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giovedì 13 ottobre 2011

Tardelli e quel fallo su Rivera che passò alla storia...


"Rivera è un grandissimo professionista soprattutto con la lingua; e mente. L’ho colpito in una zona alta del corpo senza cattivi propositi. Se avessi voluto spaccargli una gamba avrei mirato più in basso. Ed io, giuro, non avevo alcuna intenzione di arrecargli del male. Il mio è stato un fallo per foga, ma non cattivo. Io gioco, prendo botte e sto zitto; mi hanno sputato in faccia ed ora non sto qui a rivelare il nome dell’autore. Per quanto concerne la partita, la Juve è tornata quella di un tempo. Io credo di essere riuscito a rendermi utile, ma dovete giudicarmi voi".

Con queste parole Marco Tardelli commentò a caldo l’episodio che lo vide protagonista allo stadio "Comunale" di Torino il 5 novembre del 1978, allorquando si rese protagonista di una durissima entrata sul milanista Gianni Rivera trascorsi soltanto tre secondi dal fischio d’inizio della partita tra la sua Juventus e i rossoneri.

Campione d’Italia in carica da due stagioni consecutive, alla Vecchia Signora spettava il compito di frenare il cammino spedito del Diavolo in campionato: dopo cinque giornate - infatti - si trovava solo in testa alla classifica con nove punti (all’epoca ne venivano assegnati due per ogni vittoria), frutti di quattro successi ed un pareggio.

Dopo aver fornito nove elementi all’undici titolare della splendida nazionale azzurra di Enzo Bearzot che aveva appena disputato il mondiale di calcio svoltosi in Argentina (vinto, poi, dai padroni di casa), Madama faticò ad ingranare la marcia giusta nella successiva edizione della serie A. La migliore occasione per una pronta ripresa, quindi, le veniva fornita proprio dall’incontro con i (nuovi) primi della classe.

La voglia di lasciarsi alle spalle una partenza difficile trovò immediatamente la sua migliore espressione nella foga con la quale "Schizzo" Tardelli si avventò su Rivera all’inizio della contesa. L’arbitro D’Elia tra i due cartellini a sua disposizione scelse quello giallo: ammonizione. Al centrocampista juventino venne così concessa la possibilità di continuare la partita, durante la quale - secondo le marcature scelte da Giovanni Trapattoni - seguì come un’ombra i passi del rossonero Alberto Bigon.

Un goal di Bettega dopo soli due minuti di gioco (nato da un’azione sviluppata dai bianconeri in seguito ad un calcio d’angolo) bastò alla Vecchia Signora per aggiudicarsi l’incontro ed accorciare la classifica.

A Gianni Rivera non rimase che la rabbia accumulata nel corso del pomeriggio torinese: "A San Siro abbiamo rispettato la Juventus con le regole del calcio. Qui invece è stato permesso ai bianconeri di usare una violenza che non ha nulla a che fare con l’agonismo. Oltretutto questa cattiveria non era giustificata. Se noi del Milan avessimo risposto, ci sarebbe scappato il morto. La verità è che negli ultimi tempi chi ha cercato di giocare sul serio ha trovato invariabilmente una resistenza assurda. Abbiamo perso ma ci siamo dimostrati più forti della Juventus sul piano dei nervi, questo moralmente ci premia come vincitori. L’uno a zero subito in questa maniera ci fa onore e non ci ridimensiona. Semmai ha dimostrato che la Juventus per vincere deve ricorrere a sistemi che non le fanno onore".

Che quella non sarebbe stata la sua giornata fortunata lo si capì anche dalla disposizione tattica di Madama sul rettangolo di gioco: assente per squalifica Morini, Trapattoni scelse di dirottare Claudio Gentile sulla linea mediana con il compito di guardare il "Golden boy" a vista. Gli altri accoppiamenti indovinati dall’allenatore juventino furono Cuccureddu-Chiodi e Furino-Novellino.

