasferta a Genova contro la Sampdoria doveva essere la settimana della "verità" per la Juventus, sia in campionato che in coppa Italia.
Le risposte arrivate dal campo non sono state in linea con le speranze dei tifosi bianconeri e della stessa società: con il pareggio ottenuto al termine dei novanta minuti al "Luigi Ferraris" è passata dal sesto posto in classifica al quinto, in coabitazione con l’Inter che ha comunque a propria disposizione una gara da recuperare (quella di Firenze contro i viola).
L’estromissione dalla coppa nazionale per mano della Roma ha tolto alla Vecchia Signora il secondo degli obiettivi prefissati ad inizio anno. Salutata l’Europa League il 16 dicembre 2010 nell’incontro casalingo con il Manchester City (anche se in realtà l’addio alla manifestazione era diventato matematico già a partire dal 1° dicembre, al termina della gara di Poznan), arrivati al 27 gennaio 2011 Madama sa già che non giocherà più, per la restante parte della stagione, incontri al di fuori di quelli previsti in serie A.

Rimangono quindi 17 partite da disputare, a cominciare da quella odierna contro l’Udinese. Nella speranza che il cammino della Vecchia Signora non diventi un martirio, così come è capitato lo scorso anno. Allora, alla terza giornata di ritorno, esordì sulla panchina bianconera Alberto Zaccheroni, "traghettatore" di una squadra senza nervi né nerbo che si afflosciò poco alla volta, cominciando con due pareggi (Lazio e Livorno), per continuare con due vittorie (Genoa e Bologna) ed iniziare la caduta libera con la sconfitta per opera del Palermo (soltanto in campionato, sono ben cinque le gare perse con i rosanero dal ritorno in serie A nel 2007).

I siciliani saranno gli avversari della Juventus nel prossimo turno infrasettimanale del 2 febbraio. Prima, però, spazio all’Udinese di Francesco Guidolin, battuta nell’incontro del girone di andata con un rotondo 4-0. Al termine di quella partita la squadra friulana si ritrovò in classifica con 0 punti, così come capitò nella giornata successiva (a causa di un’altra sconfitta patita a Bologna). Soltanto a partire dalla quinta gara iniziò la sua scalata che l’ha portata oggi a trovarsi a due sole lunghezze in classifica dalla Juventus grazie ad un pareggio (0-0) ottenuto proprio a Genova contro la Sampdoria lo scorso 26 settembre.

Penultima con un punto su due match disputati sino a quel momento, la squadra di Del Neri aveva l’imperativo di tornare da Udine con la vittoria in tasca. "Sì, ma se vinciamo? Voi vedete il bicchiere mezzo vuoto, io mezzo pieno. Non sono preoccupato". Così rispose il tecnico di Aquileia ad una domanda dei giornalisti nella consueta conferenza stampa del giorno precedente l’incontro. Nell’immediato dopo partita, d’altro canto, potè esprimere la propria soddisfazione per una prestazione positiva sotto tutti gli aspetti: "La Juve continua ad essere una squadra senza limiti, però non ci esaltiamo. Siamo appena nati, dobbiamo fare esperienza sulle cose negative e trovare la continuità delle prestazioni. Se si gioca come oggi, i risultati arrivano sicuramente; se giochiamo contro il Bari un po’ meno".

Pazzini, Borriello, Di Natale: dalla gara con la Sampdoria a quella prevista per stasera Madama ha trovato (e troverà) sulla propria strada tre attaccanti che avrebbero potuto far parte della rosa a disposizione del tecnico friulano. Il primo è appena approdato all’Inter ("La Juve mi voleva? Non lo so, invece so che l’Inter ha fatto i fatti, ha dimostrato di volermi a tutti i costi e davanti a richieste così devi per forza accettare"); il secondo si trasferì alla Roma alla chiusura della sessione estiva del calciomercato (forse, col senno di poi, non sarebbe stato un acquisto così inutile come si sosteneva da più parti); del terzo Del Neri disse: "Con Antonio (Di Natale, ndr) siamo in ottimi rapporti. Ha fatto la sua scelta di vita e bisogna rispettarla, mi pare che gli faccia anche onore. Non ha rifiutato la Juve, ha solo deciso di rimanere a Udine, perché lì è amato e ha messo le radici" (18 settembre 2010).

Proprio Di Natale, alla ricerca del goal numero 100 in serie A con la maglia dell’Udinese, questa sera sarà il pericolo numero uno per la difesa della Juventus. Non l’unico, però, nel contesto di una formazione che - ritrovata l’autostima e un’ottima condizione fisica - si è dimostrata capace di rialzarsi dopo un inizio campionato disastroso. Dopo i quattro ceffoni presi dalla Vecchia Signora nella gara di andata il patron Pozzo dichiarò: "La sconfitta è esclusivamente colpa dei giocatori, la squadra è stata inguardabile, i giocatori devono pensare a lavorare e reagire. Guidolin? Il tecnico ha il 110% della mia stima, lasciamo stare i discorsi sulla solidità della sua panchina".

Dopo la sconfitta patita in campionato contro la Lazio (2-3, 19 dicembre 2010), i friulani hanno accumulato tre vittorie ed un pareggio, segnando tredici reti e subendone sette (quattro, però, nella sola gara pareggiata a "San Siro" contro il Milan).
Numeri da grande squadra. Numeri da "Juventus". Quella vera. Quella che servirebbe per vincere contro la formazione allenata da Guidolin.
Quella che ci vorrebbe sempre, non soltanto stasera.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

venerdì 14 maggio 2010

Mister(o)


