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mercoledì 16 gennaio 2013

La Juventus rallenta


La Juventus che torna da Parma dopo aver mancato la vittoria di un soffio conferma la tesi del suo allenatore: non è una squadra di marziani. Viceversa, chi aveva pensato che i bianconeri avessero già vinto il campionato a fine dicembre probabilmente si era fatto condizionare dall'enorme distacco accumulato in quel periodo sulle dirette rivali nella corsa allo scudetto (otto punti). Se proprio si vuol discutere di formazioni che giocano a calcio come solo gli extraterrestri saprebbero fare allora bisogna guardare al campionato spagnolo, dove il Barcellona continua ad incantare e schiantare gli avversari uno dopo l'altro. I suoi successi ormai non fanno più notizia, così come i Palloni d'Oro conquistati da Lionel Messi e le reti che l'argentino segna a ripetizione.

Tornando in Italia, ha suscitato clamore il rallentamento della Juventus in vetta alla serie A. Lo scorso anno, di questi tempi, Madama aveva un punto in meno in classifica, guardava le partite della Champions League in televisione e non doveva riempire i suoi serbatoi di benzina sino al limite della loro capienza per far fronte agli impegni infrasettimanali. Per misurare la differenza con l'attuale situazione basti pensare che mercoledì 9 gennaio la Vecchia Signora ha cominciato un ciclo di incontri che la porterà a giocare ben otto volte in soli trenta giorni.

Un ciclo iniziato con una gara lunghissima, quella disputata in Coppa Italia contro il Milan e durata la bellezza di centoventi minuti. Non dev'essere un caso se domenica a Genova, contro la Sampdoria, il rossonero El Shaarawy si è reso protagonista di una delle rarissime prove incolori di questa prima metà di campionato. Le scorie di partite così tirate difficilmente si riescono ad eliminare in un breve arco di tempo. 

Giuseppe Marotta ha recentemente paragonato la serie A ad una corsa a tappe ("E' come il Giro d’Italia, non come la Milano-Sanremo"), centrando il punto della situazione: in questo genere di competizioni gli allunghi si "pagano", in termini di fatiche accumulate, esattamente come le rincorse. Partita a razzo in campionato, Madama ha incontrato delle difficoltà nelle prime gare disputate in Champions League; una volta messo il piede sull'acceleratore in Europa, invece, ha poi frenato in Italia salvo riprendersi in concomitanza con il ritorno di Conte sulla sua panchina.

La forbice tra gli alti e i bassi, fisiologici, che caratterizzano un'intera stagione sarebbero meno evidenti se Madama disponesse di qualcuno in grado di spezzare gli equilibri degli incontri nei quali non riesce a prevalere con il proprio gioco corale. Visto e considerato che, come sostiene lo stesso Conte, "trovare adesso dei giocatori che possano far fare il salto di qualità non è facilissimo, perché chi ce li ha se li tiene", non è da escludere che intorno alla Vecchia Signora si siano create, nel corso del tempo, delle aspettative molto elevate. Forse troppo.

Rosa bianconera alla mano, era evidente sin dalla scorsa estate che il gigante Bendtner ed il piccolo Giovinco non avrebbero risolto i suoi cronici problemi offensivi. Il ruolo di favorita le impone di vincere il campionato, non di ucciderlo. Le due squadre che la tallonano da vicino, Lazio e Napoli, nelle ultime quattro gare hanno accumulato la bellezza - rispettivamente - di dodici e nove punti, in concomitanza con il periodo di flessione bianconera. Tornando sul tema degli allunghi e delle rincorse, non è da escludere che a breve anche le dirette concorrenti possano rallentare il passo, magari nel momento stesso in cui riprenderà a segnare la cosiddetta "cooperativa del gol" juventina.

L'esito del campionato, comunque sia, non è così scontato come a molti era apparso lo scorso dicembre. L'incidenza degli infortuni, delle coppe europee e italiana (il Napoli ne è fuori, ma a breve Juventus e Lazio si troveranno una di fronte all'altra) si faranno sentire moltissimo nel prosieguo del torneo. A meno che qualche eventuale acquisto concretizzato in questo mese di gennaio riesca a modificare gli equilibri della serie A. E' difficile immaginare un'ipotesi simile, anche perché l'attuale sessione di calciomercato resta sempre la versione più moderna del vecchio mercato di "riparazione". Nel caso della Juventus, però, là davanti c'è da "costruire", non da mettere a posto qualcosa.