Con il suo consueto stile Nils Liedholm, il tecnico del Milan, non si scompose più di tanto nel commentare il fatto eclatante della domenica: "Entrare alle spalle di un avversario e scalciarlo, ieri come oggi, stando al regolamento, è un fallo che va punito con l’espulsione. Eravamo però all’inizio della partita e comprendo perché l’arbitro abbia soltanto ammonito il giovane bianconero. Questi, ad ogni modo, ha dato un’interpretazione piuttosto personale e discutibile al termine pressing: il significato della parola è di affrontare l’avversario viso a viso, di contrastarlo per impedirgli di giocare o smistare la palla ma non vuol dire sicuramente mandarlo a gambe all’aria".

Per spiegare meglio il proprio pensiero, aggiunse: "Sarebbe necessario aver praticato in gioventù l’hockey su ghiaccio come ha fatto il sottoscritto. Vi assicuro che poi un calciatore si rivelerebbe temprato per qualsiasi tackle più o meno regolare".

Non tutti i mali, però, vengono per nuocere: secondo lo svedese i suoi giocatori avrebbero dovuto "capire che per vincere uno scudetto non occorre soltanto giocare per divertimento, ma è necessaria anche una dose di cattiveria".
La lezione fu utile: una volta imparata, a fine stagione per il Diavolo arrivò il tricolore. Il decimo, quello della stella.

L’episodio incriminato di quel lontano novembre del 1978 è stato recentemente (e nuovamente) commentato da Marco Tardelli (4 marzo 2011): "Sin da ragazzino era uno dei miei eroi (Rivera, ndr). Ho commesso una sciocchezza".
Un eroe, sì: incontrato qualche volta sul campo con addosso una maglietta diversa dalla sua…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


sabato 1 ottobre 2011

Juventus e Milan: la storia infinita


Il Milan che mercoledì scorso ha affrontato in Champions League il Viktoria Plzen aveva, oltre al successo, un obiettivo suggestivo da centrare: raggiungere il goal numero 2000 dell’era Berlusconi. Ne mancavano soltanto due: Ibrahimovic prima e Cassano poi gli hanno consentito di tagliare quel suggestivo traguardo. Il secco 2-0 con il quale il Diavolo ha liquidato la squadra campione della Repubblica Ceca ha permesso alla formazione allenata da Allegri di portarsi in testa alla classifica del gruppo H della massima competizione europea, a pari punti con il Barcellona (quattro, frutto di un pareggio e di una vittoria).

Sistemata momentaneamente la situazione al di fuori dei confini italici adesso i rossoneri si concentreranno sul campionato di serie A, pronti a misurarsi contro l’avversaria di una vita: la Juventus, guidata attualmente da Antonio Conte, uno dei suoi ex giocatori più rappresentativi.

Sono innumerevoli gli episodi che legano a doppio filo le storie dei due club, nati entrambi prima che iniziasse il ventesimo secolo e protagonisti a più riprese di cicli vittoriosi passati ormai alla leggenda di questo sport. A riprova di ciò basta considerare il fatto che in alcune occasioni la rinascita di uno dei due, avvenuta dopo inevitabili periodi di flessione, sia coincisa con duelli all’ultimo goal con l’altro contendente.

Una di queste accadde, ad esempio, nella stagione 1949-50: all’epoca la Juventus era ancora ferma ai successi del quinquennio d’oro degli anni trenta, dato che dal lontano 1935 non era stata più in grado di conquistare uno scudetto (si aggiudicò, invece, due coppe Italia). Soltanto la tragedia di Superga (4 maggio 1949) riuscì a fermare il Grande Torino dominatore degli ultimi campionati: proprio alla Vecchia Signora e al Milan spettò - quindi - il compito di giocarsi quel tricolore.

Alla quarta giornata del girone di ritorno le due squadre vennero a trovarsi di fronte allo stadio "Comunale", teatro dei futuri trionfi di Madama (5 febbraio 1950). Guidati da un giovane Boniperti e dal duo danese formato da Karl Aage Præst e John Hansen i bianconeri passarono in vantaggio con una rete di quest’ultimo, salvo poi subirne sette dagli scatenati rossoneri, la cui ossatura di squadra - di stampo svedese - era invece composta dal trio Gren, Nordahl e Liedholm (il famoso "Gre-No-Li").

