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venerdì 21 giugno 2013

Charles: "Juventus vuol dire vittoria"


L'ultima partita ufficiale giocata da John Charles con la maglia della Juventus terminò con una sconfitta per i bianconeri, un modesto 1-0 patito nella finale valida per il terzo posto nell'edizione della Coppa Italia targata 1961/62. L'avversario di quel giorno, incontrato allo stadio "Danilo Martelli", fu il Mantova. Era il 21 giugno 1962, e il gigante gallese concludeva in questo modo una splendida storia d'amore durata cinque stagioni con la Vecchia Signora.

In quel periodo Charles conquistò tre scudetti, due coppe nazionali e un titolo di capocannoniere (con 28 reti, nel primo anno in Italia), mettendo a segno tanti, tantissimi goal. Nel nostro paese sarebbe potuto sbarcare anche prima del 1957, visto che lo avevano adocchiato Lazio, Milan e Inter. Oltre, ovviamente, ad altri club blasonati del vasto panorama europeo.

Ad attenderlo sotto la Mole per dargli il benvenuto c'era Giampiero Boniperti, il nuovo compagno di squadra che di lì a breve sarebbe diventato anche uno degli amici più cari. In poco tempo Charles si era fatto conoscere nel nostro paese con l'appellativo di "gigante buono", dato che univa ad una stazza fisica imponente un carattere dolce ed una correttezza esemplare. Niente a che vedere con l'altro elemento del magico trio formato con lo stesso Boniperti, vale a dire quell'Omar Sivori che il giovanissimo Umberto Agnelli (all'epoca aveva solo ventidue anni) acquistò nella stessa sessione di calciomercato.

I tre divertirono e si divertirono insieme sui campi di calcio sino a quando Madama finì col perderne i pezzi uno alla volta. Dopo che nel 1961 Boniperti aveva abbandonato la Juventus (ed il calcio), infatti, era arrivata la volta di Charles, che l'anno successivo aveva fatto ritorno al Leeds United. Per la Vecchia Signora fu realmente difficile costruire nuovamente una macchina da reti e spettacolo così ben assemblata, anche se nell’estate del 1962 aveva puntato i fari su due campioni brasiliani di assoluto valore: Amarildo e Garrincha.

Nessuna delle trattative appena citate andò in porto, anche perché il Brasile aveva deciso di porre un veto ai trasferimenti dei suoi calciatori in terra straniera. Per rendere praticabile questa strada era sua intenzione far eleggere alcuni neocampioni del mondo come deputati nelle elezioni che si sarebbero tenute nel successivo mese di ottobre. La Juventus dovette quindi cambiare obiettivi, abbassando le pretese.
 
Prima di aprire altri cicli vittoriosi Madama avrebbe dovuto attendere diversi anni. La figura di John Charles, il "gigante buono", assieme a quelle degli altri compagni di scorribande rimasero impresse nei sogni dei sostenitori juventini a lungo. Così come, è doveroso ricordarlo, il giocatore gallese conservò un bellissimo ricordo dell’esperienza bianconera: “La Juventus vuole dire vittoria. Ecco il modo più semplice per spiegare la Juve, l'ho detto tante volte in Inghilterra quando mi chiedevano di raccontare il mio periodo italiano e io non avevo tanta voglia di parlare. È semplice, dicevo, alla Juventus si vince”.
Giampiero Boniperti, in questo senso, era riuscito ad insegnare qualcosa di importante al suo vecchio amico.

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domenica 19 maggio 2013

Juventus, l'abitudine a cedere per acquistare



Archiviata l’ultima gara della stagione, coincisa con una sconfitta, Antonio Conte non si è sottratto a nuove domande sul futuro della Juventus poste dai giornalisti nella pancia dello stadio “Luigi Ferraris” di Genova. Tévez, Ibrahimovic, Higuain, la difesa, il centrocampo… Gli argomenti sui quali discutere non sono di certo mancati. In merito alla zona mediana del campo lo stesso tecnico ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Il nostro centrocampo? Saremo  i migliori quando saremo noi a giocare la finale di Champions League”.

Il summit tra l’allenatore bianconero e la dirigenza del club è servito a chiarire ulteriormente le strategie di mercato di Madama, a breve e lungo termine, a tutti i membri cardine della società. Ora dalle parole si dovrà necessariamente passare ai fatti.

Il messaggio ai tifosi è partito, e stavolta non ci sono dubbi interpretativi di alcun genere: nessuno si aspetti acquisti milionari in serie. Arriveranno giocatori utili alla causa juventina, verrà alzato il livello tecnico della rosa e spetterà a Marotta e Paratici smontare e rimontare i pezzi del puzzle per poi restituire a fine agosto un budget in linea con l’attuale situazione gestionale. Poi, quando sarà il momento, si potrà riprendere a pensare in grande anche di fronte al tavolo delle trattative.

Svanite in prossimità del rush finale le possibilità di centrare alcuni record destinati a passare alla storia, la Juventus ha perso nuovamente contro la Sampdoria nell’ultimo atto del campionato. I blucerchiati hanno sconfitto la Vecchia Signora tanto all’andata quanto al ritorno, così come non le capitava di fare dalla stagione 1995/96. All’epoca i doriani si imposero a Genova per 2-0 (doppietta di Enrico Chiesa, 10 dicembre 1995), per poi ripetere l’impresa a Torino quattro mesi dopo (13 aprile 1996, 3-0 per effetto dei goals del solito Chiesa, di Balleri e Seedorf).