E’ solo una sensazione. E’ un deja-vu.
E’ come se il tempo non fosse andato avanti.
Come se tutti questi lunghi mesi trascorsi a guardare sconfitte, ingoiare bocconi amari nella speranza che tutto finisse presto, non fossero mai passati.
Come se quel nome tanto evocato “Andrea Agnelli”, foriero di speranze, di sogni, di nuove grandi vittorie, fosse stato solo una abbaglio.
Lo so che dovrei lasciarli lavorare in pace, lo prometto, lo farò.
Anche perché, parliamoci chiaro, lo so che non posso aspettarmi miracoli. Lo so che probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di riavere una squadra di alto livello. Ma sono tifosa, e non riesco a fare a meno di guardare i titoli dei giornali per tentare di immaginare la Juve che verrà. E prima di tutto, in una squadra, specie se è totalmente da ricostruire, bisogna scegliere chi dovrà guidarla sul campo.
Ed eccolo quel senso di già visto, di già tristemente vissuto.
Tra l’altro in questi giorni il tempo è grigio, non sembra neanche maggio, sembra di nuovo dicembre. Il dicembre appena passato. Il dicembre in cui, collezionando sconfitte, si pensò al cambio di allenatore.
Ma quelli buoni - come Delio Rossi, Mazzarri o Conte - nonostante avessero passato tutta l’estate in vacanza, avevano già trovato posto su una panchina, e allora si fece un nome veramente ma veramente grande: Hiddink.
Addirittura c’era già chi l’aveva visto a cena in una trattoria di Torino. Mentre lui, invece, era a rilassarsi in un hammam di Istanbul!
E si virò in basso, sempre più in basso, molto più in basso, e arrivò Zaccheroni!
Ma dopo questa disastrosa stagione si chiude la porta in faccia al projectò e si cambia regime.
Totalmente.
Da oggi, solo grandi nomi.
Lippi? No, lui no, e poi ci ha consigliato Grosso e Cannavaro, il suo tempo qui è ormai finito.
Capello? No, lui no, è troppo preso con la nazionale inglese, abbiamo bisogno di qualcuno che inizi a lavorare per noi immediatamente.
Sacchi? Seee, a quello gli piglia un coccolone solo all’idea di sedersi su una panchina.
Wenger? Sarebbe perfetto! Vincente e capace di costruire le squadre con i giovani e farle maturare. Ma lui sta bene dove sta e non ci pensa proprio a muoversi.
Benitez? E’ lui! Uno che ha alle spalle campionati e champions vinti, carismatico, grande conoscitore di calcio e parla benissimo italiano. Certo un po’ dispendioso, ma chi meglio di lui? E allora i giornali che giurano “è fatta!”, le liste della spesa già pronte, gli incontri tra gli avvocati, i soldi già accantonati in banca. E poi i “non so”, “forse rimango qui”, “aspettiamo ancora un pò”, “ma se c’è Marotta, che vengo a fare?”.
Bye bye señor Benitez.
E - come a dicembre - ci si abbassa di quota, si scende al livello inferiore.
Spalletti? Ma non è quello che è arrivato fino a Manchester per prenderne 7? Si ma è quello che diverse volte ha fatto 3 gol all’inter (che importa se ne prendeva 4!). Ormai sta in Russia, è difficile, vedremo.
Prandelli? Si, dai è Juventino. Della Valle non lo lascia. Certo che però non ha mai vinto niente. Tanto va in nazionale. E’ difficile, vedremo.
Allegri? Allenatore pluripremiato. Gioca con il trequartista. Ha fatto già esperienza in serie A. Potrebbe essere il nuovo Lippi? Il nuovo Trap? No no, il giovane l’abbiamo già provato l’anno scorso! Difficile, quasi impossibile.
E il mistero del mister si infittisce.
Ma ecco spuntare un nome che metterebbe tutti d’accordo: Luigi Del Neri!
L’uomo che, alla soglia dei 60 anni, ha alle spalle la bellezza di una promozione in serie A con il Chievo, una tranquilla salvezza con l’Atalanta e la (possibile) conquista di un preliminare di CL. L’uomo che quando ha trovato uno spogliatoio difficile ha avuto tante difficoltà, come a Roma o come al Porto dove è stato mandato via prima ancora di iniziare il campionato.
Ci manca solo che arrivando a Torino dica “Ora inizio a fare l’allenatore” e siamo a posto!
Sempre che lo capiate, perché io non ci riesco mai.
Ok, l’ho promesso, li lascio lavorare in pace.
Hai visto mai che riescano a stupirci senza usare gli effetti speciali!


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

domenica 28 marzo 2010

Juve-Atalanta. E la storia si ripete...



"Vogliamo dare una scossa alla squadra e mettere i giocatori davanti alle loro responsabilità. Contro l'Atalanta per noi era un "match ball" in chiave secondo posto".
Con queste parole Jean Claude Blanc spiegò alla stampa e ai tifosi bianconeri la scelta di Ciro Ferrara quale traghettatore della Juventus per le ultime partite dello scorso campionato. Servivano sei punti, vale a dire due vittorie, per arrivare secondi. Ferrara promise di chiederne sette ai giocatori. Era il 18 maggio 2009. Il giorno prima, all’Olimpico di Torino, si giocò Juventus-Atalanta, in uno stadio vuoto a causa della squalifica per i cori contro Balotelli.
Il risultato finale fu 2-2 (Iaquinta e Cristiano Zanetti per i bianconeri, Cigarini e Pellegrino per i bergamaschi).
Da Luis Carniglia a Claudio Ranieri: dal 1969 al 2009, quarant’anni di attesa per trovare un altro esonero in corso d’annata in casa Juventus, con l’aggravante di averlo fatto a due sole giornate dalla conclusione del torneo. Una società che aveva perso il controllo della situazione, lasciando l’allenatore solo di fronte alle critiche pesantissime e ad uno spogliatoio dove - da tempo - diversi giocatori importanti avevano perso il feeling con lui.
Un anno (calcistico) o dieci mesi (effettivi): si prenda l’unità di misura preferita, ma la sostanza è che la storia si è ripetuta. Un altro Juventus-Atalanta come cornice di un (nuovo) fallimento.
La storia è fatta di corsi e ricorsi: vale per i vincitori, ma anche per i vinti.
Vale per i vincenti, ma anche per i perdenti.

"Abbiamo deciso di affidare la guida della Juventus a Ciro Ferrara dopo gli ultimi risultati, in particolare dopo il pareggio contro l'Atalanta. Una scelta ponderata, condivisa da società, cda e proprietà. In queste ultime due giornate ci giochiamo questa e un pezzo della prossima stagione, siamo consapevoli che non sarà facile per Ciro, ma la sua missione è conquistare la qualificazione diretta in Champions".
Solo in campionato, compreso l’incontro giocato con l’Atalanta, la Juventus veniva da 6 pareggi e una sconfitta nelle ultime sette gare giocate. C’era il pericolo di essere scavalcati da Fiorentina e/o Genoa (quello di Milito e Thiago Motta), e di dover arrivare in Champions League passando per i preliminari. Quelli che oggi, se raggiunti, rappresenterebbero un sogno diventato realtà.

Blanc: "Sappiamo che mandare via un allenatore non rientra nello stile Juve, l'ultimo esonero a stagione in corso risale al 1969. Ma da 3 anni siamo in una situazione diversa dal passato. Non è nemmeno stile Juve giocare i preliminari di Champions e finire le stagioni in questo modo".
Quest’anno, invece, si è riusciti a fare decisamente peggio…
L’accesso diretto alla massima competizione europea veniva considerato come la garanzia di poter disporre del denaro liquido necessario a rinforzare ulteriormente la squadra. Quel denaro, poi, investito - soprattutto - negli acquisti di Diego e Felipe Melo.

Giovedì 25 marzo 2010. Blanc: "Siamo ancora in ballo (per i preliminari di Champions League), ma una società gestita in modo professionale e oculato potrebbe, in teoria, gestire anche una eventuale esclusione".
John Elkann, il giorno dopo: "Manca grinta a tutti i livelli, bisogna reagire (allusione al quarto posto) per costruire una Juventus più forte".
Delle due, l’una: o i soldi si investono comunque (a prescindere dalla posizione al termine dell’attuale campionato), oppure la Juventus è vicina ad un vero e proprio (temporaneo) ridimensionamento.