Proprio Nils Liedholm, soprannominato "il Barone", fu avversario più volte della Juventus negli anni a venire tanto sui campi da gioco quanto seduto (a più riprese) sulle panchine del suo amato Milan, della Fiorentina e della Roma. Centrocampista (mediano e interno) e all’occorrenza difensore, dotato di una grandissima facilità di corsa, Liedholm sviluppò la sensibilità nel tocco al pallone in maniera originale: "Mi allenavo scartando due cani: bisogna essere rapidissimi, perché loro guardano la palla, non abboccano alle finte!". A chi gli domandò il perché smise di farlo, rispose con il suo proverbiale stile: "Non è per l’età, è che sono morti i cani".

Avversari con le scarpette ai piedi, lui e Boniperti avrebbero potuto lavorare insieme per riempire di trofei la bacheca di Madama, visto che il Presidentissimo lo avrebbe voluto alla guida della sua squadra. La trattativa non andò a buon fine, e lo svedese si limitò a descriverla con l’uso di semplici parole: "Non vado a Torino per lealtà verso il campionato. La Juve e io, insieme, lo uccideremmo". Curiosamente capitò poi a Giovanni Trapattoni l’occasione di scrivere la storia di un milanista vincente sul campo che poi avrebbe continuato a mietere successi da tecnico della Juventus.
In precedenza, nel corso della stagione 1969-70, lo stesso Liedholm aveva allenato il Varese in serie B portandolo alla promozione grazie anche ai goals realizzati da un giovane attaccante di razza da lui svezzato, arrivato in prestito dalla Vecchia Signora ed in grado di laurearsi capocannoniere con tredici reti in trenta presenze all’attivo: Roberto Bettega.

"Nei momenti difficili di una partita, c’è sempre nel mio subconscio qualcosa a cui mi appello, a quella capacità di non arrendersi mai. E questo è il motivo per cui la Juventus vince anche quando non te l’aspetti". All’Avvocato Agnelli gli spunti per pronunciare frasi simili venivano dati da avvenimenti realmente accaduti: persa per 1-7 la gara interna contro i rossoneri, la Vecchia Signora si dimostrò in grado di vincere le otto partite successive, accumulando un vantaggio in classifica tale da consentirle di conquistare lo scudetto nella stagione 1949-50. L’ottavo della propria storia.

Una storia che ultimamente è piena di pagine vuote, senza trionfi da raccontare e con qualche macchia. Fatto lo stadio, nuovo bellissimo, teatro degli scontri che verranno, ora bisogna metterci dentro la Juventus. La prima sfida di prestigio nella sua nuova casa Madama la sosterrà proprio contro il Milan: il caso vuole che l’arma in più dei rossoneri sia quello Zlatan Ibrahimovic (uno svedese, oltretutto) che mise la propria firma nelle ultime vittorie bianconere, mentre sulla sponda juventina la scorsa estate è approdato Andrea Pirlo, un altro ex dell’incontro, che si è immediatamente impadronito delle redini del gioco di Madama.

Il derby d’Italia, quindi, è servito. Chi vincerà? "Mi chiedete: Vinca la Juve o vinca il migliore? Vi rispondo: sono fortunato, spesso le due cose coincidono", amava ripetere l’Avvocato.
Si spera sia arrivata l’ora in cui queste coincidenze possano fare il proprio rientro a casa.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 5 marzo 2011