Quella gara giocata al vecchio “Delle Alpi” aveva sancito la fine delle speranze bianconere di poter raggiungere in classifica il Milan di Fabio Capello, ormai prossimo a conquistare il tricolore. Umberto Agnelli, padre dell’attuale presidente juventino Andrea, aveva abbandonato la stadio rilasciando una dichiarazione in cui si potevano chiaramente intravedere sia una sensazione di amarezza per il risultato appena conseguito che di speranza per la vicina semifinale di ritorno della Champions League: “Lo scudetto è perso? Credo proprio di sì. Non mi è sembrato che la squadra meritasse una sconfitta così pesante. Siamo stati anche sfortunati, ma a Nantes non lo saremo”.

Dello stesso tenore furono le parole pronunciate da Marcello Lippi, il tecnico di Madama: “Se mercoledì a Nantes ci andrà bene avremo un mese per correggere gli sbagli, per arrivare alla finale di Champions League senza sbavature”. La finale del massimo trofeo continentale, proprio il punto di arrivo delle speranze di Antonio Conte, attuale allenatore dei bianconeri. A lui era capitato di essere presente in entrambe le gare giocate contro i blucerchiati, che terminò – curiosamente - nello stesso minuto, al 18’ della ripresa.

In mezzo al campo la Juventus schierava anche Didier Deschamps, che in quel pomeriggio di aprile si era tolto qualche sassolino dalle scarpette chiodate: “Io sono un centrocampista e mi auguro che l'esperimento di schierarmi come difensore centrale non si verifichi più . Già a Nantes voglio riprendere il mio ruolo". Pure Gianluca Vialli, capitano e leader carismatico di una formazione piena di campioni, non si era tirato indietro di fronte a domande delicate sul suo futuro personale: “L'Avvocato dice che dipende da me? Per certe cose serve la reciprocità di intenti. Appena ci saranno novità lo comunicherò, sapete che la sincerità non mi ha mai difettato”.

La Vecchia Signora a Nantes subì una sconfitta per 3-2, ma riuscì comunque ad andare in finale per poi vincere la Champions League contro l’Ajax. Successivamente cambiò abito, salutando alcuni eroi di quell’impresa nell’intento di acquistarne altri per continuare a recitare un ruolo di protagonista ai massimi livelli.
Cedere per poi acquistare. Era il motto di allora, e continua ad essere di attualità anche al giorno d’oggi.

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giovedì 24 gennaio 2013

La Juve e il tabù della Lazio

 
Accolto con rammarico lo sfortunato pareggio racimolato nella gara di andata delle semifinali di Coppa Italia, Antonio Conte ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: “La Lazio è una grande squadra, ma in campionato e questa volta è stata anche molto fortunata”. Dal 1995 ad oggi le due formazioni hanno incrociato le loro strade nella coppa nazionale in altre cinque occasioni. Soltanto nella prima di queste Madama è riuscita a passare il turno, mentre nelle altre quattro è stata eliminata o comunque sconfitta dai rivali: nei quarti di finale (2000), in semifinale (1998 e 2009) e nella doppia finale del 2004.
 
Considerando il successo dei biancazzurri nella Supercoppa Italiana del 1998 e lo scudetto conquistato in rimonta nel 2000 a scapito dei bianconeri, a questo punto ci sono più elementi validi che porterebbero a definire la Lazio come una vera e propria bestia nera della Juventus. La partita appena disputata rievoca alla Vecchia Signora il ricordo di un'altra gara del suo passato, giocata contro lo stesso avversario ma dal risultato finale diverso. Si tratta di un match di serie A svoltosi a Torino, al vecchio stadio “Delle Alpi”, il 7 maggio del 1995. Dopo aver schiacciato la Lazio nella propria metà campo per lunghi tratti dell'incontro, Madama era stata successivamente punita per ben tre volte: Di Matteo, Boksic e Venturin consentirono agli ospiti di ottenere una vittoria che aveva il sapore dell'incredibile.
 
A fine gara Gianluca Vialli non riusciva a darsi una spiegazione di quanto accaduto sul terreno di gioco: “Se non l'avessi giocata, questa partita, non riuscirei a credere che sia finita così”. Passando dal fioretto alla sciabola, furono certamente più incisive le polemiche sorte tra Umberto Agnelli e Zeman: all'osservazione maliziosa del primo (“Ma non era Zeman che ci chiamava fortunati?”), fece poi seguito la risposta piccata del secondo (“Sono contento che anche Agnelli si renda conto che non è solo una questione di palle: serve anche la fortuna...”). L'incontro successivo di quel campionato avrebbe poi portato Madama a esibirsi al “Luigi Ferraris” di Genova contro i rossoblù, curiosamente gli stessi avversari dei bianconeri nell'anticipo serale previsto per sabato prossimo a Torino.
 
All'ora dell'aperitivo, invece, la Lazio affronterà il Chievo. A questo proposito Conte si è lasciato andare ad un altro sfogo verbale nella pancia dello “Juventus Stadium”: “È la seconda volta che noi giochiamo a quell’ora, e la Lazio alle 18.00, e tutte e due abbiamo poi la Coppa Italia, in settimana. Io lo chiedo, ma nessuno mi risponde”. Prima della ripresa della serie A il mondo bianconero ha avuto modo di celebrare due eventi importanti che lo riguardano: il decennale della scomparsa di Gianni Agnelli (24 gennaio) ed il rinnovo contrattuale di Gianluigi Buffon.
 