A parlare, questa volta in questo articolo, non è chi scrive, ma chi promette. E illude. O pensa di farlo. Perché chi si sente tradito nell’amore, non dimentica.
Le frasi pronunciate da parte di chi occupa posizioni importanti in seno alla Juventus non sono mai parole buttate al vento: rimangono scolpite nella memoria dei tifosi. Dura come la pietra. Solo in campionato: 11 sconfitte in 30 partite. Questi sono i fatti. E’ difficile parlare di tattica, quando da mesi hai un mediano pagato a peso d’oro che viene messo a fare il regista e quando anche i muri hanno capito che il rombo a centrocampo, con i giocatori a disposizione, non funziona. E’ impensabile parlare di condizione fisica, quando i calciatori delle altre squadre dimostrano di correre (almeno) il doppio di quelli bianconeri. E’ fastidioso discutere di infortuni, quando ormai quelli non fanno neanche più notizia. Non te la puoi neanche prendere con l’allenatore, perché hai un "traghettatore".

L’invito a proprietà e dirigenza è quello di scendere in campo, domenica, qualche minuto prima dell’inizio della gara, ed osservare gli spalti intorno a loro. Anche questa volta, così come accadde lo scorso 17 maggio 2009, alcuni settori dello stadio saranno vuoti. Per scelta, non per costrizione.
Il progetto nato a Marrakech, il lontano 31 dicembre 2004, è finalmente giunto a compimento. A chi li seguirà, poi, verso l’uscita dello stadio, si rivolge l’invito a voler chiudere la porta dietro di loro. A chiave. A doppia mandata.
Per non avere, il prossimo anno, un altro Juventus-Atalanta come contorno di un (nuovo) fallimento.
La Juventus tornerà ad essere grande. E’ solo questione di tempo. Lo vuole la storia, lo impone il blasone, lo reclama l’immenso bacino d’utenza dei tifosi. "Quando" accadrà, dipenderà solo da "quando" cambieranno le persone al suo timone. "Prima" accadrà, meglio sarà. Per tutti.


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 18 marzo 2010

Grygera, Melo e la voglia di una Juve vincente


Dieci minuti di ottimo calcio. Poi: rilassatezza e black out mentale, prima ancora che fisico (il giovedì precedente c’era stato l’incontro di andata con il Fulham). Così con il Siena sono stati buttati via altri due punti, e con essi la possibilità (mancata) di superare il Palermo in classifica e avvicinare la Roma. Quella col fiatone vista in queste ultime giornate di campionato. Ma l’assurdità di quanto si è vissuto domenica con i toscani è rappresentata dalla portata dell’evento: tre goals recuperati in casa dall’ultima in classifica.

"Mi ha sorpreso Grygera. E' davvero forte". Felipe Melo pronunciò queste parole il 12 agosto 2009, davanti a Luca Calamai (giornalista della "Gazzetta dello Sport"), nel corso di un’intervista rilasciata a Tallinn, sede dell’amichevole giocata tra la nazionale estone e quella brasiliana.
Parole che fanno ridere amaro (per non dire piangere) ripensando a quanto accaduto all’Olimpico nel corso dell’ultima giornata di campionato. Il difensore ceco è stato il principale colpevole (ed "esecutore materiale", in occasione del primo goal subito) della rimonta patita dalla Juventus; il centrocampista brasiliano, nel contempo, ha risposto da par suo ai fischi dei tifosi.

Di Grygera non stupiscono gli errori o i limiti tecnici: per i primi, originati anche da improvvise amnesie, ci si era già abituati da tempo (basti pensare al passaggio al palermitano Budan in occasione del secondo goal all’Olimpico il 28 febbraio scorso, giusto per fare un esempio); per i secondi, era bastato un anno di convivenza (il primo trascorso a Torino) per non avere più dubbi in merito. Capita di sbagliare degli acquisti, anche alle migliori dirigenze. Poi, però, bisogna anche porvi rimedio. Senza farsi prendere dalle malinconie (perché si è ceduto Balzaretti? Perché si è bocciato Criscito senza appello?), e con la consapevolezza che quello dei laterali difensivi è (e rimane) un problema irrisolto da quattro anni a questa parte. Dal 2006, naturalmente.

Accolto dai tifosi con un entusiasmo (quasi) superiore a quello del connazionale Diego, l’acquisto di Felipe Melo si è rivelato dopo poco tempo un azzardo della dirigenza juventina: prezzo altissimo, un ruolo che avrebbe dovuto coprire in campo diverso da quello a lui consono (regista invece di mediano). Due ostacoli non facili da superare, anche per un neo titolare della nazionale verdeoro. Critiche su critiche, partita dopo partita: poi, dopo tanto, l’esplosione di rabbia. Le sue prestazioni hanno finito col rivalutare l’acquisto dell’anno precedente di Poulsen: un altro mediano preso per fare il regista. Un altro errore della dirigenza, caduto - in primis - sulle spalle degli stessi calciatori. Che poi, non solo per colpe loro, non riescono a rispondere sul campo. Di questo passo, se qualcosa non cambierà nei vertici societari, la prossima estate un nuovo giocatore (sbagliato) verrà preso dopo averne inseguito un altro con le caratteristiche che sarebbero servite a questa squadra. E finirà, a sua volta, per far rivalutare (per quanto possibile) l’acquisto di Felipe Melo. A meno che, nel frattempo, non abbia già lasciato la Juventus.

E ai tifosi juventini, da quelli che frequentano lo stadio Olimpico a quelli seduti in poltrona davanti alla televisione, da quelli attaccati alla cara vecchia radiolina sino ad arrivare a quelli incollati al monitor di un computer, non rimarrà che ingoiare l’ennesimo boccone amaro, frutto di decisioni sbagliate in partenza cui è difficile poi rimediare in corso d’opera. Litigando anche tra di loro, come già sta accadendo, dimenticandosi di essere tutti fratelli, figli di un unico grande amore. Da chi se la prende con chi contesta allo stadio, non accorgendosi - forse - che all’interno delle quattro mura si dicono anche cose peggiori, a chi lamenta che è facile far danzare le dita sulle tastiere dei computer, senza sopportare gli sforzi di chi è sempre in prima linea per seguire le sorti della squadra.
Molti, tra coloro i quali frequentano gli spalti dell’Olimpico, provengono da località diverse da Torino. C’è chi si carica sulle spalle centinaia di chilometri pur di veder giocare la Juventus, compiendo rinunce anzitutto a livello economico (per non dire di quelle personali) pur di passare una domenica accanto alla squadra del cuore. E se è vero come è vero che anche il pubblico italiano dovrebbe assumere un po’ di quella mentalità sportiva che manca alla nostra cultura, e che certi cori non possono essere giustificati (ma neanche stravolti dai media, in alcuni casi), è pur vero che da chi era abituato a vedere le pennellate di Platini, le veroniche di Zidane o le geometrie di Paulo Sousa o Emerson, ha tutti i motivi per lamentarsi di una squadra che da quattro anni non riesce a fare cinque o sei passaggi di fila nel corso di una partita. Se non in verticale, tra difensori, nell’ambito di una fase di palleggio della partita. Si finisce col discutere, come accade (anche) nelle migliori le famiglie, quando le cose non vanno bene. Nella speranza di poter tornare presto a gioire tutti insieme.