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mercoledì 4 gennaio 2012

La Juve a Lecce stavolta dovrà sudare...

31 maggio 2011, Vinovo, presentazione ufficiale del nuovo allenatore della Juventus, Antonio Conte: "Quanto tempo ci vorrà per tornare a vincere? Chi ha tempo non aspetti tempo", rispose sicuro il tecnico ad una domanda posta da un giornalista.
Nessun proclama, in perfetto stile bianconero, soltanto la massima chiarezza sulle prospettive immediate del club: "L'obiettivo è riportare la Juventus dove merita di stare e dove i tifosi si aspettano che arrivi. La Juve deve tornare ad essere protagonista".

A ruota seguirono le impressioni di Giuseppe Marotta: "Speriamo si possano riscrivere pagine importanti, e che Conte riporti quella voglia e quell'abitudine a vincere, come quando giocava. Abbiamo prolungato il contratto di Marchisio, non abbiamo intenzione di privarcene. Conte saprà far rendere al meglio Marchisio e tutti gli altri giocatori".
Andrea Agnelli, il presidente, concluse il cerchio delle dichiarazioni con un imperativo: "Vogliamo vincere, e vogliamo tornare a farlo con Antonio Conte. È lui il primo tassello di un mosaico per ritornare al successo".

A distanza di poco più di sei mesi la classifica sorride a Madama, prima in coabitazione con il Milan detentore del tricolore. Ritrovata la sicurezza nei propri mezzi, adesso anche gli avversari la guardano con occhi diversi: "Questo è un punto che conta. Ormai tutti quelli che ci affrontano, lo fanno giocando la partita della vita...", ha ammesso lo stesso Conte al termine dell'ultima gara disputata a Udine nel 2011. Quella che - ironia della sorte - avrebbe dovuto essere la prima della stagione in corso.
L'anno passato iniziò per la Vecchia Signora con una sconfitta casalinga dai molteplici risvolti negativi: il Parma vinse all'Olimpico per 4-1, ed i bianconeri persero per infortunio Quagliarella e per squalifica (a seguito di un'espulsione rimediata sul campo) Felipe Melo. Il caso vuole che la Juventus abbia esordito nell'attuale campionato giocando nel suo nuovo stadio proprio contro i ducali, restituendo loro il 4-1 e destando - stavolta - un'ottima impressione.

La paura che non fosse tutto oro quello che luccicava, unito alle ultime delusioni subite in casa bianconera, ha fatto sì che da quel momento in poi le valutazioni in merito alle prestazioni e ai risultati conseguiti da Madama venissero accompagnate da ripetuti "se", "ma", "forse", "vedremo": il timore di una caduta dalla quale non si sarebbe più potuta riprendere non è mai venuto a mancare.

Sino ad oggi la Juventus ha continuato, invece, ad aggiungere punti in classifica al termine di ogni gara, e nei confronti di coloro i quali hanno storto il naso per qualche segno "x" di troppo ha recentemente risposto il suo tecnico: "Imbattuti, ma con troppi pareggi? Andatevi a vedere con chi e, soprattutto, dove abbiamo giocato fino ad ora. Siamo stati due volte a Roma, a Milano con l’Inter, a Napoli e qua ad Udine: se togliamo la sfida in casa con i rossoneri, tutte le migliori le abbiamo incontrate fuori. Tradotto: ci sono pareggi e pareggi. Al ritorno affronteremo le cosiddette grandi praticamente tutte nel nostro stadio".

Soltanto nel caso in cui l’approccio agli incontri con le squadre cosiddette "medio-piccole" continuerà ad essere identico a quello riservato alle partite di cartello, allora il calendario potrà effettivamente disegnare un percorso in discesa per l’undici torinese.
La prossima trasferta di Lecce, laddove lo scorso 20 febbraio Madama perse 2-0 giocando talmente male da spingere Andrea Agnelli a sostenere che "dopo la gara i giocatori non si sono nemmeno dovuti fare la doccia", rappresenterà un nuovo esame da superare per la Vecchia Signora. L'ennesimo: sino a maggio sarà così.