Stuzzicato su alcuni temi di attualità, nel luglio del 2001 l'Avvocato – durante un viaggio di cortesia in Russia per salutare l'amico Juan Antonio Samaranch, prossimo a lasciare la presidenza del CIO – aveva risposto ai cronisti presenti sul posto parlando a ruota libera di calcio: “Zidane? Ci mancherà, non c'è ombra di dubbio, ma se dopo cinque anni, anche per fare piacere alla moglie, che è lecito, uno vuole cambiare... non mi piace trattenere chi se ne vuole andare. La Roma? Non credo vincerà uno scudetto sino al 2012. Il ciclo della Lazio, d'altronde, è durato 2-3 anni”. Zeman, oggi allenatore dei giallorossi, non ha avuto il tempo necessario a disposizione per smentire a posteriori la tesi sostenuta dall'Avvocato. Come detto in precedenza eravamo nel 2001, due settimane prima di quell'intervista Gianluigi Buffon si era trasferito dal Parma alla Juventus.
 
Ora che ha appena allungato il suo matrimonio con la Vecchia Signora (fino a giugno del 2015) il portiere della nazionale si è lasciato andare ad una confessione riguardo il suo passato: “Quando arrivai alla Juve la mia prima preoccupazione era capire se ero adeguato a questo livello”. Ripensando è tutto quello che è accaduto in questi anni le sue parole riescono a strappare un sorriso.
 
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domenica 17 luglio 2011

Andrea Agnelli e la settimana decisiva per la Juventus


Dai primi test della Juventus targata Antonio Conte sono subito emersi i piedi fatati di Andrea Pirlo e la mano del nuovo allenatore. Nel cuore della linea mediana, ora, la Vecchia Signora ha finalmente inserito il giocatore che le sarebbe servito da anni. Ripensando all’ingente esborso economico per l’acquisto di Felipe Melo, a cui venne chiesto di svolgere le stesse mansioni demandate adesso all’ex rossonero, appare evidente come alcuni settimi posti in classifica collezionati da Madama non sono stati soltanto frutto del destino avverso, ma anche - e soprattutto - di scelte sbagliate sin dal momento del loro concepimento, quando dalle idee di mercato si è passati al "progetto". Per poi finire, inevitabilmente, al "fallimento".

Amichevoli estive come quelle disputate dalla Juventus in questi giorni non possono che lasciare in eredità piccoli spunti di discussione, riservando alle positive impressioni raccolte da Conte ("la disponibilità dei ragazzi è totale") lo stimolo per continuare a lavorare sulla strada appena tracciata. Al resto dovrà pensare il club, immettendo nuovi calciatori di caratura internazionale nella rosa bianconera per evitare di trovarsi di fronte ancora sei squadre al termine del prossimo campionato. In questo senso il nuovo tecnico ha recentemente (e giustamente) messo le mani avanti: "Un grande allenatore lo fa sempre la grande società. Oltre ai grandi giocatori, naturalmente: i protagonisti assoluti sono sempre loro, non si è mai un buon generale se non hai grandi soldati".

Alla ricerca dello "spirito Juve" perso da anni, per ora il popolo di fede bianconera che ha invaso Bardonecchia, acquistato abbonamenti a grappoli per seguire la squadra nel nuovo stadio e che anima il web, si stringe intorno alla voglia di vincere di Conte, sperando si tratti dello specchio fedele dell’intenzione di tornare ai vertici del calcio della società nella stagione dell’ennesima rivoluzione. Quella che, a detta degli interpreti sul campo, dovrà necessariamente essere diversa dalle altre. Così come ha recentemente sostenuto Chiellini: "Stagioni anonime come le ultime due, non voglio riviverle". In realtà, correggendo il tiro delle dichiarazioni del centrale difensivo e considerando che "alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta", l’anonimato dura da molto più tempo.

All’arrivo di ogni week end, in questo periodo, si finisce sempre - in chiave mercato - per "etichettare" la settimana che verrà col nome di un calciatore, annunciando (salvo poi posticiparli in un secondo momento) blitz improvvisi da parte della dirigenza bianconera per chiudere trattative importanti. E’ stato così sia per Aguero che per (Giuseppe) Rossi. La prossima, piaccia o non piaccia, inizierà invece con un avvenimento "certo" che produrrà effetti "certificabili": il Consiglio Federale della FIGC si esprimerà domani in merito all’eventuale revoca dello scudetto assegnato nel 2006 all’Inter. Se la linea della mancanza di competenza (certificata da tempo) dovesse essere confermata, starà alla Juventus muovere i passi successivi per evitare che siano altri, e non lei stessa, a mettere la parola "fine" a questa storia.

A farlo capire a chiare lettere (comparse sul sito ufficiale del club) è stato Andrea Agnelli: "Ribadisco che ogni azione legale sarà esperita a tutela della Juventus, se l’ordinamento sportivo dimostrerà di non essere in grado di garantire ai suoi membri pari dignità ed eguale trattamento".
Se le azioni dovessero seguire le intenzioni dichiarate, per Madama si tratterebbe di un cambio di atteggiamento epocale, che le farebbe prendere le distanze dagli errori e dai segnali di debolezza più volte mostrati in passato.