La Juventus di Ciro Ferrara era malata. Questa di Zaccheroni è in convalescenza. Lo era prima della gara con il Siena, lo sarà anche dopo. E’ stata costruita male in estate, e pur avendo a disposizione un undici di base di ottimo livello, i continui infortuni ne hanno minato le certezze prima, e i risultati poi. E non sarà certo un’Europa League (magari) vinta quest’anno a cambiare le valutazioni finali.
Mentre si parla di un allenatore da scegliere (o confermare) per un nuovo - ennesimo - corso, i tifosi chiedono di fare alla svelta. Perché mentre si ascoltano promesse, gli altri comprano, incassano e vincono. Perché le squadre si iniziano a costruire da ora. Così come le dirigenze che devono plasmarle. E chi ha già ampiamente dimostrato di non essere in grado di reggere certe responsabilità, è pregato di prendere la porta e andarsene. Per loro è sempre aperta. Sarebbe il primo vero passo per il ritorno di una Juventus vincente.
Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 13 marzo 2010

Verso il quarto posto con le bocche cucite


La zuccata di Legrottaglie, il missile di Zebina, il flipper di Trezeguet (forse con l’involontaria sponda di Salihamidzic): tre goals, tre indizi che fanno una prova. La Juventus è più forte del Fulham: lo si sapeva, ma visto e considerato che tutte le "regole non scritte" del mondo bianconero sono state stravolte in quella che sino a poco tempo fa aveva i contorni di una delle annate più disgraziate della storia juventina, era necessaria una verifica sul campo.
Senza il tiro (sbilenco) di Etuhu, deviato involontariamente da Legrottaglie (sempre lui), la pratica della qualificazione ai quarti di finale di Europa League poteva considerarsi conclusa ancor prima di imbarcarsi per l’Inghilterra per giocare la gara di ritorno.
Ora qualche pensiero rimane. Così come la consapevolezza che il peggio è alle spalle, ma la completa guarigione ancora non è avvenuta.
Deluso Mr. Hodgson, allenatore del Fulham, per non essere riuscito ad accontentare Massimo Moratti che - nelle ore precedenti l’incontro - gli aveva augurato di disputare una grandissima partita. Alla faccia del tifo degli italiani per le squadre italiane in Europa: lo vorrebbe lo spirito sportivo, lo richiede il ranking UEFA, non lo fa (quasi) mai nessuno. Fuori anche Fiorentina e Milan: rimangono Inter e Juventus (seppur in competizioni diverse). Sempre loro. Per ora…

Il siluro di Robben (talento e muscoli cristallini) rende vani i goals di Vargas e Jovetic. Ma le colpe, per il popolo viola, rimangono di Platini (presidente UEFA) e Ovrebo, l’arbitro che nella gara di andata (in Germania) convalidò la rete in netto fuorigioco di Klose. Goal, poi, risultato decisivo per la qualificazione al turno successivo.
Per la cronaca: si tratta anche dello stesso fischietto che non vide una marcatura in fuorigioco di Plasil nel pareggio interno tra Juventus e Bordeaux (15 settembre 2009). Era la prima partita del gironcino, ma non si protestò così tanto: lo stile-simpatia, introdotto quattro anni fa nel quartier generale bianconero, lo impediva. Larghi sorrisi e avanti: verso la prossima sconfitta.

Eliminato il Milan: i quattro ceffoni di mercoledì sera si sono uniti ai tre della gara di andata. Addio Europa, senza recriminazioni alcune: le assenze di Nesta e Pato non bastano a giustificare queste figure.
Sconfitte che si uniscono a quelle del recente passato, e che coinvolgono il calcio italiano in generale, in lento declino in attesa di una ripresa (ad oggi) non ancora prevista. Meno introiti, mancanza di programmazioni a lunga scadenza, troppo interesse verso la spartizione dei soldi rimasti, poco impegno verso la costruzione di stadi di proprietà,… E Calciopoli. Voluta? Ecco il conto.
L’eliminazione del "gigante" Real Madrid non deve trarre in inganno: in rosa ci sono sempre fior di campioni e il futuro è già disegnato. Uscita precoce in coppa, Liga difficile da vincere (c’è sempre un certo Barcellona "in casa" con cui competere): si tratta soltanto di aspettare il "manico" giusto, l’uomo che potrà riportare quell’equilibrio in campo che in passato diede un certo Fabio Capello. Potrebbe trattarsi di Mourinho, se la proprietà spagnola non ascolterà le voci dei tifosi (che ancora terrebbero Pellegrini). Ma ci sono più di 250 milioni di euro di investimenti (in una sola estate) da far fruttare. Al più presto. Più quelli che verranno spesi in futuro.

Tonfo dell’Inter in campionato. Nell’anticipo (dell’anticipo) del venerdì, Mascara e il suo cucchiaio cucinano un recupero che annulla la rete iniziale di Milito. Isterica contro la Sampdoria prima della gara di andata contro il Chelsea, stralunata al "Massimino" prima di quella del ritorno allo "Stamford Bridge". Mentre Balotelli inizia a preparare il suo addio facendosi assistere da Mino Raiola (il procuratore di Ibrahimovic), il Milan intravede la possibilità di portarsi a -1 dai nerazzurri (in caso di vittoria nel posticipo serale contro il Chievo). Ma la perdita di Nesta è più grave della battuta d’arresto degli uomini di Mourihno: si trattava di una delle due (sole) travi sulle quali si basava la difesa di un Milan votato all’offensiva per necessità. Ora rimarrà al solo (e bravo) Thiago Silva il compito di fronteggiare, aiutato dal compagno di turno, l’urto degli attacchi avversari. In una squadra troppo sbilanciata per vincere un campionato che vede solitamente primeggiare la più regolare.

