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domenica 19 maggio 2013

Juventus, l'abitudine a cedere per acquistare



Archiviata l’ultima gara della stagione, coincisa con una sconfitta, Antonio Conte non si è sottratto a nuove domande sul futuro della Juventus poste dai giornalisti nella pancia dello stadio “Luigi Ferraris” di Genova. Tévez, Ibrahimovic, Higuain, la difesa, il centrocampo… Gli argomenti sui quali discutere non sono di certo mancati. In merito alla zona mediana del campo lo stesso tecnico ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Il nostro centrocampo? Saremo  i migliori quando saremo noi a giocare la finale di Champions League”.

Il summit tra l’allenatore bianconero e la dirigenza del club è servito a chiarire ulteriormente le strategie di mercato di Madama, a breve e lungo termine, a tutti i membri cardine della società. Ora dalle parole si dovrà necessariamente passare ai fatti.

Il messaggio ai tifosi è partito, e stavolta non ci sono dubbi interpretativi di alcun genere: nessuno si aspetti acquisti milionari in serie. Arriveranno giocatori utili alla causa juventina, verrà alzato il livello tecnico della rosa e spetterà a Marotta e Paratici smontare e rimontare i pezzi del puzzle per poi restituire a fine agosto un budget in linea con l’attuale situazione gestionale. Poi, quando sarà il momento, si potrà riprendere a pensare in grande anche di fronte al tavolo delle trattative.

Svanite in prossimità del rush finale le possibilità di centrare alcuni record destinati a passare alla storia, la Juventus ha perso nuovamente contro la Sampdoria nell’ultimo atto del campionato. I blucerchiati hanno sconfitto la Vecchia Signora tanto all’andata quanto al ritorno, così come non le capitava di fare dalla stagione 1995/96. All’epoca i doriani si imposero a Genova per 2-0 (doppietta di Enrico Chiesa, 10 dicembre 1995), per poi ripetere l’impresa a Torino quattro mesi dopo (13 aprile 1996, 3-0 per effetto dei goals del solito Chiesa, di Balleri e Seedorf).

Quella gara giocata al vecchio “Delle Alpi” aveva sancito la fine delle speranze bianconere di poter raggiungere in classifica il Milan di Fabio Capello, ormai prossimo a conquistare il tricolore. Umberto Agnelli, padre dell’attuale presidente juventino Andrea, aveva abbandonato la stadio rilasciando una dichiarazione in cui si potevano chiaramente intravedere sia una sensazione di amarezza per il risultato appena conseguito che di speranza per la vicina semifinale di ritorno della Champions League: “Lo scudetto è perso? Credo proprio di sì. Non mi è sembrato che la squadra meritasse una sconfitta così pesante. Siamo stati anche sfortunati, ma a Nantes non lo saremo”.

Dello stesso tenore furono le parole pronunciate da Marcello Lippi, il tecnico di Madama: “Se mercoledì a Nantes ci andrà bene avremo un mese per correggere gli sbagli, per arrivare alla finale di Champions League senza sbavature”. La finale del massimo trofeo continentale, proprio il punto di arrivo delle speranze di Antonio Conte, attuale allenatore dei bianconeri. A lui era capitato di essere presente in entrambe le gare giocate contro i blucerchiati, che terminò – curiosamente - nello stesso minuto, al 18’ della ripresa.

In mezzo al campo la Juventus schierava anche Didier Deschamps, che in quel pomeriggio di aprile si era tolto qualche sassolino dalle scarpette chiodate: “Io sono un centrocampista e mi auguro che l'esperimento di schierarmi come difensore centrale non si verifichi più . Già a Nantes voglio riprendere il mio ruolo". Pure Gianluca Vialli, capitano e leader carismatico di una formazione piena di campioni, non si era tirato indietro di fronte a domande delicate sul suo futuro personale: “L'Avvocato dice che dipende da me? Per certe cose serve la reciprocità di intenti. Appena ci saranno novità lo comunicherò, sapete che la sincerità non mi ha mai difettato”.

La Vecchia Signora a Nantes subì una sconfitta per 3-2, ma riuscì comunque ad andare in finale per poi vincere la Champions League contro l’Ajax. Successivamente cambiò abito, salutando alcuni eroi di quell’impresa nell’intento di acquistarne altri per continuare a recitare un ruolo di protagonista ai massimi livelli.
Cedere per poi acquistare. Era il motto di allora, e continua ad essere di attualità anche al giorno d’oggi.

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mercoledì 15 maggio 2013

La Juve e i messaggi trasversali

 
Celebrato a dovere lo scudetto appena vinto e mancato di un soffio l'aggiornamento di qualche record ormai datato nel tempo, ultimamente in casa bianconera l'atmosfera aveva raggiunto i livelli di un'insolita tranquillità.
Poi è accaduto che Andrea Agnelli ha rilasciato un'intervista esclusiva all'emittente satellitare 'Sky Sport', ed ecco che le acque hanno iniziato ad agitarsi un po’.
 
"Conte non ha chiesto soldi, ma presupposti per continuare a vincere. E ci sono. Adesso valuteremo insieme a lui quali elementi ci vogliono per continuare a vincere. Anch'io vorrei la Champions ma nessuno ci può dare la sicurezza di vincerla". Con queste parole il presidente juventino ha voluto ulteriormente chiarire il tono delle conversazioni intercorse con il tecnico della Vecchia Signora. Aggiungendo una postilla importante: "Può star tranquillo: finché ci sono io la fame di vittorie non passerà mai".
 
Ciò che Conte chiede al club, oltre ad un ruolo di maggior centralità in alcune decisioni di natura tecnica, è la possibilità di poter giocare il più possibile ad armi pari contro i colossi del calcio europeo. Tutto questo, ovviamente, senza dimenticare il fatto che in una sola sessione di calciomercato la Juventus non riuscirà quasi certamente a raggiungere lo stesso livello tecnico presente in alcune tra le rose dei maggiori club del continente. La società bianconera, da parte sua, non ha alcuna intenzione di rilassarsi sulle recenti conquiste, puntando al miglioramento continuo ed alla ricerca di quella competitività che in passato ha saputo mostrare anche nelle competizioni internazionali.
 
"Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta", d’altronde, è il vecchio mantra di natura bonipertiana che Madama ripete (e si ripete) ormai da una vita. In ogni singola manifestazione, però, può vincere solo una squadra. Ne sa qualcosa la stessa Juventus, che dalla nascita della Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League) ad oggi detiene il triste primato del maggior numero di sconfitte nelle finalissime: cinque, al pari del Benfica e del Bayern Monaco.
 
Che, da parte sua, ha fatto tesoro delle disfatte degli ultimi anni senza perdere il controllo del timone e della rotta intrapresa. Gli attuali risultati positivi sono sotto gli occhi di tutti. E’ naturale che un’eventuale sconfitta dei bavaresi contro il Borussia Dortmund il prossimo 25 maggio, a Londra, potrebbe cambiare la valutazione globale sulla loro stagione. Ma non certo sulle prospettive per il futuro, viste le prime operazioni di mercato già concluse dai tedeschi.
 
Non penso mai al futuro. Arriva così presto”, amava sostenere Albert Einstein. Una società come la Juventus, che all’avvenire deve necessariamente pensare, farebbe bene a concentrarsi solo ed esclusivamente su quello. I punti cardine sono stati fissati. Ora si tratta di agire in quella direzione, e di smetterla di lanciare messaggi trasversali. Al mondo esterno e non solo.
 
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venerdì 7 dicembre 2012

La Juve sente profumo di vittorie

L'ultima occasione nella quale la Juventus era giunta sino agli ottavi di finale della Champions League risaliva al 2009: tra febbraio (25) e marzo (10) di quell'anno venne estromessa dalla manifestazione per mano del Chelsea.
Il destino ha voluto che il suo ritorno nel ristretto novero delle sedici migliori squadre d'Europa abbia determinato l'eliminazione dal torneo dei Blues, peraltro detentori della coppa.

Nella fredda Donetsk a Madama sarebbe bastato un pareggio per passare il turno. Un "biscotto", usando lo stesso linguaggio di chi, maliziosamente, aveva immaginato un incontro amichevole tra le due formazioni piuttosto di una battaglia sportiva all'ultimo gol.

Persino Lucescu, tecnico degli ucraini, si era divertito a scherzare sull'argomento: "I biscotti? Dipende da come sono, se dolci o amari". Al termine della contesa, incassata una inaspettata sconfitta e fatti i doverosi complimenti all'avversario, ha finito per perdere l'aplomb mostrato in altre situazioni: "Per me sul gol c'era fuorigioco, ho capito che per arrivare a certi livelli bisogna avere anche una certa forza politica".
Una simile dichiarazione non ha reso onore al tecnico romeno, considerando oltretutto che prima dell'episodio contestato alla Juventus era stato negato un rigore solare per un fallo di mano di Fernandinho. Proprio l'allenatore, che l'aveva definita a più riprese "prevedibile in attacco", è rimasto sorpreso dall'atteggiamento tenuto sul campo dalla Vecchia Signora. Mettendo a confronto le gare giocate tra le due formazioni a Torino e a Donetsk risulta evidente la maturazione raggiunta dagli uomini di Conte in un arco di tempo relativamente breve.

Tra la Juventus dallo spirito garibaldino che abitualmente impone il proprio gioco in Italia e quella che alternava buone prestazioni ad altre opache in Europa la differenza, prima dello scontro decisivo, era ancora marcata. Adesso è diventata sottilissima. La vittoria esterna conseguita in Ucraina è stata costruita a centrocampo, mattone su mattone, pallone su pallone, laddove a Torino avevano spadroneggiato gli avversari.