Il prossimo fine settembre lascerà definitivamente Torino monsieur Blanc, colui il quale affermava di stare "dalla parte dei giocatori che sentono di aver vinto 29 scudetti e non 27", parlava di "terza stella" per poi andare puntualmente in crisi alle prime domande sull’argomento poste da un qualsiasi giornalista. E per un John Elkann che liquidava la questione con un laconico "noi sappiamo quelli che abbiamo vinto", c’era sempre Cobolli Gigli, abile a dividere e suddividere i tifosi juventini in più categorie e a fare i conti in tasca al popolo bianconero ("Non esistono affatto i retroscena che mettono in giro sul nostro conto, ma che ci volete fare: la Juve ha 13 milioni di tifosi solo in Italia e tra loro esistono tifosi di serie A, B e C. Chiaro che io vorrei fossero tutti di serie A, ma non è possibile" - 27 marzo 2008) .

Tra calciomercato e carte bollate, onestà e prescrizione, illeciti strutturali e reali, la settimana che sta per iniziare vedrà Madama protagonista in più campi. Non c’è soltanto un futuro da costruire, ma anche un passato da riscrivere. Unendoli entrambi, la storia della Vecchia Signora potrebbe ufficialmente ricominciare. Il "buco vuoto" (di successi e significati) iniziato dal 2006 non potrà - comunque - più essere riempito; viceversa, il riconoscimento delle ultime vittorie ottenute sul campo dalla Juventus potrà consentire di rendere il giusto merito ad un team lavorativo con pochi eguali nel calcio. Un gruppo creato da Umberto Agnelli.
Che di Andrea, l’attuale Presidente, era il padre.

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venerdì 27 maggio 2011

I nuovi arrivi e il fascino della Vecchia Signora


La scorsa estate il primo acquisto della Juventus nuovamente targata Agnelli fu quello di Simone Pepe; a distanza di poco meno di un anno (e dopo una stagione disastrosa alle spalle), Madama è ripartita annunciando di aver trovato l’accordo con Andrea Pirlo. "Quantità" da una parte, "qualità" dall’altra.

L’approdo a Torino di Pepe gettò nello sconforto quei tifosi bianconeri che speravano nell’imminente arrivo di (almeno) un campione in grado di farli sognare ad occhi aperti: c’era ancora tutta una sessione di calciomercato estivo da affrontare, ma erano talmente alte le aspettative riposte nel nuovo corso juventino che la delusione finì col prendere il sopravvento sulla pazienza.

Il Dottor Umberto Agnelli, padre del giovane Andrea, nei suoi anni di presidenza al timone della Vecchia Signora decise di portare sotto la Mole due fuoriclasse del calibro di Omar Sivori e John Charles per invertire una rotta che vedeva Madama incapace di raggiungere lo scudetto da cinque campionati consecutivi.

Tramandata geneticamente la passione per la Juventus al figlio, era opinione di molti che una storia simile potesse venire riscritta usando la stessa traccia, anche a distanza di più di cinquant’anni. Per una Vecchia Signora debole tanto dentro quanto fuori dal campo, invece, il nuovo Presidente bianconero ha deciso di puntare per l’immediato su una trama diversa, anticipata ai sostenitori nell’ormai famosa lettera scritta loro il 18 giugno 2010 e pubblicata sul sito internet del club.

In quelle poche righe definì Giuseppe Marotta "l’acquisto più importante" di Madama, chiese a Del Neri l’arduo "compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio" per poi ammettere che "la distanza dai rivali, che si è creata in questi anni, richiede un percorso complesso".

Si iniziò così a parlare di un "cantiere Juve", proprio quando dalle ceneri del vecchio "Delle Alpi" ne era già stato aperto uno per la costruzione della nuova casa bianconera. Senza dimenticare come i disastri compiuti da Jean Claude Blanc (in entrambi i settori, a quanto pare) lasciarono alla nuova gestione una pesante eredità, venne poi scelta la strada dell’evoluzione del parco giocatori (in pratica una "rivoluzione mascherata"), da guardare crescere pazientemente nel tempo sorseggiando ogni tanto un bicchiere "mezzo pieno".

Alla conclusione di un campionato che ha portato la Juventus a stabilizzarsi nuovamente al settimo posto, Simone Pepe è rimasto uno dei pochi a salvarsi dal grigiore generale. Attorno a lui e a qualche altro compagno verrà costruita ora una rosa di ventiquattro calciatori pronta per affrontare gli avversari nella prossima stagione, infortuni compresi.

Il tono delle dichiarazioni che stanno accompagnando le presentazioni dei nuovi arrivi (oltre a Pirlo c’è stata pure quella dello svizzero Ziegler) è diverso da quello ascoltato nel recente passato: adesso trapela una maggiore sicurezza nelle potenzialità in sede di mercato del club. Per verificarne la differenza basta fare un salto indietro nel tempo e fermarsi al 28 agosto 2010, quando Del Neri - nel vedere Quagliarella mostrare contento la sua nuova maglia bianconera numero diciotto accanto a Marotta e davanti ai giornalisti - ammise: "Non si poteva fare più in fretta: il mercato ha i suoi tempi e dirigenti sono stati bravissimi".