Alla Juventus uno dei compiti all’apparenza più facili: il Siena in casa, ultimo in classifica. Squadra che il 9 gennaio, contro l’Inter al Meazza, giocò una grande partita. Persa, poi, per 4-3. Nella stessa giornata in cui la Juventus cedette per 3-0 all’Olimpico contro il Milan, quasi alla fine del periodo-Ferrara. Formazione, quindi, da prendere con le molle. Ora che la porta avversaria non sembra più essere grande come una piccola fessura, ma torna ad assomigliare ad un bersaglio da centrare con maggiore regolarità, un calo di concentrazione potrebbe diventare letale per le rinnovate ambizioni della squadra di Zaccheroni.
Ambizioni che, se confermate dai risultati, potrebbero convincere la proprietà ad investire cifre importanti nella prossima finestra del mercato estivo: si parla di un importo che oscilla tra i 50 e gli 80 milioni di euro. Indispensabili, per chi si deve sedere a trattare con le altre società per acquisti importanti.
Inutili, se dati in mano alle persone sbagliate. Ci pensi, John Elkann, se sarà ancora lui a tenere in mano le redini della Juventus.
Sino a quel momento: bocche cucite. Vale per tutti. Inutile parlare del terzo posto in classifica: ad oggi, quella, vede i bianconeri in quinta posizione. Giusto per non dimenticare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 10 marzo 2010

La Juve tra Zaccheroni, Candreva e... Mr. Hodgson



"Zaccheroni ha un contratto fino a giugno, ma saremmo felici se ci mettesse in difficoltà: è ancora tutto da decidere". Così parlò Roberto Bettega il 18 febbraio scorso, all’alba della partita di andata dei sedicesimi di finale di Europa League tra Ajax e Juventus, in programma ad Amsterdam.
Hiddink e Benitez le scelte più prestigiose per il dopo-Ferrara; Roberto Mancini un’illusione (onerosa e fantasiosa) durata lo spazio di pochi giorni; quello con Claudio Gentile il vero ballottaggio che, una volta vinto, consegnò ad Alberto Zaccheroni una delle panchine più ambite del mondo.
Il ruolo? Traghettatore. Una via di mezzo tra allenatore e psicologo; una posizione dove le responsabilità non mancano, ma dove gli errori hanno comunque un "inizio" precedente rispetto al tuo arrivo; come impegno l’obiettivo di salvare il salvabile, portando la barca a destinazione con il minor danno possibile.
Poi: una stretta di mano, un "grazie" e un "arrivederci". Forse.

Il solo fatto che al "traghettatore" venisse concessa la possibilità, a parole, di potersi giocare qualche chance per la conferma nella stagione successiva (la prossima) alla guida della Juventus (da "allenatore"), venne visto come un altro, ulteriore segno di ridimensionamento della Vecchia Signora. Come se non fossero bastate una stagione disastrosa nata da un’idea estiva che aveva comunque sollecitato qualche fantasia, le promesse mancate e le continue incertezze sul futuro della società prima ancora che della squadra. Il primo tassello da sistemare, quello dell’allenatore, dava l’idea di una scelta dettata da una volontà di (ulteriore) ridimensionamento. Invece…

Buonsenso, esperienza, concretezza, ricerca di nuove soluzioni adatte alla squadra piuttosto che agli schemi prediletti, sprazzi di gioco in un deserto arido da mesi, risultati: in poco meno di un mese, molto (quasi tutto) è cambiato. La certificazione della bontà della scelta compiuta è rappresentata dalle dichiarazioni in difesa della "sua" Juventus, in relazione alle recenti polemiche sugli arbitraggi. Quelle che rappresentano la regola: prima del 2006 e dopo. In pratica: da sempre. Con una differenza: prima c’era chi la sapeva proteggere.

Prandelli, Gasperini, Allegri, Giampaolo, (ancora) Benitez,…. Nomi che vanno e vengono, una scelta da compiere in funzione di un’idea vincente.
Scelta che non potrà basarsi sul banale "non ha mai vinto prima" oppure "ha parlato male della Juventus".
Se questo fosse stato il metro di valutazione applicato nel passato, in bianconero non sarebbero mai arrivati tre dei più grandi allenatori della storia del calcio: Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi, Fabio Capello.
Tra chi "non era nessuno" (come mister) prima di approdare a Torino, a chi si scagliava con forza contro i "gesuiti" che non "avrebbe mai allenato".
La forza di una società vincente è rappresentata dalla scelta di un gruppo dirigenziale funzionale all’unico obiettivo posto: vincere. Il fallimento della Juventus attuale è frutto proprio degli errori compiuti in questo senso.
Nel perseguire gli scopi vanno poi individuati i giusti protagonisti, tra i quali l’allenatore. Solo chi ha "veramente" competenza è in grado di scegliere la persona adatta (sia dal punto di vista umano che tecnico) a questo compito, a cui consegnare una fuoriserie: perché con una macchina di piccola cilindrata non si va da nessuna parte. Chiunque si trovi alla sua guida.
Scelta che, comunque, potrebbe anche portare alla conferma dello stesso Zaccheroni: di diritto (acquisito) giustamente entrato nella rosa dei candidati.

"E’ lui l’uomo giusto per uscire dalla crisi". Non appena la trattativa per l’acquisto di Antonio Candreva si concluse, le prime parole che Roberto Bettega (ancora lui) spese per il giovane talento furono queste.
Ci si trovava quasi al termine dell’era-Ferrara, e non si poteva intervenire in maniera massiccia sul mercato: per la difficoltà nell’acquistare giocatori in quel momento della stagione; perché l’allenatore sarebbe cambiato a breve; perché di soldi ne erano già stati spesi l’estate prima; perché c’era un bilancio sano da rendere splendido in vista dell’introduzione prossima-futura del famoso "fair play finanziario". Quello che era nei progetti (e nei sogni) di Jean Claude Blanc, nelle promesse di Platini e che rimane tuttora nelle convinzioni dei gestori del sito della Juventus (guardate che non partirà prima del 2015… Almeno…).
Tra Paolucci (tornato a Torino) e Lanzafame per l’attacco, la scelta migliore poteva essere… Immobile. Il "giovane" Ariaudo, con tutta probabilità, avrebbe meritato più fiducia del "vecchio" Cannavaro. Ekdal, a centrocampo, (forse) sarebbe servito da subito. Poi, però, arrivò lui: Antonio Candreva. Dopo le prime titubanze, pian pianino ha iniziato a prendere confidenza con i compagni e l’ambiente, sino a diventare un elemento importante. Si tratta di uno dei pochi giocatori in grado di unire la quantità alla qualità, concedendo allo stesso Zaccheroni la possibilità di inserirlo in ruoli diversi, cambiando - così - più volte il "vestito" della Vecchia Signora.

Che adesso ripartirà giovedì, per un cammino europeo che inizia a destare i primi interessi: la fame di vittorie, bruscamente interrotta nel 2006, è tanta. Ripartire con una Europa League può essere il giusto viatico per riprendere confidenza con l’unica lingua conosciuta dalle parti di Torino: quella della vittoria.
Avversario il Fulham, allenato da una vecchia conoscenza del calcio nostrano: Mr. Roy Hodgson. L’uomo per cui "Pistone era meglio di Roberto Carlos". Un "promemoria", l’ennesima riprova che gli scudetti - prima di Calciopoli - si vincevano e si perdevano sul campo. Altro che storie…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 6 marzo 2010

Per una volta...