Nella linea mediana bianconera, inoltre, mancava lo squalificato Marchisio, mattatore con una doppietta personale nell'ultimo derby della Mole (sostituito da Pogba). Ai cronisti presenti sabato scorso nella pancia dello "Juventus Stadium" lo stesso centrocampista aveva confessato: "È un risultato che ci dà una grande spinta, prima di tutto per il campionato, volevamo riscattarci. A Milano abbiamo giocato senza voglia, senza carattere". E senza forze. Perché la domenica precedente, al "Meazza", la Vecchia Signora aveva dato l'impressione di essere una fuoriserie alla quale mancava benzina nel motore.

Analizzando la sconfitta patita contro i rossoneri i critici avevano posto l'accento sulla mancanza di turnover tra i giocatori e di imprevedibilità della squadra, fossilizzata su un 3-5-2 che sembrava non avere più alternative tattiche. Sconfitti i granata dopo aver cambiato modulo in molti attendevano da Conte ulteriori novità in vista della gara decisiva in Champions League.
Il successo di Donetsk, invece, più che alla lavagna è maturato nella testa dei bianconeri, che ora ritroveranno il loro tecnico dopo l'esilio forzato in tribuna. A questo proposito va ricordato come le nubi piene di dubbi che la scorsa estate si addensarono sulla società sono state scacciate dai risultati ottenuti nel frattempo dalla squadra, attualmente in testa alla Serie A con due punti di vantaggio sulla seconda in classifica e qualificata agli ottavi di finale come prima all'interno di un gruppo non certo semplice. 

Andrea Agnelli, che il 6 dicembre ha spento trentasette candeline, per il suo compleanno non avrebbe potuto chiedere un regalo più bello. Sono trascorsi poco più di due anni e mezzo dal momento in cui si è insediato al timone del club. Allora si badava soprattutto a leccare le ferite, tamponare i buchi del bilancio ed arginare le emorragie di sconfitte sul campo. Oggi, invece, si respira un'aria diversa. Che emana profumo di vittorie.

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martedì 30 ottobre 2012

Juventus, vittoria al veleno


Quando si parla di vittorie che maturano dalla panchina solitamente ci si riferisce ad episodi simili a quelli capitati durante Juventus-Napoli dello scorso 20 febbraio: Cáceres e Pogba entrano sul campo di gioco ad incontro iniziato, segnano una rete a testa e diventano decisivi per il successo finale ottenuto dai bianconeri a scapito degli uomini di Mazzarri.

Sempre sullo stesso tema, stando alle recenti dichiarazioni del presidente del Catania Pulvirenti in merito a quanto accaduto la scorsa domenica, c'è una novità nel nostro campionato: "Il goal di Bergessio lo ha annullato la panchina della Juventus. Il guardalinee lo aveva dato". Inutile raccontare nel dettaglio l'episodio in questione, dato che ormai se ne parla diffusamente in tutte le salse e a tutte le latitudini dello stivale.

Resta l'errore che ha danneggiato i padroni di casa, autori una rete valida, che sommato a quello relativo alla successiva marcatura del bianconero Vidal (viziata da un fuorigioco del danese Bendtner) ha contribuito a creare un clima irrespirabile dentro e fuori lo stadio siciliano. Se la rabbia di Pulvirenti è comprensibile, le parole che hanno accompagnato il suo sfogo non lo sono senza ombra di dubbio.

La linea difensiva usata per l'occasione da Giuseppe Marotta ("Il gol del Catania era regolare, ma non avrebbe inciso in maniera decisiva sulla partita") è servita soltanto a girare il coltello nella piaga. Alla fine si possono sintetizzare brevemente le due distinte posizioni: quella dei siciliani, da una parte, che memori di episodi a loro sfavore capitati in altre gare si sono sfogati duramente alzando la voce, nella speranza di non sentirsi più danneggiati nel prossimo futuro; quella dei bianconeri, dall'altra, che non possono restare in silenzio dopo quanto è piovuto addosso loro nell'arco di poche ore.

La manata di Spolli a Pogba ed altri interventi di gioco meritevoli di qualche approfondimento sono sfilati via via in secondo piano, nascosti dal continuo crescendo di polemiche. Così come è stato per la partita in sé, scomparsa dalle discussioni della domenica.

Madama vince anche a Catania, mantenendo un ritmo impressionante in classifica pur continuando a mostrare luci ed ombre sul campo. Benino Bendtner, nel contesto di un reparto offensivo che è stato costruito male in estate e dal quale Conte dovrà comunque cercare di tirare fuori il meglio. Almeno sino a quando la società non si deciderà ad acquistare un fuoriclasse degno di tale nome in attacco.

La squadra di Maran, dal canto suo, perde il primo incontro della stagione in casa dopo averne vinti tre e pareggiato uno, contro il Napoli. Proprio nel corso di quella gara i siciliani affrontarono la formazione guidata da Mazzarri in dieci uomini a partire dal secondo minuto di gioco, a causa dell'espulsione rimediata da Alvarez. Segno, questo, che espugnare lo stadio “Angelo Massimino” non è facile per nessuno.

In merito ai fatti di Catania, annullata la conferenza stampa che avrebbe dovuto precedere l’incontro con il Bologna Andrea Agnelli ha poi preso le difese del suo club: “Ci sarebbe da riflettere sull’atteggiamento che abbiamo ricevuto prima, dopo e durante la partita. Un accanimento e una durezza contro i nostri dirigenti che hanno dovuto lasciare la tribuna, insultati da prima del fatto. E ci sarebbe da riflettere sul ritrovarsi, ieri nelle trasmissioni televisive, e oggi in uno stato di quasi assedio, che io trovo anormale e atipico: ci sono stati errori, a nostro favore e a nostro sfavore”.

Anche Massimo Moratti, sempre sullo stesso argomento, ha voluto far conoscere il proprio pensiero: “È una situazione assurda quella di domenica, ma bisogna pensare sempre che sia solo un errore e dobbiamo solo sperare che non si ripresentino errori così gravi. Fino al 2006 abbiamo avuto una terrificante esperienza, con tanti risvolti, che è rimasta dentro tutti. Qualcuno lo dimentica, ma è bene ricordarselo, perché è una macchia spaventosa e non credo che nessuno sia disposto a tornare a quel clima, né che l'attuale società della Juventus stia seguendo certe modalità".

Sotto certi punti di vista si può dire che il turno infrasettimanale arrivi al momento giusto, nella speranza che non riservi la collezione di errori e sviste arbitrali diventati sempre più frequenti nel corso delle ultime giornate di serie A. Anche perché sabato prossimo sarà la volta di Juventus-Inter, ed è facile intuire cosa potrebbe accadere nel caso in cui si dovessero verificare episodi dubbi di una certa rilevanza…

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sabato 1 settembre 2012

La rabbia e l'orgoglio della Juventus


Prima il Parma, poi l'Udinese. Il calendario si è divertito a presentare alla Juventus le stesse avversarie che avrebbe dovuto affrontare all'inizio dello scorso campionato, modificando soltanto l'ordine degli incontri. Allora, però, lo slittamento della prima giornata (per le note vicende legate al mancato rinnovo del contratto collettivo) aveva rimandato la trasferta nel Friuli in prossimità delle feste natalizie. L'esordio di Madama in serie A era stato quindi posticipato all'11 settembre 2011, giorno in cui - a Torino - aveva sconfitto i gialloblù con un secco 4-1.

All'epoca si era parlato di un pericolo scampato: l'Udinese, smantellata e ricostruita con nuovi pezzi di ricambio come in ogni stagione, veniva considerata una delle squadre più temibili da fronteggiare. Oltretutto schiumava ancora rabbia, mista a delusione, per l'eliminazione dalla Champions League subita per mano dell'Arsenal.
La vittoria ottenuta dagli uomini di Conte nella seconda giornata contro il Parma aveva portato loro punti, entusiasmo ed una maggiore convinzione nei propri mezzi. In sintesi, si era trattato di un vero e proprio toccasana per una creatura che necessitava di continue certezze per crescere sempre più forte.

A distanza di poco meno di un anno la Juventus affronta il viaggio a Udine col titolo di campione d'Italia in carica, i favori del pronostico ed il vanto di essere imbattuta in campionato dal lontano 15 maggio 2011, data della sconfitta patita allo stadio "Ennio Tardini"- guarda caso - contro il Parma. La squadra di Guidolin, viceversa, dopo aver smantellato un gruppo capace di ottenere un brillante terzo posto in classifica è stata nuovamente eliminata dalla massima competizione europea, questa volta ad opera dello Sporting Braga. Adesso, però, sta convivendo con la paura di non riuscire più a ripetere le imprese del recente passato.

"E' la partita più importante della mia vita", aveva detto lo stesso Guidolin prima della gara di ritorno dei preliminari contro i portoghesi. Il giovane brasiliano Maicosuel, reo di aver fallito il rigore decisivo tentando di imitare i vari Panenka, Pirlo e Totti nell'esercizio del cucchiaio, ha dimostrato di non aver ancora metabolizzato lo spirito che da anni anima il club friulano. Per informazioni bastava chiedere un parere a Giampiero Pinzi, centrocampista di lungo corso: "La nostra forza è la paura di retrocedere. Per questo non molliamo mai un pallone. E' la molla che ci fa arrivare così lontano".

Dimenticare in fretta la gioia per i successi appena ottenuti per cercare di costruirne altri è la ricetta vincente di molte società. Andrea Agnelli, il giorno della presentazione delle divise per l’attuale stagione, lo aveva dichiarato a chiare lettere: "Siamo consapevoli che ora si torna ai blocchi di partenza, si riparte da zero, ma si è acquisita la consapevolezza di come si vince". Aggiungendo, poi: "L’anno scorso è stato indimenticabile. È stato lo scudetto della rabbia, per quello che ci è accaduto, e dell’orgoglio, per ciò che siamo tornati ad essere".