La credibilità recuperata nei confronti dei propri tifosi rappresenta un primo, concreto risultato raggiunto; per quanto riguarda le vittorie, però, ci sarà ancora moltissimo da sudare.
Non certo come l’ultima occasione in cui la Juventus mise piede allo stadio “Via del Mare”.

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martedì 7 giugno 2011

La nuova Juventus tra promesse e realtà


Krasic, Melo, Aquilani e Marchisio: a differenza di quanto accaduto nel recente passato la Juventus sembrava aver trovato verso la fine del 2010 la soluzione giusta ai suoi problemi sulla linea mediana del campo. Corsa, qualità, geometrie: a partire dal 23 settembre 2010, data della sconfitta interna patita contro il Palermo, sino alla chiusura dell’anno Madama riuscì a non soccombere più, subendo soltanto 14 reti nelle successive 18 gare disputate, Europa League compresa.

Leggendo i suoi numeri si poteva facilmente notare come l’attacco fosse in assoluto il migliore della serie A (sia in casa che in trasferta), così come erano confortanti anche quelli relativi alle sconfitte accumulate nelle prime diciassette giornate di campionato (soltanto due). C’era una malattia da curare, la "pareggite", ma grazie all’ormai prossima riapertura del calciomercato, nella sessione invernale, si pensava di riuscire a trovare la medicina per porvi rimedio. Sistemata la terra di mezzo vi era il reparto offensivo da correggere e potenziare (nonostante la sua prolificità), mentre alla difesa, che adeguatamente protetta dal resto della formazione sembrava in grado di reggere l’impatto con i pericoli provenienti dagli avversari di turno, venne aggiunto Barzagli.

Poi arrivò l’Epifania, il ginocchio di Quagliarella fece crac e Melo affondò il piede destro sul viso del parmense Paci, meritandosi l’espulsione immediata e una squalifica per le tre giornate successive. La squadra riprese a perdere uomini, partite e fiducia, retrocedendo in classifica di posizione in posizione sino a confermare il settimo posto conseguito l’anno precedente.

Conclusa la stagione del calcio giocato e cambiato (nuovamente) allenatore, è iniziata la ristrutturazione del parco calciatori, dato che anche le poche certezze che si pensava di aver tirato fuori dal cantiere di Luigi Del Neri hanno finito con l’essere messe in discussione. Così come accadde la scorsa estate (la prima in bianconero per la nuova dirigenza) si è cominciato a lavorare su centrocampo e difesa, lasciando per ultimo l’attacco, il reparto nel quale dover fare la spesa comporta inevitabilmente esborsi onerosi.

"Cerchiamo dei giocatori importanti per il settore offensivo. Aguero, Tevez e Benzema hanno il profilo giusto", disse a fine maggio Giuseppe Marotta sollecitato dai giornalisti in merito ad obiettivi e speranze bianconere per l’anno che verrà, quello che vedrà Madama lontana dai palcoscenici europei.

Prima ancora di guidare la Juventus sui campi di gioco, con l’uso delle parole Andrea Pirlo ha recentemente tracciato la strada che il suo nuovo club dovrà seguire per migliorare lo stato attuale: "Per arrivare al livello delle squadre più forti, bisogna comprare campioni" .

I campioni, sempre loro: i più nominati, i più attesi, ma anche i più cari. Se non si riesce a costruirli in casa (nonostante ci fosse un "progetto" in tal senso dalle parti di Torino, anni fa...), bisogna necessariamente andarli a prelevare da altre società. Costi quel che costi. Se ti chiami Juventus e vuoi essere tale di nome e di fatto, questo non può e non deve rappresentare un ostacolo insuperabile.