Cesare Prandelli tra Felipe Melo e il richiamo della Juve


Interrotto il cammino intrapreso con Zaccheroni, la Juventus deve rialzarsi e riprendere a vincere. Da subito. Perché se è vero che l’andatura di chi occupa le posizioni della parte medio-alta della classifica non è spedita come quella di chi la comanda, è altrettanto vero che le altre squadre non possono più aspettare i bianconeri: nonostante le 9 sconfitte accumulate sotto la guida dei due mister (8 con Ferrara), la Juventus è ancora in corsa per il quarto posto. A patto che la smetta di fare passi falsi. A cominciare da Firenze.

Dove si ritroveranno di fronte (dopo la gara del girone di andata) Felipe Melo e Prandelli. Questa volta in Toscana. Nella città che ha accolto il brasiliano lo scorso anno (accompagnandolo nel suo praticantato nel campionato italiano) e che ha adottato l’allenatore, stringendosi attorno a lui nel momento più difficile della sua vita extra-calcistica.
"No, consigli non ne voglio dare. Vi dico però che noi l'anno scorso avevamo creato un gioco che per Melo era possibile: non è un regista, ha visione ma non abbastanza. E così avevamo creato meccanismi di gioco facendolo giocare come mezzo destro del 4-2-3-1, con movimenti delle ali che facilitavano il suo gioco". Queste le opinioni espresse da Prandelli, lo scorso fine novembre, in merito al difficile ambientamento di Felipe Melo a Torino. Consigli (a Ferrara) non ne voleva dare, ma le sue indicazioni non sarebbero dovute passare inosservate: ecco come ci si comporta quando si vuol far rendere al massimo un calciatore. Lo si inserisce negli schemi di una squadra e, se non dovesse rendere al meglio, ci si interroga sui "perché". Prima di bocciarlo e cederlo a prezzo di saldo. Titolare nel Brasile, guidato da un Ct (Dunga) che - in alcuni frangenti - si rivede in quel giocatore. Venduto dai viola ad un prezzo altissimo (si tratta pur sempre di un mediano), tuttora ricercato da grandi squadre europee. Lasciato tra le braccia di chi cercava un regista e si è trovato un altro tipo di centrocampista: normale, per chi non è in grado di distinguere il prato verde del torneo di Wimbledon da quello del terreno di gioco dello stadio Olimpico.

Cremonese e Atalanta, prima di fare il grande salto verso la Juventus: così nacque (e maturò) il Prandelli calciatore. Quello che arrivò nella Torino dei fine anni settanta era un calciatore duttile come lo sarebbe diventato da allenatore. In panchina, effettivamente, trascorse la gran parte delle stagioni in maglia bianconera. Davanti a sé il Trap, dal quale aspettava un segnale per andare a riscaldarsi. Ed entrare quando la storia della partita, in buona parte, era già stata scritta: si trattava di mettere la firma o cambiarne il finale. Centrocampista, difensore: buono all’uso. Di quella adattabilità alle diverse situazioni ne ha fatto tesoro per la carriera successiva.
Tornato all’Atalanta, appese - dopo pochi anni - le scarpette al chiodo, chiudendo - di fatto - la sua prima vita dentro il mondo del calcio. Dopo aver raccolto scudetti (3) e coppe (Campioni, delle Coppe, Supercoppa Europea e Italia), il tutto con la maglia bianconera addosso.

Iniziò ad allenare a Bergamo, nel settore giovanile: un torneo di Viareggio, vinto nel 1993, fu il trampolino di lancio per il calcio professionistico. Lecce, Verona (1° in serie B nel 1999), Venezia e Parma. Qui continuò il suo lavoro sui giovani, forze fresche che dovevano sostituire quei campioni (Cannavaro, Thuram, Buffon, Crespo, Veron, Chiesa, …) che - poco alla volta - stavano abbandonando quella che era considerata, da anni, un’isola (calcistica) felice. Due volte al quinto posto, con gli attacchi prolifici di Mutu e Adriano (18 e 15 reti) e con Gilardino (23 goals), rimasto orfano del brasiliano passato a metà stagione all’Inter (Mutu si accasò al Chelsea).

Dopo, il salto alla Roma. Nel 2004. E la scelta di vita: abbandonare il calcio per stare accanto alla moglie gravemente malata. Non iniziò neanche il campionato alla guida dei giallorossi: l’altro, il suo, era più importante. Senza ombra di dubbio. L’anno successivo il ritorno in panchina, a Firenze. Da quel momento in poi, è storia attuale: dal Toni capocannoniere del 2006 (31 reti) al ritorno di Mutu, dal lancio di Montolivo all’addio a Pazzini, dall’arrivo di Jovetic al rilancio di Gilardino ai riconoscimenti personali del mondo del calcio per il suo lavoro. Tutto sempre puntando sui giovani, seguendo un progetto (vero) disegnato dai Della Valle e messo in pratica da Pantaleo Corvino. L’approdo in Champions League, il richiamo della Juventus: leggero nell’ottobre 2008 (primo vero periodo di crisi di Claudio Ranieri), più intenso l’anno successivo (arrivò Ciro Ferrara), forte e chiaro oggi.
Una scelta di vita da compiere. Un’altra, senza Manuela. Nel dicembre del 2007 lasciò Cesare a portare avanti la crescita dei due figli. Giovani, anche loro. Come quelli che hanno caratterizzato la vita calcistica di Prandelli. Tre strade: continuare in viola, approdare nella nazionale maggiore, tornare alla Juventus.

A Torino, trent’anni dopo, con Bettega alle porte della città ad aspettarlo, se la Juventus tornerà ad essere la Vecchia Signora. Con un altro proprietario ed altri dirigenti in grado di ricostruirla come quando lui era in panchina, ad aspettare un segnale dal Trap.
Ora che si è rifatta bella dopo le Olimpiadi invernali del 2006 e che si sta mettendo il trucco per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011), il capoluogo piemontese ha perso il gioiello più luminoso da esporre: la Juventus. Questione di tempo, tornerà.
Piazza San Carlo è pronta ad essere inondata di tifosi bianconeri, come una volta.
Con Cesare alla guida dei bianconeri, magari.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 27 febbraio 2010

Verso Juventus-Palermo. E sull'onestà di Mourinho…


"Non alleno i singoli, ma il gruppo: conta il noi, non l’io". Così Alberto Zaccheroni ha spiegato, nell’immediato dopo partita, la (nuova) sostituzione di Diego durante l’incontro con l’Ajax di giovedì scorso. Più di venti minuti ancora da giocare: meglio utilizzarli per ricaricare i (deboli) muscoli di Camoranesi, e lasciare che il centrocampista brasiliano percorresse arrabbiato la strada che porta agli spogliatoi.
Diego come il giocatore che dovrebbe far compiere il salto di qualità alla squadra, farle cambiare il passo quando necessario, risultare decisivo e spostare gli equilibri di un campionato: è il destino dei grandi. La tecnica c’è, lo spirito di sacrificio pure. Ma non basta. La confusione tattica e psicologica della squadra, ad oggi, lo ha penalizzato oltremisura. Ma chi deve iniziare a cambiare registro è lui per primo: sostando là dove il tecnico (Zaccheroni ora, ma anche Ferrara prima) gli chiede di stare e facendo scorrere il pallone il più possibile. Evitando di tenerlo incollato al piede e di girare intorno a se stesso più di quanto non sia necessario.