Quando un'autorete di Chamot lanciò la Juve verso il tricolore

"La mia non è una polemica con Carletto, che reputo una persona per bene, quanto piuttosto una difesa dell'onestà di giudizio. Perché sono mesi, ormai, che viene messa in parallelo la mia ultima stagione alla Juventus con le due di Ancelotti. L'accostamento andrebbe fatto su sei stagioni...". Da quando in estate Marcello Lippi era rientrato alla corte della Vecchia Signora per prendere il posto occupato sino a quel momento da Carlo Ancelotti, così come era accaduto a parti invertite nel febbraio del 1999, i media avevano ripetutamente paragonato il percorso della nuova creatura del tecnico viareggino con quella guidata in precedenza dall'allenatore di Reggiolo. Per il quale, terminata l’esperienza bianconera con due secondi posti in altrettanti campionati interi da lui disputati su quella panchina, il destino riservò un ritorno al Milan dopo la felice esperienza da calciatore.
"Strano, no? Io ne ho fatti 144 in due anni e non sono bastati". Con questa chiara allusione ai punti accumulati da Madama durante il suo periodo trascorso a Torino (71 punti il primo anno e 73 nel secondo) il mister rossonero si presentò allo stadio "Delle Alpi" il 14 aprile 2002 nel tentativo di fare bottino pieno, per continuare la rincorsa a quel quarto posto in classifica indispensabile per disputare i preliminari per l'ammissione alla successiva edizione della Champions League. La Juventus, dal canto suo, a quattro giornate dalla conclusione del campionato si trovava a tre sole lunghezze di distanza dall'Inter capolista.

Privo di due pezzi da novanta del calibro di Montero e Nedved, Lippi fu costretto a mettere mano alla formazione titolare per trovare una valida soluzione da contrapporre agli ospiti. Alla fine optò per il classico 4-4-2, abbandonando così l’idea di cercare un'alternativa al forte calciatore ceco da inserire nella posizione di trequartista dietro le punte Del Piero e Trezeguet. Zambrotta venne spostato avanti di qualche metro rispetto all’abituale posizione di terzino sinistro e sistemato all’altezza della linea mediana del campo, con il conseguente inserimento di Pessotto come suo sostituto in difesa. Nell'altro versante mise Zenoni davanti a Thuram, laterale destro di un reparto arretrato che aveva come coppia centrale il duo Ferrara-Iuliano. Antonio Conte e Davids vennero inseriti nel cuore del centrocampo bianconero, pronti a battagliare con Ambrosini e Gattuso, i loro dirimpettai in maglia rossonera.
Anche Ancelotti, che a sua volta dovette fare a meno di Rui Costa, decise di adottare lo stesso modulo scelto dal tecnico viareggino, rinunciando a priori alla regia di Albertini e Pirlo per puntare su un assetto di sostanza e corsa, quella che Contra e Serginho avrebbero dovuto garantire al Milan lungo le corsie laterali. La dinamica dell'incontro, però, non potè che risentire degli effetti di due formazioni schierate sul campo in maniera così speculare.
La partita offrì pochi spunti di cronaca per quasi tutta la sua durata, riservando il meglio di sé per i minuti finali. Il solo Davids riuscì ad effettuare una conclusione degna di nota per i padroni di casa al 38' della prima frazione di gioco (rasoterra innocuo di sinistro). Per il resto, come se Madama fosse ipnotizzata dal pensiero di dover vincere a tutti costi per mantenere il passo dell’Inter, fu il Milan a dimostrare sul campo una maggior determinazione nel voler prevalere sull'avversario. Shevchenko e Inzaghi, costantemente messi in fuorigioco dall'eccellente applicazione dei movimenti in tal senso da parte di Ferrara e Iuliano (per ben quattordici volte vennero fermati in offside dai guardalinee), provarono invano ad impensierire Buffon in due occasioni con tiri al limite della pericolosità.
Al termine del primo tempo Ancelotti aveva già dovuto effettuare due sostituzioni a causa degli infortuni occorsi a Contra e Serginho, al posto dei quali subentrarono Albertini e Pirlo. La squadra ospite passò così da un 4-4-2 naturale ad uno “mascherato”, con la contemporanea presenza di quattro centrocampisti centrali poco inclini per le loro caratteristiche a muoversi sulle fasce. Altri due tentativi falliti da parte di Shevchenko e dello stesso Pirlo (che costrinse Buffon ad un difficile intervento recuperando una sua ribattuta a seguito di un cross velenoso di Kaladze) sembravano condurre la gara ad un inevitabile pareggio, quando - al 33' della ripresa - accadde quello che nessuno si aspettava: una punizione calciata in area di rigore rossonera da Del Piero venne involontariamente deviata nella propria porta da Chamot. Il Milan, rimasto qualche attimo prima in dieci uomini per un altro infortunio patito da Albertini a cambi ormai esauriti per l'ingresso di Roque Junior per Helveg (al 27'), si trovò nella condizione di cercare un disperato recupero in inferiorità numerica. Lippi, dal canto suo, aveva già provveduto a togliere un evanescente Zenoni per inserire Zalayeta, con il conseguente arretramento dello stesso Del Piero nella posizione di trequartista.