Proprio in quei giorni Giampiero Boniperti rilasciò un’intervista a Enrica Speroni, inviata della "Gazzetta dello Sport". Non volle esprimere giudizi sulla nuova Juventus per non interferire con chi stava cercando di ricostruirla, lasciandosi scappare soltanto qualche piccola confessione: "La Juve bisogna vederla in campo, ne parliamo tra sei mesi. Perché l’importante non è solo comprare, ma gestire".
Alla luce dell’andamento negativo dell’ultima stagione, adesso si può affermare come le radici del fallimento bianconero si sono possano trovare in entrambi gli aspetti sopraccitati.

Pirlo, Ziegler, ma non solo: i nomi accostati alla Juventus tornano ad essere quelli di giocatori importanti, attenti al richiamo di Madama e consoni alle ambizioni di un club che deve riprendere a vincere non soltanto con le parole. A quelle si è aggrappato nella giornata di ieri Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli, infastidito dall’inserimento del club torinese nella trattativa (aperta da mesi) con l’Udinese per il passaggio di Inler dai friulani ai partenopei: "La Juve? Ne ha bisogno. Con l’arrivo del nuovo allenatore dovrà cambiare 25 giocatori". Quando si dice il fascino di una Vecchia Signora: pensare che Mazzarri avrebbe fatto carte false pur di scegliersi quei venticinque elementi…

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venerdì 11 febbraio 2011

Quando Jugovic e Zidane schiaffeggiarono l'Inter di Hodgson

Il 20 ottobre 1996 l'Inter di Mr. Roy Hodgson si presentò allo stadio "Delle Alpi" di Torino forte di un primo posto in classifica che - sino a quel momento - rispecchiava i sogni estivi di una Beneamata finalmente pronta a cucirsi sulle maglie lo scudetto numero quattordici della sua storia. Ad attenderla c'era la Juventus guidata da Marcello Lippi, fresca campione d'Europa, alla quale però la Triade aveva deciso di cambiare totalmente abito dopo il trionfo nella magica serata di Roma.
Priva di Del Piero e Antonio Conte e curiosa di scoprire il talento del neoacquisto Zinédine Zidane, Madama ospitò gli sfidanti pronta a dimostrare al proprio pubblico di essere ancora la più bella del reame. Si trattava della sesta giornata di campionato e davanti alle contendenti c'erano ancora tante, troppe gare da disputare sino alla fine della stagione per poter considerare l'incontro un qualcosa in più di una gara valevole per il prestigio e i tre punti. Non era ancora arrivato, in sintesi, il momento dei verdetti definitivi.

Lo spirito con il quale la Vecchia Signora azzannò la partita sin dai primi attimi di gioco lasciò di stucco l'Inter, incapace di opporre resistenza di fronte al furore agonistico messo in mostra dagli uomini di Lippi. Assente Paul Ince, il mediano nerazzurro che avrebbe dovuto occuparsi di Zidane, il francese si portò allegramente a spasso per il prato verde Ciriaco Sforza, naturale sostituto dell'inglese nel compito di arginare le giocate del numero 21 bianconero. Di Livio, Deschamps e Jugovic si impossessarono della linea mediana del campo, costringendo Zanetti, Winter e Djorkaeff (i loro dirimpettai) ad assumere un atteggiamento remissivo nei loro confronti. Una Juventus raccolta in non più di trenta metri schiaffeggiò ripetutamente i nerazzurri, stordendoli con un pressing asfissiante e pungendoli con un Bokisc devastante tanto nel crearsi le palle goals quanto a sbagliarle con incredibile puntualità. Soltanto al quarantesimo minuto del primo tempo Vladimir Jugovic, dopo un veloce scambio con Padovano, infilò Pagliuca per uno strameritato 1-0.
Prima, però, era andato in onda lo show della punta croata, definita a fine gara da Umberto Agnelli "tanto grande da meritare il pallone d'oro".
Al 13' della ripresa Ivan Zamorano, servito da Branca, con un destro in spaccata riuscì a colpire il palo, pareggiando il conto con quello centrato da Boksic (ancora lui) pochi istanti prima della rete dell'iniziale vantaggio bianconero. Infastidita dall'improvvisa sortita offensiva dei nerazzurri, Madama riprese a schiacciare sull'acceleratore: ancora il croato, saltato Pagliuca, cercò una conclusione a porta vuota, con Paganin che salvò sulla linea. Al 17' un potente sinistro di Zidane, scoccato a pochi metri di distanza dal limite dell'area di rigore interista, regalò al francese la sua prima rete nel campionato italiano e alla Juventus quel 2-0 che sanciva una superiorità nettissima. Dirà di lui, al termine dell'incontro, Marcello Lippi: "Io l'ho sempre difeso dalle critiche perché in allenamento ho sempre visto il suo lavoro, l'ho sempre giudicato positivo considerando anche che da poco tempo è con noi. Certo, ha fatto un bellissimo goal, penso che per lui sul piano morale potrà essere fondamentale".
Due minuti dopo Ferrara, su pallone proveniente da calcio d'angolo, colpì la traversa. Peruzzi, rimasto inoperoso per quasi tutta la durata della gara, potè giustificare la sua presenza con un intervento su conclusione di testa di Angloma su un cross originato anch'esso da un corner. Quella fu l'ultima azione degna di nota della partita.