E’ con il gruppo che si va avanti: quello che ha perso tutto il possibile nei mesi scorsi e che si sta lentamente ritrovando. Ad ora, sono state scalate alcune posizioni di classifica in Italia (sino a tornare al quarto posto) e sono stati raggiunti gli ottavi di finale dell’Europa League. Poi, si vedrà.
Sistemata la pratica-Ajax: l’assenza del talento di Suarez, unito ad un risultato d’andata favorevolissimo, hanno aiutato. La ritrovata inviolabilità della porta bianconera, ha fatto il resto.
Staffetta Trezeguet-Amauri: per un attaccante che guarisce, ce n’è un altro che si fa male (Iaquinta, intanto, continua ad allenarsi). Prima dell’incontro era stata la volta del portiere (Buffon). Dopo, quella dei muscoli di seta di Camoranesi, raffinati come le sue giocate.
Appuntamento all’11 di marzo con il Fulham (Europa League). Non si guardi oltre: alla giornata, si deve continuare a vivere alla giornata. Quest’anno è così. Ora, solo campionato.

Una vittoria contro il Palermo, domenica sera, per staccare in classifica i rosanero (dietro ad un punto). Nell’attesa della giornata più importante, tra le ultime: la prossima, quella che vedrà - sabato - gli scontri tra Fiorentina e Juventus al pomeriggio e Roma e Milan alla sera. Campionato che è ancora lontano dal terminare, con una classifica che - grazie ai recuperi infrasettimanali - da virtuale è diventata "reale": Milan a meno 4 dai nerazzurri; Roma, sempre a 5 punti. Ma se i giallorossi dovranno risollevarsi alla svelta dopo l’eliminazione in Europa League (doppio black out con i greci del Panathinaikos, andata e ritorno; vedremo a fine anno in quanti rimpiangeranno ancora Ranieri) prima di lanciare il guanto di sfida ai nerazzurri, i rossoneri proveranno ad infastidire la capolista sino a quando il Pato o l’Huntelaar di turno (complimenti per il gesto di mercoledì) non risolveranno gli incontri a loro favore all’ultimo momento. Così come è accaduto a Firenze, dove i Della Valle scoprono di dare fastidio "a qualcuno" (chi è causa del suo Mutu, pianga se stesso…).
Il tutto mentre a Milano, da sabato scorso a mercoledì, sono andati persi i fazzoletti bianchi agitati in segno di protesta per aver avuto, una volta tanto, un "arbitro che arbitrasse" (Tagliavento). Tal Mejuto Gonzalez non vede il rigore di Motta su Ivanovic (Chelsea) e rigore più espulsione di Samuel su Kalou; l’Inter vince in undici e Mourinho, non sapendo stavolta a chi fare il segno delle manette, tira in ballo la Calciopoli italiana.

Potenza di un’onestà interiore cresciuta in Portogallo, dove - nel 2004 - se la prese con il giocatore dello Sporting Lisbona Rui Jorge, al quale "confidò" che gli sarebbe piaciuto vederlo morto in campo, da allenatore di una squadra (il Porto) il cui presidente Pinto da Costa avrebbe avuto da insegnare al "peggior Moggi" ipotizzabile per un tifoso interista. Onestà che maturò in Inghilterra, al Chelsea, quando (nel 2005) - tacciando di altri episodi (la lista sarebbe lunga) - affrontando il Barcellona in Champions League accusò l’arbitro Frisk di aver parlato durante l’intervallo con l’allora tecnico dei blaugrana Frank Rijkaard. A causa di questo, la giacchetta nera ricevette minacce di morte da parte dei sostenitori inglesi, e fu costretto a ritirarsi dall’attività. Onesto in mezzo ad un popolo di disonesti: non sarà certo l’Italia, vista da Appiano Gentile, che lo cambierà. Così come è arrivato, se ne andrà. Con la speranza, nel frattempo, di riuscire a strappare qualche altro milione in più da Moratti alla voce ingaggio, inventandosi altri interessamenti del Real Madrid nei suoi confronti.
Non è colpa degli italiani, però, se ha scelto di allenare l’Inter…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



Futuro con Zac?



E’ già partito il tormentone.
Sono bastate un paio di vittorie, e molti blog hanno deciso di inserire lo stesso sondaggio “A fine stagione confermare Zaccheroni?”.
Capisco la volubilità del tifoso, che un mese fa ha storto la bocca per l’arrivo del tecnico di Cesenatico ed ora è pronto a gettarsi nel fuoco per lui. Però credo che questo dovrebbe essere un discorso da fare solamente ad obiettivi raggiunti. Ma non solo. Per essere riconfermato, Zac dovrebbero raggiungere quei traguardi convincendoci.
Da quando il nuovo allenatore s’è seduto sulla panchina della Juve, la squadra non ha più perso è vero, ma come ha vinto?
Da qualche parte è venuto fuori il famoso “cul de zac” che, per quanto dote immensamente importante, non può essere la sola a cui affidarsi.
Per carità, Zac sta facendo un buon lavoro, soprattutto dal punto di vista psicologico. La squadra è riuscita finalmente a capovolgere anche dei risultati! E per quanto Sissoko definisca il tecnico un “genio”, io di buon calcio ancora non ne ho visto.
Sono le sbandierate vittorie con il Genoa, con l’Ajax ad Amsterdam e con il Bologna che già fanno parlare di riconferma. Allora andiamo velocemente a riviverle.
Con il Genoa s’è vinto grazie ad un rigore molto generosamente regalatoci dall’arbitro. Ad Amsterdam, dove non abbiamo certo trovato l’Ajax di Johan Cruyff, abbiamo rischiato, subendo un palo clamoroso e giocato piuttosto male, salvati dalle prodezze del capitano. E sempre Del Piero s’è caricato sulle spalle la squadra contro il Bologna, che con i suoi attaccanti ci ha graziato diverse volte, due pali compresi.
E per ultimo ricordiamo anche la partita di ieri, che ci ha regalato il passaggio del turno in Europa League.
Premesso che è ovvio che non si può dimenticare che sarebbe stata comunque una partita di contenimento - pensando non solo al risultato positivo dell’andata, ma soprattutto a risparmiare energie per l’incontro di domenica con il Palermo, nostra diretta rivale di classifica - però ….che squallore!
Giusto un paio di azioni da gol sempre e solo da calcio da fermo! (e lo so che qui Giuliano rimarcherà, a ragione, che mancano le ali!!!). Un centrocampo mai, mai, propositivo, e nel secondo tempo 46 minuti – su 48! – praticamente fermi ai nostri 16 metri.
Badate, che non sto bocciando già ora il lavoro di Zaccheroni. Anche perché pure il materiale umano su cui lavorare forse va tanticchia rivisto. Probabilmente con un po’ più di tempo riusciremo a vedere una squadra brillante, sicura in difesa, che non prende goals, e che magari con tre passaggi e in pochi secondi si ritrova pericolosamente nell’area avversaria. Ma ora non è così - e per carità accontentiamoci! – però mi pare eccessivo considerare ora queste vittorie un lasciapassare sufficiente per la riconferma del tecnico.
Per favore chiudiamo questi sondaggi e parliamone a tempo debito.