Rabbia e orgoglio, gli stessi sentimenti manifestati da Antonio Conte a più riprese nel corso di un’estate che per lui non è stata semplicemente calda, bensì bollente. In merito alle trattative utili a puntellare e rinforzare la rosa a disposizione sua e di Carrera lo scorso 16 luglio il tecnico era stato sibillino: “Sono contento del mercato, ma c’è ancora qualcosa da fare. L’anno scorso feci la battuta sul ‘bass player’. Adesso vi dico che il ‘top player’ deve essere tale non a livello economico ma calcistico, come Vidal nel 2011. E sappiamo che quando non ci sono soldi vincono le idee”.

Ora che le luci sulla sessione estiva del calciomercato si sono spente, a Torino è sbarcato Nicklas Bendtner. Leggendo le critiche che hanno accompagnato il mancato acquisto di un giocatore dall’elevato spessore tecnico nel reparto offensivo della Juventus tornano alla memoria le parole pronunciate, poco meno di due mesi or sono, dal presidente Agnelli: “Il top player? Ci stiamo comportando coerentemente con le esigenze della squadra, valuteremo strada facendo. Io aspetto di sentire da voi che con la squadra che abbiamo usciremo dalla fase a gironi della Champions League...”.

A proposito di Champions League: la prima gara che sancirà il ritorno della Vecchia Signora nella massima competizione continentale la vedrà opposta al Chelsea, il club detentore del trofeo. Ieri il club inglese è stato sconfitto nella finale di Supercoppa Europea dall’Atletico Madrid, spinto da un monumentale Falcao, autore di una tripletta nel 4-1 conclusivo. Un fuoriclasse, il colombiano. Di quelli veri.

Comunque sia, ci sarà tempo per pensare all’Europa. Alla Juventus, adesso, spetta il compito di concentrarsi sulla trasferta di Udine, evitando di compiere l’errore di sottovalutare un avversario in evidente difficoltà.
La palla, ora, passa in mano a Conte e Carrera.

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martedì 17 gennaio 2012

Juventus, quanta strada in un anno

L'ultimo Juventus-Cagliari sembrava potesse rappresentare per Alessandro Matri l'occasione ideale per aggiornare il numero delle reti messe a segno nel corso di questa stagione: apparteneva a lui, d’altronde, l'unico goal realizzato da Madama sino a quel momento nel 2012 (a Lecce), così come da lui ci si aspettava un'altra marcatura da annoverare nella storia degli incontri tra bianconeri e sardi.

Nei suoi trascorsi in rossoblù, infatti, la punta aveva violato la porta della Vecchia Signora in più occasioni: il 31 gennaio 2009 fu l'autore del 3-2 con il quale concluse definitivamente la vittoriosa trasferta del Cagliari allo stadio "Olimpico"; il 29 novembre dello stesso anno sigillò il successo della squadra di Cellino al "Sant'Elia" (2-0, il primo goal fu opera di Nenê); il 26 settembre del 2010 realizzò una doppietta nella sconfitta per 4-2 subita a Torino dagli isolani.

In quella stessa serata il mattatore della gara fu Milos Krasic: la sua tripletta venne accolta dall'opinione pubblica come la conferma della bontà dell'acquisto di Madama. "L'unico campione approdato alla Juventus dopo il 2006", si sentiva ripetere da più parti. Curiosamente proprio un altro Juventus-Cagliari, giocato a distanza di un campionato, potrebbe diventare l'ultima apparizione del serbo in maglia bianconera.

L'assist per la clamorosa occasione fallita dal centrocampista nel finale di partita gli è stato confezionato da Borriello, il nuovo attaccante juventino entrato in competizione con Matri per il ruolo di punta centrale nello scacchiere di Conte. Nel reparto offensivo, laddove si pensava che Madama non avrebbe aggiunto altri uomini quanto piuttosto che si sarebbe liberata al più presto di alcuni esuberi, è iniziato il restyling invernale della Vecchia Signora.

La Juventus rallenta la propria corsa in campionato, smarrisce il cinismo mostrato a Lecce e pareggia una gara da vincere ad ogni costo: in caso di successo avrebbe avuto a propria disposizione due risultati utili su tre per mantenere la vetta solitaria della classifica in previsione della prossima trasferta di Bergamo. Superato il Milan di una lunghezza nella corsa verso il primato, dallo specchietto retrovisore è spuntata l'Inter di Ranieri: i sei punti che la separano dai nerazzurri rappresentano per ora un buon margine di distanza, considerando l'imbattibilità del gruppo guidato da Conte e l'affanno che le rincorse, prima o poi, comportano.

Parafrasando il titolo di un romanzo di Andrea Camilleri e adattandolo al calcio, il derby di Milano ha celebrato "la scomparsa di Patò": ormai in procinto di trasferirsi in Francia al Paris Saint-Germain, Pato è rimasto in rossonero per volontà di Silvio Berlusconi in persona proprio nel momento stesso in cui il Diavolo era pronto ad accogliere l'argentino Tévez come suo sostituto. Dirottato sul campo di gioco in mezzo all'undici titolare, la giovane punta ha poi offerto una prestazione decisamente sotto tono. Il tira e molla sul rinnovo del contratto di Allegri, il rapporto complicato tra il tecnico e la giovane punta brasiliana, la serata di scarsa vena di Ibrahimovic: di fronte ad un’Inter affamata di vittorie e senza particolari turbamenti il Milan si sarebbe dovuto presentare con uno spirito diverso da quello mostrato domenica.

L'Udinese attualmente priva di alcuni suoi elementi che partecipano alla Coppa d'Africa e la Lazio di Klose e Hernanes completano il gruppo delle squadre posizionate nei piani alti della classifica. Il posticipo serale previsto per domenica prossima al “Meazza” tra nerazzurri e biancocelesti rappresenta il piatto più prelibato del menù dell'ultima giornata del girone di andata.

Circa un anno fa, per esattezza lo scorso 29 gennaio 2011, con una Juventus entrata in crisi a tutti gli effetti Andrea Agnelli convocò una conferenza stampa per difendere l'operato del nuovo corso bianconero. Nella fase conclusiva del suo intervento dichiarò: "Se noi l'anno prossimo, in questo periodo, abbiamo i problemi di oggi, abbiamo un problema. Quest'anno i problemi che abbiamo e che stiamo gestendo erano prevedibili, e non modificano assolutamente quella che è l'impostazione che abbiamo dato".

In quel momento la Vecchia Signora si trovava al quinto posto in classifica, distante dodici punti dal Milan futuro campione d'Italia. La gara di ritorno tra Cagliari e Juventus si doveva ancora disputare: accadde il 5 febbraio 2011, allo stadio "Sant'Elia". In quell'occasione Matri segnò nuovamente una doppietta nel 3-1 con il quale Madama vinse la partita, indossando la sua nuova maglia bianconera.
Da allora qualcosa è cambiato, qualcos'altro no: di strada, però, ne è stata fatta parecchia.
Ogni tanto è giusto ricordarlo.

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sabato 5 novembre 2011

Juventus-Napoli, quanti conti da regolare


Al tramonto dello scorso campionato la classifica finale consegnata all’albo d’oro della serie A recitava, nelle prime sei posizioni, in rigoroso ordine d’arrivo, i nomi di queste società: Milan, Inter, Napoli, Udinese, Lazio e Roma.
Per il secondo anno consecutivo la Juventus, nonostante fosse tornata nuovamente in mano ad un Agnelli (Andrea, l’attuale presidente), si confermava settima, perdendo pure il pass per giocare in Europa così come non le accadeva (sul campo) dal lontano 1991.

A distanza di poco più di cinque mesi Madama sembra aver ritrovato la strada maestra: sola in testa da due giornate consecutive, ha già avuto modo di regolare i conti in questo girone d’andata tanto con il Milan campione d’Italia quanto con quell’Inter che a maggio finì col piazzarsi seconda alle spalle dei rossoneri.
Slittato l’appuntamento per la gara contro l’Udinese al prossimo 21 dicembre, e con gli impegni con le romane ancora lontani, domenica sera arriverà per la Juventus l’appuntamento con la terza classificata nell’ultima edizione del torneo, il Napoli, allo stadio “San Paolo”.

Tornate entrambe in serie A nel giugno del 2007 dopo aver superato i momenti più duri della loro storia, mentre il patron De Laurentiis sta provando a dare al club campano una dimensione europea, per la Vecchia Signora il percorso da compiere in tal senso è ancora lungo.

Proprio a De Laurentiis appartiene il ruolo di mattatore del calcio italiano nel lungo periodo di inattività delle squadre sui campi da gioco, a partire dai momenti successivi all’ultima gara della scorsa stagione sino al sorteggio del calendario della nuova, allorquando lasciò all’improvviso tutti gli invitati alla cerimonia ufficiale per fuggire in sella al motorino di un passante dopo aver manifestato più volte (ed in maniera plateale) la propria rabbia per un presunto trattamento di sfavore ricevuto dalla sua squadra.

Quando a primavera inoltrata la voce di un Milan fortemente interessato ad Hamsik iniziava a farsi sempre più forte, si scagliò prima contro Berlusconi (“Se il Milan vuole un giocatore del Napoli, allora mi chiami lui. Anche il capo del governo deve rispettare il fair play finanziario”), poi contro Andrea Monti, il direttore della “Gazzetta dello Sport” (“La Gazzetta è guidata da uno juventino, il giornalista che ci segue è un tifoso della Juve ed è strano che non abbia messo Hamsik in seno alla Juve”).

Naturalmente anche a Madama, all’epoca dei fatti entrata prepotentemente in corsa col Napoli per l’acquisto dello svizzero Inler, non vennero risparmiate alcune frecciate: “La Juve? Ne ha bisogno. Con l’arrivo del nuovo allenatore dovrà cambiare 25 giocatori”.