Dopo che l'arbitro ebbe fischiato la fine delle ostilità, Massimo Moratti non riuscì a nascondere la sua delusione: "Al contrario degli avversari, la mia Inter non ha saputo combinare niente di decisivo. Non mi è piaciuta". E mentre Roy Hodgson cercava di trovare conforto in una classifica non ancora deficitaria ("i punti valgono più del gioco"), il presidente nerazzurro gli rispose stizzito: "Non vedo come i punti possano arrivare se non c’è il gioco".
Quell'incontro rappresentò l'alba di un nuovo scudetto bianconero, il numero ventiquattro. Umberto Agnelli, nonostante la bellissima prestazione della squadra, si mostrò dispiaciuto per le condizioni dell’impianto torinese teatro della sfida: "Non riguarda la partita in sé, perché in campo c' è stata una bellissima Juventus, con Boksic strepitoso e Zidane grande protagonista. Quello che non va proprio è lo stadio: è troppo triste osservare il Delle Alpi mezzo vuoto, è troppo brutto vedere quell'enorme distanza tra il pubblico e i giocatori. Abbiamo già presentato tre proposte alternative al Comune, perché così non si può proprio andare avanti. E aspettiamo risposte".
Sarà suo figlio Andrea, attuale Presidente del club, ad inaugurare la nuova casa bianconera la prossima estate. Il compito più arduo che lo attende, però, è un altro: quello di ricostruire la Juventus.


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mercoledì 25 agosto 2010

La Juventus a Villar Perosa: quest'anno è stato diverso...


Una volta l'appuntamento estivo a Villar Perosa era particolarmente gradito ai tifosi juventini: in molti accorrevano nella località piemontese per assistere alla passerella dei giocatori bianconeri nel campo di casa Agnelli, sotto gli occhi di Gianni e Umberto. Venivano studiati i "nuovi" acquisti e salutati i "vecchi". Una frase dell'Avvocato, in quell'occasione, si sapeva già che sarebbe entrata nella storia giornalistica di questo sport prima ancora che iniziasse a pronunciarla.

Col tempo ha finito col perdere un pò del suo fascino, incastrato tra una miriade di amichevoli di lusso e triangolari di prestigio (con relativi "ritorni" economici): il calcio estivo, poco alla volta, invase le televisioni quanto (e forse più) di quello "invernale". Si discusse anche della convenienza di continuare questa tradizione.

Negli ultimi anni, senza gli Agnelli e caduta (fatta cadere) la Triade, è venuta a mancare anche "la" Juventus. Dovevano bastarne cinque, a partire dal 2006, per farla rinascere e tornare ad essere competitiva ad altissimi livelli. Ne sono stati sufficienti quattro per affondarla.
La serie A, nel frattempo, ha perso il suo fascino; il calcio sotto l’ombrellone - tranne qualche eccezione - è diventato un piacere per pochi: per un "Trofeo Luigi Berlusconi" che da criptato torna in chiaro, ci sono moltissime altre amichevoli che ora si possono vedere solo a pagamento.

La prima partitella estiva in famiglia della Vecchia Signora del nuovo corso di un Agnelli, Andrea, non poteva passare inosservata. Krasic che si paga un aereo privato pur di non mancare all'appuntamento con l’esordio (in allenamento) con la maglia bianconera; lo stesso Presidente e John Elkann che rispondono per le rime alle (allucinanti) esternazioni di Massimo Moratti; da un momento all'altro si materializza il figlio di Antonio Giraudo, Michele, immortalato mentre abbraccia Andrea e stringe la mano al cugino; Diego viene acclamato dai tifosi bianconeri negli stessi momenti in cui circola sempre più insistente la voce della sua cessione al Wolfsburg, così come Trezeguet che viene dato - all’improvviso - per sicuro partente; dal nulla spunta fuori una trattativa in via di definizione con Di Natale che nessuno si aspettava.

Quante altre volte è capitato che nel giorno della classica "sgambata" di Villar Perosa accadessero così tanti fatti di una certa rilevanza in contemporanea?
Nel prossimo futuro, almeno, non si potrà dirà che anche quest’anno si è trattato della solita giornata all’insegna dei ricordi. Ma per iniziare a scrivere nuove pagine di una storia ferma dal 2006, questo può essere considerato soltanto un piccolo passo. Se in avanti, poi, lo si potrà vedere soltanto in un secondo momento.

Domani ci sarà il ritorno dello spareggio per accedere all’Europa League contro lo Sturm Graz. Non ne parla quasi nessuno: il goal decisivo di Amauri nel corso della gara di andata è riuscito ad evitare un pericoloso carico di tensioni in vista del ritorno a Torino. Ci sono già troppi fantasmi da scacciare: vincere aiuta a vincere (Del Piero dixit). E questa squadra, per ritrovare se stessa, ha necessità di riprendere a farlo il più presto possibile. Oltre ad una buona dose di giocatori di qualità da inserire nella rosa: con Krasic e Aquilani ci si è mossi in questa direzione. Ma si può - e si deve - fare di più.