P.S.: mi auguro che nel frattempo la società abbia fatto una multa di almeno 50.000 € a Felipe Melo. Magari la prossima volta ci pensa, da diffidato, ad andare a ridere in faccia all’arbitro, dopo che ci ha dato una punizione a favore e non per un fallo subito da lui!


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

giovedì 25 febbraio 2010

Per un futuro degno del passato


"Quella contro il Racing Santander è stata la peggior partita del Barcellona sotto la gestione Guardiola". Parole e musica di Johan Cruyff. Il direttore d’orchestra che incassa i fischi è il giovane "Pep", suo giocatore ai tempi in cui era l’olandese a guidare i blaugrana dalla panchina. L’incontro, per la cronaca, è finito 4-0 per il Barça. Ciononostante il mister accetta, senza nessuna sceneggiata, la dura critica. Coppa del Re, campionato spagnolo, Champions League, Supercoppa di Spagna, Supercoppa UEFA, Mondiale per club: da maggio a dicembre del 2009, sei trofei vinti in sette mesi. Chapeau: per la classe dimostrata nelle vittorie e nell’accettare le osservazioni. Non è tutto oro quello che luccica (negli altri paesi): ma c’è da imparare. E sino a quando ci saranno esempi sbagliati, nel nostro campionato si continuerà ad indietreggiare come i gamberi. Guardiola, inoltre, come i Trapattoni, i Lippi e i Capello bianconeri: non ci si deve mai accontentare.

Si chiama Europa League, non è la Champions League: meno introiti, meno fascino, musica diversa. Porta prestigio, per chi la vince: non come la coppa "vera", però. Quella dalle "grandi orecchie". Quella che ti pone in cima al Vecchio Continente, che ti fa guardare gli altri dall’alto verso il basso e che ti permette di realizzare un "filotto": finale per la Supercoppa UEFA e partecipazione al Mondiale per Club. Supercoppa UEFA, peraltro, che si gioca con la vincente dell’Europa League. A furia di piangere su quello che poteva essere e non è stato, forse, ci si è dimenticati di questo particolare.

Non ci si deve accontentare del 2-1 sull’Ajax a domicilio (il loro): è troppo pericoloso. Bisogna giocare per vincere, anche se una sconfitta di misura (1-0) garantirebbe ugualmente il passaggio al turno successivo. Questa squadra, al momento, non è in grado di gestire una singola partita: figuriamoci due (andata e ritorno). Comunque si sta lentamente ritrovando. Nel frattempo, Buffon si blocca (adduttori coscia destra) mentre Camoranesi si sblocca, e torna ad essere nuovamente disponibile. Nella partita contro il Bologna, a Torino, durante il girone di andata (27 settembre 2009, risultato finale 1-1) iniziarono ad avvertirsi i primi problemi alla macchina messa a disposizione di Ciro Ferrara: da quel momento in poi, da fuoriserie è diventata un’utilitaria di lusso nell’arco di due mesi e mezzo circa. Nell’incontro successivo, contro il Palermo, ci fu il primo tonfo. Fragoroso. Al ritorno, i bolognesi sono stati "sistemati" con un uno-due firmato Diego e Candreva: il "nuovo" che avanza. Anche guidato dal "vecchio": senza un Del Piero così, la vittoria sarebbe stata una chimera. Sfumata la Champions League, la speranza è di prendersi ora delle rivincite in Europa League. Nell’attesa di confermare il quarto posto in campionato e puntare Milan o Roma. Nel caso una delle due abbandonasse anticipatamente la rincorsa all’Inter.

Inter, Inter e Juventus, Juventus e Inter: lontanissime in Italia (14 punti), divise in Europa da due competizioni diverse. Ma quello che succede ad una finisce sempre con interessare l’altra. Storia di una rivalità sempre esistita, accesissima a più riprese, esplosa definitivamente durante e dopo Calciopoli. L’Inter (di oggi) che gioca a fare la Juventus (di ieri), con risultati diversi: l’interismo che si confonde con l’isterismo. Storie di mani incrociate per mimare le manette, di fazzoletti bianchi, di frasi ingiuriose agli arbitri, di pressioni agli ispettori federali ai bordi del rettangolo di gioco, di risse nel tunnel che conduce agli spogliatoi, di espulsioni giuste, assurdamente prese ma duramente contestate. Storie, queste, come esempio, che si sono consumate tutte in una sera. In un tranquillo sabato di follìa. Con il dessert della telefonata domenicale (Moratti-Abete). Se questa è la punta dell’iceberg del campionato italiano, non ci si chieda perché all’estero non siamo più seguiti.

E la Juventus? (Ora) Sorride, si compiace di una sorta di (mini-)crescita, si coccola e si lascia coccolare dalla calma e dalla compostezza di Zaccheroni: dopo gli ultimi mesi di terrore, tutto quello di positivo che arriva è il benvenuto. La strada da percorrere è ancora lunga, lunghissima. L’arrivo (il ritorno) di Bettega è stato il primo passo. Che qualche frutto inizia a portare. Ma non si possono, attualmente, fare paragoni con altre realtà vincenti: bisogna ancora vivere alla giornata.
Adesso si pensi a sculacciare i giovani lancieri, e si continui a costruire un futuro degno del passato. Gli interismi (e gli isterismi) si lascino a chi di dovere: c’è differenza tra il guardarsi i piedi e guardare l’orizzonte. Va bene la rivalità: ma non deve essere un limite. Di avversari, non ne esiste uno (o una) soltanto: quella, è una mentalità da provinciale. Non da Juventus. L’unico obiettivo da raggiungere è tornare ad essere se stessi. Cioè i migliori.
Perché chi sa vincere non si deve accontentare mai.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com