Nuovo allenatore che avrebbe potuto essere Walter Mazzarri, se poi non fosse stato scelto al suo posto Antonio Conte, portando quindi ad una fumata bianca il flirt tra la Vecchia Signora e il tecnico di origine livornese. Risale allo scorso 23 maggio la giornata convulsa che vide – nel giro di sole quattro ore – De Laurentiis cercare attraverso l’aiuto dei propri legali la via per arrivare alla risoluzione del contratto col tecnico per giusta causa (niente esonero e – quindi – niente stipendio per le altre due annualità), per riuscire in un secondo momento nell’intento di smontare le richieste sportive ed economiche dello stesso Mazzarri, dopo un lungo faccia a faccia alla presenza di Riccardo Bigon nei locali della Filmauro.

Due giorni dopo, il 25 maggio, il nuovo arrivo bianconero Andrea Pirlo veniva presentato alla stampa. Tra le varie domande, risposte, ammissioni e confessioni che si susseguirono in quel pomeriggio, in merito alla scelta del suo nuovo numero di maglia si lasciò volutamente scappare una battuta ad effetto: “Ciò che più mi piacerebbe è festeggiare a fine stagione con il numero 30 sulle spalle”.

Anche la strada per il recupero dei due titoli tolti a Madama per effetto di Calciopoli passa per Napoli, laddove non manca molto tempo alla lettura della sentenza del processo penale che vede coinvolto (tra gli altri) Luciano Moggi.
Nel frattempo, si ripartirà sul campo dal 3-0 (tripletta di Cavani) con il quale la squadra di Mazzarri schiantò tra le mura amiche quella di Del Neri lo scorso 9 gennaio 2011. Un altro conto da regolare per la Vecchia Signora.

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domenica 28 agosto 2011

La Juventus tra lo sciopero e l'esordio col Parma


Per un calcio italiano che continua a fare la conta dei suoi problemi e che misura ripetutamente la distanza che lo separa da chi l’ha superato nel corso degli ultimi anni in termini di competitività, credibilità, audience e spettacolarità, non poteva certo mancare lo sciopero come ciliegina finale su una torta indigesta.

Il fatto, poi, che venga (spesso) utilizzata quella parola per definire lo slittamento della prima giornata della serie A provoca ancora più rabbia in quei tifosi innamorati del pallone costretti da tempo a sopportare e subire passivamente ogni tipo di delusioni e decisioni, e che poche volte vengono realmente ricompensati da "quel mondo" per la loro passione.

Cresce il disgusto tra gli amanti di questo sport, inizia il tam tam tra i sostenitori delle varie squadre per organizzare forme di protesta unitarie, un intero paese si indigna per quanto accaduto, e quando capita sotto mano la prima occasione per dare una dimostrazione di tutto ciò uno stadio intero si riempie di tifosi pronti ad acclamare i loro beniamini: è accaduto a Napoli, dove gli striscioni contro i milionari scioperanti hanno fatto da cornice ad un’amichevole tra il club campano e il Palermo di Maurizio Zamparini. L’ingresso era gratuito, c’erano 60.000 persone festanti sugli spalti, non sono mancati i fuochi d’artificio, una benedizione ad opera del cardinale Sepe e la presentazione del nuovo acquisto Goran Pandev. A Milano, intanto, altre 8.000 (paganti) erano presenti a Monza per studiare la nuova Inter di Gasperini, un migliaio si trovavano nel centro sportivo di Casteldebole per l’amichevole del Bologna, e via discorrendo. Il risultato? Di questo passo verrà ingoiato presto anche l’ennesimo boccone amaro.

"Ripartiamo da zero, ripartiamo dalle ceneri". Queste parole potrebbero essere usate come slogan per sintetizzare la situazione attuale, in realtà Gianluigi Buffon le ha pronunciate pochi giorni fa per mettere in chiaro ciò che ormai è noto a tutti da tempo: i settimi posti collezionati da Madama nelle ultime due stagioni sconsigliano proclami e impongono realismo.

Verso la metà del mese di luglio, durante il ritiro di Bardonecchia, raccolta la richiesta di aiuto da parte di Antonio Conte che individuò in lui, Del Piero e Pirlo quei campioni carismatici e vincenti in grado di prendersi le maggiori responsabilità nei momenti difficili all’interno del gruppo bianconero, lanciò la carica: "Il fatto che gli ultimi due campionati dicano che ci sono sei squadre più forti della Juve deve far scattare dentro di noi la molla giusta per tornare ad essere competitivi e dimostrare che prima è stata soltanto sfortuna".

Sottinteso che due fallimenti consecutivi non possono essere addebitati alla sola malasorte, anche lo stesso portiere juventino ha vissuto di recente una situazione personale particolarmente difficile a Torino. Risale allo scorso 14 maggio una dichiarazione di John Elkann che, rispondendo ad una domanda circa le probabilità della permanenza sotto la Mole del giocatore posta da uno studente durante il convegno "Crescere tra le righe" (organizzato alle porte di Siena), disse: "Buffon? E’ un anno e mezzo che non sta giocando". Il portavoce del numero uno di Fiat ed Exor si affrettò a precisare che alla frase mancava la parola "purtroppo", il numero uno bianconero prese atto della sostanza della stessa: passata la tempesta si è poi "risposato" con la Vecchia Signora, continuando - così - il matrimonio decennale con il club.

Quelli erano i momenti che precedevano la gara disputata dalla Juventus al "Tardini" contro il Parma di Giovinco, penultima tappa del martirio, monopolizzati dalle ferme convinzioni di Luigi Del Neri ("Non c’è la controprova che agendo in modo diverso le cose sarebbero cambiate"), alle quali susseguirono - racimolata la decima sconfitta in serie A - le parole di resa di Chiellini: "Non siamo mai stati una squadra".

L’analisi più dura, però, fu quella del Presidente Andrea Agnelli: "C’è tanta delusione perché alla fine di questo campionato è emerso che una serie di giocatori arrivati non hanno capito cos’è la Juventus e i giocatori che avevamo lo hanno dimenticato".

Più che la semplice presa di coscienza del settimo posto conclusivo, agli uomini di Conte sono queste le considerazioni che dovranno servire da monito (e da stimolo) per iniziare al meglio la loro nuova avventura. Che, con ogni probabilità, comincerà nel nuovo stadio torinese proprio (e ancora) contro il Parma. Sciopero permettendo, ovviamente.

Tra i cinquanta campioni bianconeri scelti dai tifosi ai quali sono state dedicate altrettante stelle presenti nell’impianto che verrà inaugurato a breve, figura anche il nome di Gaetano Scirea. Anni fa, dopo aver festeggiato in discoteca con i compagni la conquista del sedicesimo scudetto della Vecchia Signora, il libero uscì dal locale all’alba per cercare un’edicola. Ne vide una accanto alla fermata di un tram, dove gli operai attendevano il mezzo per andare a lavorare. Lui indossava ancora l’abito da sera, e per pudore e rispetto verso quelle persone fece marcia indietro e tornò a casa.

Nel descrivere Scirea la moglie raccontò che in molte occasioni il marito tornava a casa con persone sconosciute: "Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a vedere la Juve e ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa".
Non serve aggiungere altro. Chi vuol capire, capisca.

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venerdì 12 agosto 2011

La Juventus degli Agnelli riparte da Villar Perosa


"Ha visto la nuova Juventus per la prima volta. Che giudizio può darne? E Del Piero? Può essere l’erede di Baggio, che lei paragonò a Raffaello?". Sino a questo punto, nulla di particolare: la domanda che l’intervistatore pose all’Avvocato Agnelli nel lontano 10 agosto 1995 era del tutto simile ad altre migliaia alle quali aveva già risposto in precedenza. Fu la sua replica a passare alla storia del calcio: "Eh, Del Piero: è come il Pinturicchio".
La tradizionale amichevole in famiglia disputata dalla Juventus a Villar Perosa continuò a far parte della storia bianconera proprio per volontà dello stesso Avvocato, nonostante la Triade (così venne denominata la dirigenza scelta dal fratello Umberto per guidare la Vecchia Signora) avesse mostrato l’intenzione di cancellarla dall’elenco delle gare da programmare per l’estate.
Quello fu il giorno nel quale l’Avvocato ammise candidamente ai cronisti il passaggio di Michael Schumacher alla Ferrari ("Penso sia già preso"), per poi divertirsi a scherzare in pubblico con Marcello Lippi, l’allenatore che era riuscito nell’intento di guidare Madama al successo in campionato (al suo primo tentativo) dopo molte stagioni di digiuno. Indicando il petto, gli disse: "Mi ha fatto molto piacere rivedere lo scudetto, grazie". Proseguì, usando un tono volutamente ironico, svelandogli un dubbio che lo aveva assalito: "Senta, Lippi: quando era arrivato alla Juventus, Vialli era grasso come un tacchino, tutto gonfio. Adesso è magro, bello, corre e segna. Come avete fatto?".

Una decina d’anni dopo la località piemontese abbracciò l’ultima creatura che concluse quello straordinario ciclo di conquiste: era il 17 agosto 2005, le luci della ribalta andarono tutte su Luciano Moggi, direttore generale al comando di una truppa che a fine campionato collezionò la bellezza di 91 punti, (stra)vincendo il ventinovesimo tricolore della propria storia.
Nell’occasione si lasciò scappare qualche confessione di mercato (l’accordo siglato con Balzaretti e l’arrivo di Abbiati - via Milan - come rimborso dei rossoneri per l’infortunio alla spalla occorso a Buffon durante il trofeo "L. Berlusconi") per poi tirare una stilettata ai cugini granata: "La città di Torino non può sostenere due squadre: basta vedere quanta gente va allo stadio. Comunque l’immagine del Toro è grande". Un goal realizzato dal giovane Zammuto permise ai ragazzini della Primavera di battere i più famosi (e celebrati) campioni della prima squadra.
A distanza di pochi giorni (il 27 agosto) proprio a Villar Perosa Andrea Agnelli si unì in matrimonio con Emma Winter, alla presenza della piccola Baya, la loro bambina venuta al mondo da appena tre mesi.