Da "Twitter" a "Facebook": alcuni giocatori manifestano i loro stati d'animo al mondo intero utilizzando gli strumenti che la questa epoca mette a loro disposizione. Proprio come fossero ragazzi qualsiasi. A volte, andando un pò al di sopra delle righe, tirando in ballo argomenti che - data la loro delicatezza, visto che si parla anche della loro professione - meriterebbero una maggiore riservatezza.
Campioni si nasce o si diventa? La maggior parte di loro (mediamente) ha una quindicina di anni per dimostrarlo sui campi di gioco, in Italia e all'estero.
Per comportarsi da persone serie, invece, non è necessario aspettare tutto questo tempo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 22 luglio 2010

Marchisio indica la strada per la nuova Juve



"Pensiamo a noi stessi e non al divario con l’Inter o altri avversari. Dobbiamo fare gruppo perché dall’anno della serie B pian piano si è persa l’identità, la voglia di combattere, lo spirito Juve".
Nelle parole di Claudio Marchisio, pronunciate nel corso dell’ultima intervista rilasciata nei (suoi) primi giorni di ritiro, c’è la sintesi del recente passato, del presente e del prossimo futuro della Vecchia Signora: da quanto si è perso (e non è stato fatto) durante l’immediato periodo post Farsopoli, all’analisi della situazione attuale sino ad arrivare agli obiettivi da raggiungere.
Tra i quali, il primo, è quello di tornare ad essere "la" Juventus. Nel minor tempo possibile.
"La Juventus è stata un esempio per il mio Manchester United. Facevo vedere ai miei giocatori le videocassette della squadra di Lippi e dicevo: non guardate la tattica o la tecnica, quella ce l’abbiamo anche noi, voi dovete imparare ad avere quella voglia di vincere" (Sir Alex Ferguson)

Proprio Marchisio segnò un bellissimo goal nell’incontro con i nerazzurri nel girone di andata del campionato appena concluso, a Torino, il 5 dicembre 2009. Quello fu l’ultimo momento positivo di una stagione calcistica che già dalla successiva gara (con conseguente eliminazione) in Champions League, contro il Bayern Monaco, mostrò le crepe di un progetto che di concreto non aveva nulla.

"E’ un piacere immenso ricordare che tutto "il meglio" del calcio è passato dalla Juve" (Umberto Agnelli).
Storari, Motta, Bonucci, Martinez, Pepe, Lanzafame.
Come inizio.
Non c’è più Nedved; Trezeguet e Camoranesi potrebbero aver terminato la loro avventura in maglia bianconera; quella che sta per iniziare dovrebbe essere l’ultima stagione di Del Piero a Torino; Chiellini si spera possa rimanere alla corte della Vecchia Signora, prolungando il suo contratto e rifiutando le offerte proveniente da Inghilterra e Spagna così come accadde l’estate del ritorno in serie A, quando sembrava in procinto di accasarsi al Manchester City.
C’è ancora tempo per aggiungere a questa squadra giocatori di livello tecnico superiore. Sino al 31 agosto.
Ma è arrivata l’ora di farlo.

Il vero "gap" che la Juventus dovrà colmare non è quello che la divide, attualmente, dall’Inter (in Italia) e dal Barcellona (in Europa), quanto quello che la separa da quanto è stata "bella" in passato, a quanto è stata “brutta” (troppo, per essere vera) sino a ieri.

"Programmare" e non "progettare"; "vincere" e poi - forse - "divertire"; "dominare" (in campo) e non essere continuamente "schiacciati" (nella propria metà campo); non guardare gli altri ma pensare a se stessi, a tornare ad essere i migliori.
Come sostiene Marchisio.

La nuova dirigenza non prenderà decisioni "popolari" o "impopolari", ma semplicemente investirà (e già lo sta facendo) sul mercato quelle che sono le idee (e i soldi) della società. Sarà il campo, poi, ad emettere il verdetto definitivo.
Dzeko, Krasic, Aogo, Elia… I tifosi possono tranquillamente concentrarsi sui nomi dei singoli giocatori: chi sta costruendo la nuova Juventus opterà per l’acquisto di elementi funzionali alle caratteristiche della squadra che si ha intenzione di affidare a Del Neri.

"La vera gara tra noi e le milanesi sarà tra chi arriverà prima: noi a mettere la terza stella, loro la seconda" (Gianni Agnelli)
Si torni presto a vincere. E a scrivere nuovamente una storia ferma al 2006.
Per quello che è accaduto prima di quella data, qualcosa potrà succedere soltanto quando la Juventus tornerà ad essere se stessa anche fuori dal rettangolo di gioco.
Non soltanto "vigilando", ma anche "agendo".
Dando la possibilità ai sostenitori bianconeri di tornare ad esercitare - semplicemente - il loro ruolo di "tifosi", e non di avvocati difensori di una società che - di fatto - è scomparsa quattro anni fa.
Sembra strano, ma è la semplice realtà.
E chi non è juventino non può capire.

"La Juve è qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte" (Gaetano Scirea)

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com
Ringrazio l'amico Sandro Scarpa per aver pubblicato l'articolo anche qui Juvenews.net
Ps: Sandro, mi hai fatto provare una sensazione da "ritorno a casa"... zebrabianconera10 ti abbraccia

venerdì 30 aprile 2010

La Juventus degli Agnelli

L’ultimo Re d’Italia ci aveva lasciato il 24 gennaio 2003. Gianni Agnelli si era spento poco più di un anno prima rispetto al fratello minore Umberto (27 maggio 2004).
La Juventus, il giocattolo di famiglia, la "fidanzata d’Italia", era destinata - di lì a poco - ad essere distrutta.
Dall’incontro a Marrakech tra John Elkann e Jean Claude Blanc (31 dicembre 2004), per lei è iniziata una irrefrenabile caduta libera.
Il resto, è storia del recente passato. E di un presente che, sino a pochi giorni fa, sembrava non avere neanche un futuro.