Trovato fortunosamente il goal, la Juventus si sbloccò, attaccando con decisione la porta difesa da Abbiati. Trezeguet (due volte) e lo stesso numero dieci bianconero tentarono di arrivare al raddoppio prima della fine dell'incontro, con il solo Inzaghi, per gli ospiti, che al 39' gettò al vento un'ottima occasione per raddrizzare le sorti della gara. Per Moggi il successo appena ottenuto si poteva riassumere nelle parole "carattere e fortuna", mentre Lippi dichiarò: "Sarò sincero: prima che le partite cominciassero, avrei messo la firma su una situazione del genere. In fondo, eravamo noi ad avere l'impegno più difficile. Quindi, non aver perso contatto dalle prime è un ottimo risultato. Sarà domenica prossima il giorno in cui potremo recuperare qualche punto: ci sarà un bel Milan-Roma, un bel Chievo-Inter, qualcosa potrebbe di nuovo succedere. Anche se noi a Piacenza incontreremo delle difficoltà". Ad aiutare a superarle ci avrebbe pensato Pavel Nedved, mentre per quanto riguarda il match dei nerazzurri l'allenatore viareggino si dimostrò un buon profeta (finì 2-2).
Il campionato terminò il 5 maggio 2002 con uno degli scudetti più belli e sofferti di Madama, che concluse la stagione con 71 punti.
Quell'anno furono sufficienti per vincere il tricolore...

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venerdì 4 marzo 2011

Juve-Milan tra rispetto e onore

"La partita di sabato sarà decisiva per scongiurare una stagione come quella precedente. Il Milan può essere il grimaldello per cambiare rotta e inanellare risultati positivi". Così si è espresso Gianluigi Buffon il 28 febbraio (mentre presenziava al "7° torneo Amici dei Bambini", tenutosi a Milano) in riferimento alla gara che domani sera vedrà contrapposta la sua Juventus ai rossoneri.
Dopo aver collezionato record negativi in serie nello scorso campionato, per Madama questo doveva essere l’anno in cui si sarebbero dovute gettare le basi per un futuro più consono alla propria storia, al suo blasone, a quel nome così importante quanto quella maglia bianconera sotto il cui peso alcuni giocatori rimangono inesorabilmente schiacciati.

La Juventus ripartiva da "-27", dal freddo numero dei punti che indicava il distacco accumulato nei confronti dell’Inter vincitrice dell’ultimo tricolore, con l’obiettivo dichiarato di ridurlo alla conclusione di questa stagione. Ma i risultati, strada facendo, non sono stati in linea con le aspettative. Adesso il gap si è semplicemente accorciato a "-17", quando ancora si devono disputare undici partite e con il rischio concreto di arrivare a "-20" già da domani sera, visto che proprio i rossoneri sono attualmente i primi della classe.

Per diversi mesi si è fatto un gran discutere sull’incapacità della Vecchia Signora di riuscire ad ottenere tre vittorie consecutive in serie A, dato che la benzina nella macchina di Del Neri puntualmente finiva al raggiungimento di due successi di fila. Rimanendo nella stretta attualità e guardando il bicchiere mezzo vuoto cresce, viceversa, la preoccupazione per l’arrivo di un’altra disfatta dopo le ultime capitate contro Lecce e Bologna, che comporterebbe il verificarsi di un imbarazzante filotto di tre sconfitte in altrettante gare.