Dopo lo scoppio del terremoto calcistico avvenuto nella primavera del 2006 Madama disputò il 16 agosto una partita contro il Piacenza nel consueto vernissage estivo. Non mancò neanche quella volta il bagno di folla dei giocatori bianconeri in mezzo a quei tifosi che non li avevano mai (mai) abbandonati. Nel corso della gara si udì un sostenitore riprendere un altro con queste parole: "Non applaudire l’arbitro, se ti beccano ci mandano in C".
I fratelli Elkann (John e Lapo) arrivarono al campo a bordo di un’Alfa Gta con tanto di cuore bianconero sulla carrozzeria. Una volta scesi dal mezzo, toccò a Lapo lanciare il grido di battaglia: "I campioni che hanno deciso di rimanere? Samurai. Penso che la fedeltà sia la parte più importante e in un momento come questo la dimostrazione di lealtà rende questi giocatori dei samurai". A ruota, lo seguì John: "Ricominciamo dal carattere, è la nostra arma principale".

E così, mentre la squadra pareggiava 0-0 con gli ospiti ed il presidente onorario Franzo Grande Stevens si preoccupava di tranquillizzare gli amanti della Vecchia Signora ("Come si è visto in questi giorni la nostra è una squadra molto competitiva. Abbiamo vinto il trofeo Moretti e abbiamo battuto anche l’Inter"), il presidente Cobolli Gigli mostrava ancora qualche certezza sulla possibilità di evitare la discesa nell’inferno della serie B ("Siamo convinti di avere ragione a chiederlo, sarebbe una scelta di equità e giustizia").
Il successivo 31 agosto il consiglio di amministrazione della Juventus decise di ritirare il ricorso presentato al Tar del Lazio.

Riconquistata la serie maggiore, il 22 agosto 2007 Madama tornò nuovamente a Villar Perosa per giocare l’amichevole contro la Biellese (vinta 4-0). John Elkann stavolta scelse una Cinquecento come mezzo per presentarsi all’appuntamento, indossando la maglia bianconera numero 10: "Me l’hanno regalata. Non prenderò il posto di Del Piero. Siamo tornati dove ci compete, abbiamo la potenzialità per vincere".
A discutere del resto, a raccontare sogni che divennero ben presto progetti, pensò Jean Claude Blanc: "Noi vogliamo diventare un modello per tutti, a ogni livello. Vogliamo raggiungere il massimo nella gestione, nell’organizzazione, nell’informazione, essere un esempio con i nostri tifosi, con le nostre strategie commerciali, con i metodi di allenamento, con tutto".

Sei reti del giovane Pasquato, in forza (temporaneamente) alla prima squadra, aiutarono la formazione di Claudio Ranieri (fresca vincitrice della gara d’andata del preliminare di Champions League contro l’Artmedia Bratislava) a sconfiggere i ragazzi della Primavera (col risultato finale di 8-0) nell’appuntamento previsto per il 23 agosto del 2008.
Ancora Blanc, a distanza di un campionato: "Questa è una Juventus con grandi campioni e tanti giovani ed è esattamente il progetto sul quale stiamo lavorando da due anni". Dalla parte dei "grandi" giocò Giuseppe Giovinco, il fratello del già conosciuto Sebastian, mentre insieme ai ragazzi allenati da Maddaloni fece la sua comparsa Filippo Boniperti, nipote di Giampiero.

La Vecchia Signora in versione "brasiliana" guidata da Ciro Ferrara realizzò tre reti nella partitella in famiglia dell’11 agosto 2009, nel bel mezzo di un’estate trascorsa all'insegna della speranza per i tifosi juventini di aver ridotto ulteriormente il "gap" che separava Madama dall’Inter. Nel merito, ad una domanda rivoltagli dai giornalisti John Elkann rispose: "Parlatene con la Lazio" (i biancazzurri avevano appena sconfitto i nerazzurri nella finale di Supercoppa italiana disputata a Pechino).

Niente di eclatante, soprattutto se paragonato a quanto disse a proposito del club nerazzurro a distanza di un anno (il 24 agosto 2010), pochi mesi dopo la nomina di Andrea Agnelli come Presidente della società: "Non hanno mai saputo perdere, ma soprattutto non hanno ancora imparato a vincere". Rincarò la dose il cugino: "Moratti dovrebbe imparare a gioire dei suoi successi, le sue parole sono state assolutamente inutili". Il patron interista, che i giorni precedenti si era lasciato scappare una frase che aveva irritato i massimi vertici bianconeri ("Meglio essere multietnici che comprare le partite"), una volta ascoltato le parole provenienti da Villar Perosa si mostrò meravigliato dal tono e dalla durezza di quelle risposte, sostenendo di non aver mai citato la Juventus.
Mentre Libertazzi segnava due delle cinque reti con le quali la squadra di Del Neri sconfiggeva i giovani di Bucaro, il neoacquisto Krasic aveva raggiunto i nuovi compagni pagando di tasca propria un volo privato. Nel corso della festa in famiglia, intanto, si era sparsa la voce di un possibile acquisto del friulano Di Natale.

Il resto è storia recente, che non va in prescrizione: come il palmarès, il desiderio di ottenere finalmente giustizia, di tornare a vincere, di riabbracciare gli ultimi due scudetti conquistati sul campo, come il piacere di riprovare la sensazione di sentirsi guidati da chi ha veramente a cuore le sorti della Juventus.
Quella di non spezzare definitivamente il legame che unisce la Vecchia Signora a Villar Perosa rappresentò, da parte dell’Avvocato, una scelta condivisibile, anche alla luce del fatto che oggi rimane ancora un esponente di quella dinastia alla guida del club: Andrea, l’attuale Presidente, così come chiede di essere chiamato dai tifosi bianconeri.
Piaccia o non piaccia, per gli avversari resta, semplicemente, un Agnelli.

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martedì 7 giugno 2011

La nuova Juventus tra promesse e realtà


Krasic, Melo, Aquilani e Marchisio: a differenza di quanto accaduto nel recente passato la Juventus sembrava aver trovato verso la fine del 2010 la soluzione giusta ai suoi problemi sulla linea mediana del campo. Corsa, qualità, geometrie: a partire dal 23 settembre 2010, data della sconfitta interna patita contro il Palermo, sino alla chiusura dell’anno Madama riuscì a non soccombere più, subendo soltanto 14 reti nelle successive 18 gare disputate, Europa League compresa.

Leggendo i suoi numeri si poteva facilmente notare come l’attacco fosse in assoluto il migliore della serie A (sia in casa che in trasferta), così come erano confortanti anche quelli relativi alle sconfitte accumulate nelle prime diciassette giornate di campionato (soltanto due). C’era una malattia da curare, la "pareggite", ma grazie all’ormai prossima riapertura del calciomercato, nella sessione invernale, si pensava di riuscire a trovare la medicina per porvi rimedio. Sistemata la terra di mezzo vi era il reparto offensivo da correggere e potenziare (nonostante la sua prolificità), mentre alla difesa, che adeguatamente protetta dal resto della formazione sembrava in grado di reggere l’impatto con i pericoli provenienti dagli avversari di turno, venne aggiunto Barzagli.

Poi arrivò l’Epifania, il ginocchio di Quagliarella fece crac e Melo affondò il piede destro sul viso del parmense Paci, meritandosi l’espulsione immediata e una squalifica per le tre giornate successive. La squadra riprese a perdere uomini, partite e fiducia, retrocedendo in classifica di posizione in posizione sino a confermare il settimo posto conseguito l’anno precedente.

Conclusa la stagione del calcio giocato e cambiato (nuovamente) allenatore, è iniziata la ristrutturazione del parco calciatori, dato che anche le poche certezze che si pensava di aver tirato fuori dal cantiere di Luigi Del Neri hanno finito con l’essere messe in discussione. Così come accadde la scorsa estate (la prima in bianconero per la nuova dirigenza) si è cominciato a lavorare su centrocampo e difesa, lasciando per ultimo l’attacco, il reparto nel quale dover fare la spesa comporta inevitabilmente esborsi onerosi.

"Cerchiamo dei giocatori importanti per il settore offensivo. Aguero, Tevez e Benzema hanno il profilo giusto", disse a fine maggio Giuseppe Marotta sollecitato dai giornalisti in merito ad obiettivi e speranze bianconere per l’anno che verrà, quello che vedrà Madama lontana dai palcoscenici europei.

Prima ancora di guidare la Juventus sui campi di gioco, con l’uso delle parole Andrea Pirlo ha recentemente tracciato la strada che il suo nuovo club dovrà seguire per migliorare lo stato attuale: "Per arrivare al livello delle squadre più forti, bisogna comprare campioni" .

I campioni, sempre loro: i più nominati, i più attesi, ma anche i più cari. Se non si riesce a costruirli in casa (nonostante ci fosse un "progetto" in tal senso dalle parti di Torino, anni fa...), bisogna necessariamente andarli a prelevare da altre società. Costi quel che costi. Se ti chiami Juventus e vuoi essere tale di nome e di fatto, questo non può e non deve rappresentare un ostacolo insuperabile.

"Prima di me sono passati tanti allenatori negli ultimi anni, ma è un problema che riguarda il passato, io guardo al presente e al futuro". Parole e musica ad opera di Antonio Conte, con un invito da lui firmato rivolto al mondo juventino a dimenticare le recenti delusioni e a concentrarsi sulla nuova stagione, evitando di portarsi dietro il pesante fardello dei ripetuti fallimenti.
La benedizione sulla scelta del tecnico leccese alla guida di Madama, poi, è arrivata direttamente da Andrea Agnelli: "Vogliamo vincere, e vogliamo tornare a farlo con Antonio Conte. È lui il primo tassello di un mosaico per ritornare al successo".