"Dopo il Sudafrica ancora in bianconero? Penso di sì, però non dipende solo da me, ma da una serie di elementi. Credo che in società abbiano intenzione di voltar pagina" (Christian Poulsen, 22 aprile 2010).
"Voltare pagina". Cambiare. Tornare a chiamarsi Juventus. Ad essere "la Juventus". Tornare in mano agli Agnelli. Lo sapevano, i diretti interessati. Se ne è parlato tanto, in questi mesi. Troppo: per le abitudini degli ultimi anni, dove in casa bianconera alle parole non sono mai stati accompagnati i fatti.
La paura, il timore dei tifosi, era che tutto questo non avrebbe mai portato ad un risultato concreto.

Prigionieri di un’ingiustizia (sportiva) che ha tolto loro uno squadrone con giocatori degni della maglia che indossavano ed una dirigenza di valore assoluto, ai sostenitori juventini non era rimasto che seguire le udienze del processo penale di Napoli, con imputato Luciano Moggi. Triste, tenendo conto che si parla (e si scrive) di calcio.

La Juventus non andava? Prima si era deciso di allontanare gli allenatori di turno, poi di accentrare le cariche più importanti - in seno alla società - in mano ad una sola persona (Blanc). I risultati non arrivavano? Allora si è pensato di aggiungere qualcosa, di dare in pasto allo sterminato "popolino" bianconero la figura carismatica di Roberto Bettega, anima e cuore di una società vincente sia in campo che fuori dal rettangolo di gioco. Un uomo legato più ad Andrea Agnelli che non a John Elkann. Un uomo, probabilmente, "di collegamento" tra il vecchio e il nuovo. Ma non bastava. Non poteva bastare. C’erano troppe cose da rimettere a posto.
Una società senz’anima, una dirigenza senza cuore, una squadra - impresentabile - da rifondare.

L’inversione di rotta era necessaria, indispensabile. La nomina dello stesso Elkann a presidente della Fiat uno degli ultimi eventi necessari affinchè tutti i pezzi del puzzle andassero al loro posto. La gestione della Juventus poteva - a questo punto - passare di mano. Sullo sfondo l’imbarazzo per le continue intercettazioni che iniziavano a girare in internet, non solo tra le aule dei tribunali. Molte delle quali venivano riportate anche dalle maggiori testate giornalistiche online. Alcune, invece, volutamente lasciate in mano ai soli siti/forum di tifosi bianconeri (una su tutte: quella relativa alla telefonata Tosatti-Moggi sul "dietro le quinte" di Farsopoli).

Era arrivato il momento: lo sapevano tutti, in Famiglia. I tifosi non si limitano, al giorno d’oggi, a leggere i giornali o a guardare la televisione: internet è uno strumento di informazione portentoso. Lì le notizia corrono, a volte volano. Senza censure. Diventano oggetto di discussioni, di condivisione di idee, di scambi di opinioni, strumenti per arrivare a conoscere alcune "verità nascoste".

Il "buco nero" di quattro anni (dal 2006 ad oggi) andava colmato. C’era la necessità di iniziare a scrivere una nuova storia, che prendesse lo stesso titolo della precedente ("La Juventus"), affidandola alle mani di un autore che provenisse dallo stesso ramo degli altri (un Agnelli). I lettori avrebbero sicuramente apprezzato, e comprato a scatola chiusa. Certi della bontà del contenuto.

Nei prossimi mesi la società verrà (molto probabilmente) rivoluzionata. Dalla competenza di Marotta (e del suo staff) alle qualità dell’allenatore Benitez, dalla possibilità di riabbracciare Pavel Nedved alla speranza di vedere sempre più ristretta l’area di competenza di Blanc. In cima a tutto questo, un solo cognome: Agnelli. Lui c’è già. Gli altri, potrebbero arrivare uno dopo l’altro. Poi sarà la volta dei calciatori, del mercato estivo in entrata e in uscita. In sintesi: del rifacimento della squadra.

"Eleganza, professionalità e mentalità vincente": queste le origini dello stile-Juventus. Questo il precetto, contenuto in poche parole, che il senatore Giovanni Agnelli (nonno dell’Avvocato) lasciava ai suoi giocatori. Erano gli anni venti "dell’altro secolo", ma hanno finito per accompagnare la storia di una squadra che nel frattempo è diventata leggenda.

Andrea Agnelli non possiede la bacchetta magica. E’ tifoso della squadra della quale adesso andrà a ricoprire la poltrona più importante. Cercherà di continuare la tradizione di famiglia, proseguendo il lavoro fatto (con successo) anche dal padre (Umberto). Era, ed è tuttora, l’ultima ancora di salvataggio per chi spera in una Juventus vincente legata a quel cognome. Ne è l’ultimo rappresentante, quello a cui viene chiesto di far ripartire una storia interrotta dal 2006.
Ferma a 29 scudetti. Anche se a suo cugino John non piace sentirselo dire.
Benvenuto, Andrea. Siamo tutti dalla tua parte. Almeno tu non ci tradire.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com