Si tratterebbe, nel caso, di un altro evento negativo che farebbe somigliare sempre di più l’attuale Juventus a quella della passata stagione. Al giro di boa di quel campionato fu proprio la vittoria del Milan contro i bianconeri allo stadio "Olimpico" di Torino il 10 gennaio 2010 (3-0 grazie alla doppietta messa a segno da Ronaldinho e alla rete realizzata da Nesta) che diede il via ad una sequenza di sconfitte che continuò nella successiva trasferta a Verona contro il Chievo e nella partita interna contro la Roma di Ranieri, capolinea della prima esperienza di Ciro Ferrara in serie A. Un pareggio ottenuto dal "traghettatore" Zaccheroni al suo esordio davanti ai sostenitori juventini fermò quell’emorragia di risultati negativi.

La marcia della Vecchia Signora di quest’anno ha un ritmo ancora più lento di quella che l’ha preceduta (tre punti in meno in classifica). La formazione allenata dal duo Ferrara-Zaccheroni terminò il campionato in settima posizione, la stessa occupata attualmente dalla squadra diretta da Del Neri. A fine stagione Madama si ritrovò davanti a sè più o meno gli stessi club che l’hanno superata adesso, fatta eccezione per Udinese e Lazio che hanno preso il posto della Sampdoria di Marotta e del Palermo di Maurizio Zamparini. Al patron dei rosanero in questo momento potrebbe servire quel lacrimatoio che avrebbe voluto regalare alla Juventus circa un mese fa "per riversare tutti i pianti per le ingiustizie subite dagli arbitri": esonerare 28 allenatori in 24 anni di presidenza (tra Venezia e Palermo) non è certo un risultato da mostrare con orgoglio, con l’aggravante che l’ultimo di questi è scaturito a seguito di una tremenda umiliazione casalinga con un passivo di sette reti.

Fu proprio la squadra siciliana ad interrompere l’unica serie positiva della Juventus negli ultimi due anni (quattro vittorie consecutive, oltre a due pareggi, ad inizio della scorsa stagione) il 4 ottobre 2009 allo stadio "Renzo Barbera", superando i bianconeri con il risultato di 2-0. Se anche la formazione diretta da Del Neri dovesse riuscire a ripetere una simile sequenza di risultati difficilmente si modificherebbe il destino del tecnico di Aquileia, che pare ormai già segnato.
Viceversa, una nuova sconfitta contro il Milan potrebbe portare a scenari impensabili sulla panchina juventina sino a poche settimane fa.

Milan e Juventus si fronteggiarono allo stadio "San Siro" nel corso del girone di andata il 30 ottobre 2010. Vinse Madama per 2-1, grazie ad un bellissimo goal di testa di Quagliarella su un cross di De Ceglie ed alla rete numero 179 in campionato con la maglia della Vecchia Signora di Alessandro Del Piero, abile a concludere un’azione maldestramente portata avanti prima di lui da Sissoko.
Dei quattro giocatori citati nessuno prenderà parte all’incontro di domani, fatto salvo il numero dieci bianconero che con ogni probabilità inizierà la gara seduto tra le riserve.

Alla fine di quella partita, comprensibilmente euforico per il successo appena conseguito dai suoi uomini, Del Neri dichiarò: "Abbiamo lo spirito per stare lassù sino a maggio e poi vedremo cosa succede". Lo seguì a ruota libera Felipe Melo: "Sappiamo che Inter e Milan hanno più qualità di noi, ma la Juve dà il massimo. Se lavoriamo bene, ce la giochiamo con tutti e adesso i tifosi possono sognare lo scudetto".
Più che sognare il tricolore, quei sostenitori adesso chiedono rispetto. Per loro stessi, e per una maglia bianconera da onorare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Un pò di vera Juventus "made in Italy"