Stilare bilanci sull’operato della società ai primi del mese di giugno, con ancora un’intera estate a disposizione per poter lavorare sulla (ri)costruzione della squadra, è obiettivamente prematuro, oltre che privo di particolari significati. La nuova Juventus per ora figura soltanto sugli schemi abbozzati sotto l’ombrellone: non si può avere adesso la certezza sui nomi che comporranno la rosa ad inizio campionato e sulla lista definitiva di arrivi e partenze.

Resta il fatto che focalizzare l’attenzione su alcune tra le moltissime dichiarazioni rese da membri di spicco del club, le più significative, aiuta a preservare nel tempo le intenzioni e le sensazioni della società così come espresse in questo periodo.

Inevitabilmente arriveranno i momenti nei quali si potranno confrontare le promesse con la realtà, le parole con i fatti, le speranze con le certezze: le due prossime sessioni del calciomercato (estiva e invernale) accompagneranno Madama nel percorso che la condurrà sino alla conclusione della prossima stagione. Dove il verificarsi di un eventuale (ulteriore) fallimento stavolta non potrà ricadere soltanto sulle spalle dell’allenatore e dei tifosi.
Viceversa, una Juventus finalmente riportata ai livelli che le competono rappresenterebbe unicamente un ritorno alla normalità.
Sarebbe l’ora.

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martedì 3 maggio 2011

La Juve si rilancia a Roma. E quella frase di Moratti...


"Il nostro dovere è di non lasciare nulla di intentato e l’obiettivo quindi è di fare il massimo dei punti nelle ultime quattro partite". Con queste dichiarazioni Del Neri descrisse lo spirito che animava la Juventus prima dell’incontro disputato ieri sera a Roma contro la Lazio.
Così espresse, in tutta sincerità, sembravano dare origine ad una versione "mascherata" del famoso concetto delle quattro finali consecutive da vincere, senza che comunque venisse stravolto il significato.

Nella sostanza, in effetti, variava poco: per dare un senso alla parte conclusiva della propria stagione alla Vecchia Signora non restava altro da fare se non provare a cogliere successi in tutte le gare rimaste a disposizione, per poi guardare - di volta in volta - cosa sarebbero state in grado di combinare le squadre davanti a lei in classifica.

Indossati i panni della sfavorita, espugnando lo stadio "Olimpico" la Juventus è riuscita a rilanciarsi, rovinando - nel contempo - i piani dei biancocelesti: senza i tre punti della mancata vittoria contro Madama la trasferta che dovranno affrontare ad Udine domenica prossima è diventata estremamente delicata. In caso di sconfitta verrebbero superati dai friulani; con un pareggio dovrebbero sperare in un risultato positivo del Milan contro la Roma per mantenere il quarto posto. In ogni caso adesso alla Lazio manca quel distacco necessario sulle dirette contendenti per giocarsi le ultime due giornate del torneo con relativa tranquillità, lasciando loro i posti disponibili per partecipare all’Europa League. Gli spiccioli, in pratica.

Madama era arrivata nella capitale forte di un miniciclo di sei risultati utili consecutivi, frutto di tre vittorie e altrettanti pareggi: troppo poco per fare salti in alto in classifica, abbastanza per rimanere nei dintorni degli obiettivi minimi ed alimentare ogni tanto nell’ambiente speranze di un balzo finale che le potesse consentire di dare (come detto) un senso alla stagione.
Le capitò una cosa simile anche ad inizio campionato, quando dalla sconfitta casalinga contro il Palermo (23 settembre 2010) a quella col Parma (sempre a Torino, 6 gennaio 2011) passarono tre mesi e mezzo e tredici incontri, di cui soltanto sette vinti. Quello, però, era il momento buono per cavalcare l’onda dei risultati positivi e raccogliere il più possibile, a fronte di momenti difficili che prima o poi, così come successo, sarebbero arrivati.

Sommati i (pochi) punti conquistati ad oggi dalla Juventus con quelli (molti) dilapidati nel corso dell’anno, è aumentato il rammarico per quanto poteva essere e non è stato. Non si sta certamente parlando di scudetto, quanto di poter accedere alla prossima edizione della Champions League entrando dalla porta di servizio, se non - addirittura - da quella principale. Infortuni a parte, una delle principali cause che hanno portato alla situazione attuale è la carenza di campioni di elevato spessore tecnico nella rosa a disposizione di Del Neri, quelli che aiutano non soltanto ad aumentare la qualità del gioco in mezzo al campo, ma consentono anche di avere a disposizione la personalità indispensabile per vincere quelle gare il cui risultato rimane in equilibrio sino al novantesimo minuto.
I campioni, quelli veri, oltre alla classe aggiungono la voglia di imporsi tipica di chi non si arrende (e non si accontenta) mai. Ovviamente non è un caso se nel corso delle ultime due stagioni la Juventus è riuscita ogni tanto a tirare fuori la testa dalla sabbia in concomitanza con le giornate in cui Del Piero l’ha presa per mano.

Prima dell’infortunio di Quagliarella si diceva che le mancasse una punta di peso fisico e specifico che potesse consentirle di "chiudere" quelle partite nelle quali era indispensabile il classico colpo del kappaò per avere ragione dell’avversario di turno; a seguito di quanto capitato all’attaccante di Castellammare di Stabia la Vecchia Signora rimase con poche munizioni nel reparto offensivo per due settimane (e tre gare: Bari, Sampdoria, Udinese) anche a causa dello stop forzato di Toni trascorsi pochi giorni dal suo arrivo a Torino, raccogliendo la miseria di quattro punti.

Il successivo innesto di Matri non bastò per colmare le lacune che - nel frattempo - si erano manifestate in altre zone del campo. Una squadra come la Juventus che in trentacinque gare di campionato non è in grado di vincerne sette dopo essere passata in vantaggio, accumula nove sconfitte, ha una media inglese di "- 13", subisce quarantadue goals (contro i ventitré del Milan o i trentatré della stessa Lazio) e totalizza due punti in più di quanto realizzato lo scorso campionato, più che di rimpianti deve parlare di errori. Di programmazione e di gestione, senza dimenticare come la sfortuna - per diverso tempo - è stata una cattiva compagna di viaggio.

Anche se, come ha correttamente osservato Del Neri al termine della gara disputata ieri sera, nell’arco di un’intera stagione ci sono pure situazioni nelle quali si riesce ad ottenere più di quanto si meriti: sempre la Lazio, giusto per fare il nome di una "vittima" dei bianconeri tanto all’andata quanto al ritorno, nonostante le buone prestazioni non è riuscita a racimolare contro la Juventus neanche un punticino a causa della sconfitta di Roma e di un goal a tempo abbondantemente scaduto di Krasic con la complicità di Muslera a Torino.

Adesso rimangono tre giornate (e nove punti) per sperare in un quarto posto difficile, ma ancora non impossibile. Nel frattempo il presidente dell’Inter Massimo Moratti "scuce" il tricolore dalle maglie della sua squadra per porgerlo al Milan: "Chi vince lo scudetto lo merita sempre". Chissà se lo avrà detto anche davanti al procuratore federale Palazzi nell’incontro che ebbero poco più di un mese fa, quando discussero degli anni in cui era la Juventus a fare raccolta di tricolori.
Queste parole non avranno certamente fatto piacere ad Andrea Agnelli, mentre John Elkann ha già fatto sapere di essere proiettato nel 2014: "I miei sentimenti sono legati alle cose che faremo in futuro. Non ho nessun tipo di attitudine nostalgica".
Solo chi è juventino può capire…

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mercoledì 27 aprile 2011

E così la Juve è tornata a punto di partenza...



Lo scorso campionato era capitato in prossimità di Natale, in questo alla vigilia di Pasqua: per due volte, a distanza di poco tempo, il Catania si è presentato allo stadio "Olimpico" di Torino per incontrare la Juventus nelle immediate vicinanze di una delle festività proprie della religione cristiana, ed in entrambe le occasioni non è accaduto che tornasse in Sicilia a mani vuote.

Domenica 20 dicembre 2009 vinse con il risultato di 2-1, proprio come nel film "Al bar dello sport", girato nel 1983 con Lino Banfi nelle vesti di protagonista principale. Nella finzione cinematografica il goal decisivo di Aldo Cantarutti regalò un inaspettato tredici miliardario (c’erano ancora le vecchie lire) all’attore di origine pugliese, che non credeva ad una possibile vittoria esterna del Catania contro la Vecchia Signora dato che mise "2" in schedina su quella partita soltanto per aver seguito l’imbeccata di un altro giocatore incallito, interpretato da Jerry Calà. Nella realtà dei fatti, invece, fu l’argentino Izco a consentire ai siciliani di ottenere un successo che sotto la Mole mancava dal lontano 1963. Uno dei tanti tabù sfatati dalla Juventus nel corso degli ultimi cinque anni.

Martinez, quando ancora non vestiva la maglia bianconera, portò in vantaggio gli ospiti su calcio di rigore, Salihamidzic siglò il momentaneo pareggio nella ripresa e Izco - come detto - chiuse il conto a tre minuti dalla fine dell’incontro. Il Catania si presentò a Torino da ultimo in classifica, avendo totalizzato la miseria di nove punti in sedici giornate di campionato. Arrivava, oltretutto, da tre sconfitte consecutive.
Quella gara certificò il fallimento di un’intera stagione quando ancora mancavano cinque mesi alla sua conclusione. La Juventus aveva dato il meglio di sé nel recente incontro casalingo contro l’Inter (2-1, del 5 dicembre), in compenso aveva perso le altre cinque partite disputate in quel periodo: Bordeaux e Bayern Monaco in Champions League (con la conseguente eliminazione dal torneo), Cagliari, Bari e - appunto - Catania in serie A. Come obiettivi le restavano ancora la coppa Italia e l’Europa League, ma ciò non bastò per placare l’ira di buona parte del pubblico bianconero presente allo stadio "Olimpico".

Fuori dall’impianto torinese il pullman della squadra venne accolto con un fitto lancio di palle di neve e uova; al suo interno i sostenitori intonarono cori in favore dell’arrivo di Andrea Agnelli, schierandosi apertamente contro la dirigenza ed alcuni giocatori.
Il giorno che precedette la gara Ciro Ferrara, al momento ancora allenatore della Juventus, dichiarò: "Non è una conferenza stampa d’addio, anche perché, se in campionato abbiamo fatto degli errori, non siamo stati gli unici e siamo ancora in gioco. Ma dobbiamo sbagliare meno, in generale e soprattutto rispetto a chi ci precede".

Trascorso poco più di un anno, due allenatori e dopo molte altre sconfitte, la musica non è cambiata. Il pareggio ottenuto domenica scorsa ha tolto a Madama le residue speranze di raggiungere un quarto posto in classifica che - visto l’andamento della stagione - avrebbe avuto il sapore di un’impresa. Il campionato ha emesso il primo verdetto definitivo: la retrocessione del Bari, ultimo con sole quattro vittorie racimolate in otto mesi. Una di queste, ovviamente, con la Vecchia Signora, abile a rendere felici, prima o poi, tutti quelli che hanno la fortuna di incontrarla sulla propria strada.
Tutti, tranne i suoi sostenitori.

La nuova Juventus ha aperto il suo cantiere in estate con l’obbligo morale di lasciarsi alle spalle i ventisette punti di distacco accumulati al termine della scorsa stagione dall’Inter vincitrice del tricolore; attualmente sono ventuno quelli che la separano dal Milan prossimo alla conquista dello scudetto. Mancano ancora quattro giornate al termine della manifestazione, e se i rossoneri non dovessero rallentare il loro ritmo sino all’ultima partita non è da escludere che la classifica finale possa diventare per i bianconeri una copia esatta di quella precedente.

Nella sostanza dei fatti cambierebbe poco o nulla, così come si rasenterebbe il ridicolo se l’eventuale raggiungimento di una sesta (o di una quinta) posizione venisse spacciato come un piccolo passo in avanti rispetto al recente passato.

Nelle considerazioni estive della nuova dirigenza quello che sta per avviarsi alla sua conclusione doveva essere un anno di transizione, i tifosi avrebbero dovuto capirlo e portare pazienza dato che il raggiungimento di traguardi importanti sarebbe potuto avvenire solamente per gradi, considerando le difficoltà nell’operare sulle macerie rimaste dopo quattro anni di gestione della società ad opera di Jean Claude Blanc.
Senza dimenticare i reali valori espressi sul campo, era quindi difficile ipotizzare un balzo dal settimo posto al primo, motivo per il quale - a malincuore - il raggiungimento di un piazzamento che consentisse alla Juventus la possibilità di partecipare alla prossima edizione della Champions League poteva considerarsi l’obiettivo maggiormente alla portata del club.

Ricacciata da dove era partita, Madama potrà ricominciare la prossima stagione senza l’assillo di dover promettere qualcosa a qualcuno: alle sue parole, ormai, non crede più nessuno.
Cerchi anzitutto di arrivare al giro di boa del campionato senza aver mollato le redini: rispetto agli ultimi anni sarebbe già un risultato importante.
E si tenga stretto Del Piero: a quanto pare non dovrà continuare a spiegare soltanto ai suoi compagni di squadra cos’è la Juventus…

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domenica 27 febbraio 2011

Pavel Nedved e l'orgoglio bianconero

"Capello mercenario, Del Piero leggendario". Queste erano le parole riportate in uno striscione che campeggiava sugli spalti dello stadio "San Nicola" di Bari il 19 agosto 2006.
La Juventus, al momento destinata alla serie B con una penalizzazione di 17 punti (poi ridotta a 9), ironia della sorte doveva ripartire proprio dalla stessa località dove aveva concluso la sua meravigliosa storia, dal luogo in cui soltanto pochi mesi prima (il 14 maggio) aveva sconfitto la Reggina (in campo neutro) e conquistato il suo ultimo scudetto, il numero ventinove.

L’avversario era il Martina Franca, società che avrebbe dovuto affrontare il campionato di serie C1 senza soldi e - all’epoca - senza allenatore. In panchina si sedette tal Mimmo Trentadue, il loro preparatore atletico.
Davanti a 6.760 spettatori le due formazioni si incrociarono per disputare i sessantaquattresimi di finale della coppa Italia: vinsero i bianconeri, con le reti di Marchionni, Bojinov e Nedved.

Il biondo ceco, nel corso della gara, già ammonito rischiò seriamente l’espulsione a seguito di un duro contrasto con un avversario dovuto ad un suo eccesso di foga agonistica. Rizzoli, l’arbitro, fece finta di non vedere. Pochi minuti dopo Nedved realizzò la terza e ultima rete dell’incontro. Il popolo bianconero ebbe l’ennesima riprova che anche in quel difficilissimo periodo della storia del club l’impegno di un campione del suo calibro non sarebbe venuto a mancare. Una minima consolazione, nel contesto generale. Ma importantissima.
Il fondo Nedved era sempre lui: che si trattasse di una gara di coppa Italia lontana anni luce dalla finale, di un incontro disputato in allenamento o di un match valevole per la Champions League il suo approccio alle sfide era sempre lo stesso, non cambiava nulla.

Sempre il 14 maggio, ma del 2003, la Juventus eliminò al "Delle Alpi" di Torino il Real Madrid dalla massima competizione europea vincendo la gara di ritorno delle semifinali di quella manifestazione con il risultato di 3-1 (all’andata aveva perso per 2-1). Meier, il direttore di gara, in quell’occasione non fece come Rizzoli e sanzionò un intervento di gioco (istintivo) di Nedved su McManaman con un cartellino giallo, facendo scattare l’inevitabile squalifica data la diffida che pendeva sul giocatore. Anche in quella partita Nedved realizzò una rete: la terza, quella decisiva. Niente finalissima a Manchester, sul prato verde dello stadio rimasero soltanto le sue lacrime di disperazione.

Ad abbracciarlo in mezzo al campo a fine incontro andò Marco Di Vaio, attaccante bianconero di scorta alle spalle dei titolarissimi Del Piero e Trezeguet. Lo stesso Di Vaio che ieri sera, grazie alla doppietta realizzata contro Madama con la maglia del Bologna, ha contribuito ad infliggere l’ultima (in ordine cronologico) umiliazione ad una formazione che - al pari di quella dello scorso campionato - a questo punto si può serenamente affermare che con la Vecchia Signora e la sua meravigliosa storia non ha nulla a che fare.

Giuseppe Marotta, il 20 maggio 2010, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione".
Luigi Del Neri, dovendo affrontare in questi giorni una difficilissima crisi di gioco e risultati, parlò di "rivoluzione mentale", riferendosi ad un approccio sbagliato dei suoi uomini nella precedente gara persa contro il Lecce ed alla necessità di entrare in campo sempre con la necessaria grinta da contrapporre agli avversari di turno.
Andrea Agnelli, nella prima lettera indirizzata ai tifosi bianconeri (18 giugno 2010), a proposito del tecnico di Aquileia scrisse: "A lui spetterà il delicato compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio".

Sempre nel mese di maggio, il 31 dell’anno 2009, Pavel Nedved diede l’addio al calcio giocato nell’incontro di campionato disputato allo stadio "Olimpico" di Torino contro la Lazio, l’altra squadra nella quale il ceco aveva militato nella nostra serie A nel corso della sua carriera da professionista. Uno dei tanti striscioni dei tifosi, in quel pomeriggio di commozione generale, recitava: "I giocatori passano, l’uomo resta".

L’uomo Pavel è recentemente entrato nel CDA della società torinese su richiesta dell’amico Andrea Agnelli. Nell’attesa di trovare una sua precisa collocazione in seno al club, all’indomani della sconfitta di Lecce si è pensato di avvicinarlo sempre di più al campo di allenamento per metterlo a contatto con i giocatori e trasmettere loro il suo carisma, la juventinità e la voglia di vincere di un combattente con il pallone che avrebbe ancora molto da dare alla causa bianconera.

Si può distruggere un qualcosa già rotto? Sì. La Juventus degli ultimi cinque anni ne è la (continua) riprova.
In attesa dell’ennesima rivoluzione e delle (inevitabili, attese) nuove promesse, la cortesia che chi scrive chiede al campione ceco è quella di lasciar perdere la scrivania e di rimettersi le scarpe da gioco.
Non reggerà per tutti i novanta minuti? Stia tranquillo: non sarebbe l’unico, visto quello che combinano i calciatori attuali. Ormai la Vecchia Signora è virtualmente salva. Perdere per perdere, tanto vale affrontare le prossime sfide schierando esclusivamente chi ha la Juventus nel cuore, è un vincente nato, non fa differenza tra un allenamento e una semifinale di Champions League ed esce dal campo senza più energia nelle gambe.

E gli esclusi? Stiano pure a giocare con i social network.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 19 febbraio 2011

Andrea Agnelli, Matri e la benzina nel motore Juve

Andrea Agnelli lo aveva detto, lo scorso 1° febbraio: "Con l’arrivo di Matri abbiamo messo benzina nel motore, abbiamo fatto il pieno". Nello stesso giorno Amauri, presentato a stampa e tifosi a Parma, dichiarò: "La mia partenza da Torino? Non riguarda la contestazione dei tifosi bianconeri. C’è sempre stata da quando ho vissuto in Piemonte. Ora vedremo se il colpevole sono io".

Sconfitta a Palermo in occasione del debutto del nuovo attaccante juventino, la Vecchia Signora ha ripreso confidenza con la vittoria nelle due successive gare con Cagliari e Inter, portandosi dall’ottavo posto in classifica all’attuale sesto. Virtuale, però: la Roma, indietro di due lunghezze rispetto ai bianconeri, deve ancora disputare il recupero della partita con il Bologna, sospesa a seguito della copiosa nevicata che impedì il regolare svolgimento del match iniziato lo scorso 30 gennaio allo stadio "Renato Dall’Ara" ed interrotto al 16' del primo tempo. Completato anche questo incontro si potrà finalmente avere una visione "reale" delle zone nobili della seria A. Sarà proprio il Palermo (attualmente a quota 40 punti, uno in meno di Madama), caso vuole a Bologna, ad inaugurare la ventiseiesima giornata.

Prima del successo con i nerazzurri Del Neri si era mostrato fiducioso per il prosieguo della stagione juventina: "Stiamo bene, abbiamo recuperato alcuni giocatori e la rosa è equilibrata. L’Inter è in gran forma, ma una vittoria ci darebbe molta fiducia per le prossime gare". Gli innesti del mercato invernale hanno ridato nuova linfa ai bianconeri, insieme allo spostamento di Chiellini sulla fascia sinistra e ad alcuni accorgimenti tattici messi in atto dal tecnico di Aquileia. Che, dopo l’incontro di domenica sera, ha dichiarato: "Al di là dei risultati che abbiamo fatto e che faremo, abbiamo ritrovato la nostra credibilità, oltre che la serenità. Il salto di qualità, però, lo avevamo già fatto prima del 6 di gennaio. Ho soltanto bisogno di tempo: non so a voi, ma a me non bastano due giorni per tirare su una casa".

Prima del giorno dell’Epifania la Vecchia Signora aveva accumulato soltanto un punto in più rispetto alla brutta copia di se stessa, alla formazione che nel precedente campionato fu in grado di collezionare delusioni e record negativi in serie. Il 16 dicembre 2010 Ciro Ferrara, uno dei due allenatori di quella squadra (ed ora commissario tecnico della nazionale under 21), disse: "La Juve sta facendo bene, ma ha gli stessi punti della scorsa stagione. Quindi, forse, stava facendo bene anche un anno fa. Gli stessi risultati hanno un peso diverso, perché diverse sono le aspettative: a me si chiedeva di vincere e di giocare bene". A lui rispose immediatamente lo stesso Del Neri: "Noi cerchiamo di migliorare, e la Juve di quest’anno mi sembra abbia un altro spessore caratteriale".

Se il raffronto tra le due stagioni non è ancora confortante (ad oggi i punti totalizzati sono gli stessi dell’era Ferrara-Zaccheroni), rispetto alle prime sei giornate del girone di andata del campionato in corso Madama è riuscita a migliorarsi (dieci punti in sei gare contro gli otto di inizio anno). E’ ancora troppo poco, però, per poter ambire ad obiettivi importanti. Ma può (e deve) diventare una sorta di trampolino di lancio per recuperare il terreno perduto nei rimanenti incontri ancora da disputare, già a partire da quello di domani contro il Lecce.

Partito Trezeguet e confermati Amauri e Iaquinta, l’infortunio occorso a Quagliarella nella partita contro il Parma (6 gennaio) ha messo a nudo i limiti (di per sé già evidenti) del reparto offensivo della Juventus, nonostante l’anomalia di una formazione che - paradossalmente - era riuscita a segnare sino a quel momento più goals di tutte le altre squadre di serie A.
Il peso delle speranze bianconere, come già accaduto più volte nel passato, è così finito per quasi un mese sulle spalle di Del Piero. Poi le cose sono cambiate: dal pieno recupero fisico del neo acquisto Luca Toni alla partenza di Amauri, per arrivare all’innesto di Alessandro Matri. Che, dall’alto delle sue 11 reti realizzate in questo campionato prima di approdare a Torino, ne ha aggiunto tre in altrettante gare giocate con la maglia juventina.
Ora Del Neri ha la possibilità di compiere delle scelte in un settore che gli offre, finalmente, diverse alternative. Forte di avere nuovamente tra le mani un goleador di razza e nell’attesa (inevitabilmente lunga) di rivedere Quagliarella calcare i terreni di gioco.
In coppia con Matri, la nuova "benzina" nel motore bianconero.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 13 febbraio 2011

Juventus e Inter: ora spazio al campo

Adesso è arrivato il momento del campo, giudice supremo di tutti i risultati. Lì si affronteranno Juventus-Inter, in una gara che sino a qualche anno fa rappresentava il punto di incontro della forte rivalità tra i due club, mentre ora è diventato una delle occasioni nelle quali entrambe le società entrano in rotta di collisione. Importante, ma non l’unica.

Alla luce delle parole pronunciate da Andrea Agnelli durante la conferenza stampa del 29 gennaio scorso ("Moratti mi annoia sul tema Calciopoli"), le successive risposte di Massimo Moratti ("Il Giovin Signore… Non volevo annoiarlo… Mi dispiace") e di Ernesto Paolillo, amministratore delegato dell’Inter ("Ogni volta a parlare per primi non siamo stati noi, ricordo che a parlare per primi sono altri, ricordo che per aver risposto prima della partita di Torino, della Juve, sono stato tacciato di voler fomentare la tifoseria, noi non fomentiamo niente, vedo che altri stanno iniziando a fomentarla prima della partita Juve-Inter"), hanno dato il via ad una sequela di dichiarazioni destinate ad interrompersi soltanto con il fischio d’inizio della partita da parte di Paolo Valeri, l’arbitro designato per la gara.

Dopo, ovviamente, si riprenderà a discutere sullo stesso tema. Nell’attesa che arrivino riscontri all’esposto presentato dal Presidente bianconero in merito alla revoca dello scudetto assegnato al club milanese nel 2006, basato sulla successiva scoperta di una rete di contatti tra i tesserati della società nerazzurra ed esponenti del settore arbitrale che portò il club torinese a scrivere sul proprio sito: "E’ convinzione della Juventus, pertanto, che venga meno il presupposto della decisione assunta dal Commissario Straordinario della Federcalcio nel 2006: l’inesistenza, cioè, di «comportamenti poco limpidi» addebitabili alla squadra che risultò prima classificata dopo la penalizzazione delle altre" (10 maggio 2010).
Si tratta di un passato, questo, che "non" annoia mai, da riscrivere, che non può essere cancellato con una semplice scrollata di spalle. E’ una ferita aperta che non si rimarginerà sino a quando i fatti processati all’epoca non verranno nuovamente giudicati con equità e con gli strumenti (e le prove) attualmente a disposizione.

Poi c’è il campo. Il Milan vince nell’anticipo del pomeriggio di questa venticinquesima giornata contro il Parma di Amauri, Giovinco e di tutti quegli ex juventini che avranno pure scoperto nella città emiliana la località dei loro sogni, ma ciò non toglie che ora si trovano a pochi punti dalla zona retrocessione. I rossoneri preparano la fuga verso il tricolore attendendo curiosi l’esito della sfida tra bianconeri e nerazzurri allo stadio "Olimpico" di Torino. Se Madama riuscirà a riversare sul rettangolo di gioco tutti i buoni propositi della vigilia, ecco che la formazione allenata da Allegri potrà continuare tranquilla la propria marcia solitaria. Fermo restando che tra non molto dovranno passare pure loro da Torino in una gara che faranno bene a non sottovalutare, visto il risultato di quella del girone di andata.

La vittoria esterna del Napoli (a Roma) consente alla società partenopea di avvicinarsi al Milan e di allontanare le altre contendenti alle prime tre posizioni utili per accedere alla prossima Champions League senza dover passare attraverso i preliminari. Viceversa, la sconfitta dei giallorossi impedisce alla formazione di Ranieri di smuoversi da quota 39 punti, restando così ad una lunghezza soltanto dalla Juventus attualmente ottava in classifica. Al di là di ogni aspetto puramente sentimentale ed emotivo legato alla rivalità tra bianconeri e nerazzurri, la partita di stasera è molto importante anche ai fini di un ritorno della Vecchia Signora verso le zone più nobili della serie A.

Nell’incontro disputato con l’Inter il 3 ottobre scorso al "Meazza" (3 ottobre 2010) Del Neri cercò, attraverso l'utilizzo di alcuni accorgimenti tattici, di creare un argine come protezione per la sua difesa dalle incursioni di Maicon: "Praticamente un 4-5-1", disse a fine partita, "Volevo limitare l’azione di Maicon e in questo senso Quagliarella è stato bravissimo, così come Marchisio che in un ruolo non proprio suo è stato perfetto. Per me la chiave più importante della gara è proprio lì. Maicon è straordinario, decisivo, dovevo trovare una soluzione per evitare guai da quella parte".
Nella partita odierna il tecnico bianconero - assente Quagliarella - con ogni probabilità sposterà sulla fascia sinistra Chiellini, davanti al quale opererà nuovamente Marchisio.

Gli incroci pericolosi, comunque, non mancheranno in tutte le zone del campo. Sarà così anche sull’altro versante, laddove sarà Krasic - che ad ottobre fece trascorrere una bruttissima serata a Chivu - a vedersela con Javier Zanetti. Per quanto riguarda il resto: sono numeri, schemi, parole, considerazioni varie che verranno superate soltanto dal risultato finale. Il punto dal quale la Juventus ripartirà domenica prossima contro il Lecce, alla ricerca di una migliore posizione in classifica e di se stessa, l’obiettivo più difficile da raggiungere per la nuova gestione di Andrea Agnelli.
Con una consapevolezza: quella che il bonus "Calciopoli" è già stato usato.
Male.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com