"Prima di me sono passati tanti allenatori negli ultimi anni, ma è un problema che riguarda il passato, io guardo al presente e al futuro". Parole e musica ad opera di Antonio Conte, con un invito da lui firmato rivolto al mondo juventino a dimenticare le recenti delusioni e a concentrarsi sulla nuova stagione, evitando di portarsi dietro il pesante fardello dei ripetuti fallimenti.
La benedizione sulla scelta del tecnico leccese alla guida di Madama, poi, è arrivata direttamente da Andrea Agnelli: "Vogliamo vincere, e vogliamo tornare a farlo con Antonio Conte. È lui il primo tassello di un mosaico per ritornare al successo".

Stilare bilanci sull’operato della società ai primi del mese di giugno, con ancora un’intera estate a disposizione per poter lavorare sulla (ri)costruzione della squadra, è obiettivamente prematuro, oltre che privo di particolari significati. La nuova Juventus per ora figura soltanto sugli schemi abbozzati sotto l’ombrellone: non si può avere adesso la certezza sui nomi che comporranno la rosa ad inizio campionato e sulla lista definitiva di arrivi e partenze.

Resta il fatto che focalizzare l’attenzione su alcune tra le moltissime dichiarazioni rese da membri di spicco del club, le più significative, aiuta a preservare nel tempo le intenzioni e le sensazioni della società così come espresse in questo periodo.

Inevitabilmente arriveranno i momenti nei quali si potranno confrontare le promesse con la realtà, le parole con i fatti, le speranze con le certezze: le due prossime sessioni del calciomercato (estiva e invernale) accompagneranno Madama nel percorso che la condurrà sino alla conclusione della prossima stagione. Dove il verificarsi di un eventuale (ulteriore) fallimento stavolta non potrà ricadere soltanto sulle spalle dell’allenatore e dei tifosi.
Viceversa, una Juventus finalmente riportata ai livelli che le competono rappresenterebbe unicamente un ritorno alla normalità.
Sarebbe l’ora.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 6 aprile 2011

Dall'appello ai tifosi di Marotta alla Juve che verrà



Ad osservare l’andamento delle ultime gare della Juventus verrebbe spontaneo dire "non c’è due senza tre". Il problema è che nell’arco dell’intero campionato non è mai capitato che Madama vincesse tre partite consecutivamente: dopo Brescia e Roma adesso non resta che attendere la prossima giornata per capire se una volta per tutte la squadra di Del Neri riuscirà a sfatare questo tabù.

Prima dell’incontro disputato domenica scorsa nella capitale era idea diffusa che nell’appuntamento conclusivo del week end pallonaro alla Vecchia Signora spettasse il ruolo della vittima sacrificale. Oltre ai problemi maturati dall’inizio del 2011 anche i precedenti negli scontri diretti con i giallorossi in questa stagione, entrambi giocati a Torino, non erano confortanti: un pareggio in serie A (1-1, il 13 novembre 2010) e una sconfitta in coppa Italia, con la conseguente eliminazione dalla manifestazione (0-2, 27 gennaio 2011).

Proprio in quella partita la Juventus diede il peggio di sé: soltanto un tiro in porta di Del Piero in novanta minuti di gioco e la mancata assegnazione di un calcio di rigore per fallo di Mexes sullo stesso numero dieci bianconero furono gli unici spunti degni di nota che giustificarono la presenza sul campo della formazione guidata dal tecnico di Aquileia. Per quanto riguarda il resto, si trattò di un vero e proprio incubo: dalla curva che inneggiava Trezeguet non potendone più di Amauri, agli ospiti che passeggiarono sulle macerie di una squadra che stava vedendo svanire l’unico obiettivo per il quale poteva ancora considerarsi in corsa. A complicare la situazione si misero di mezzo anche gli infortuni, quelli che in una sola serata la privarono di tre calciatori: lo stesso Amauri (ormai prossimo a trasferirsi al Parma), Pepe e Motta.

Curiosamente al laterale difensivo destro di Madama è toccata un’identica sorte durante la recente gara di Roma, con la conseguenza che Del Neri ha dovuto fare a meno di un altro giocatore dopo le conclamate indisposizioni dei giorni precedenti l’incontro di molti elementi della rosa, tra i quali figuravano i nomi di alcuni pezzi da novanta dello scacchiere bianconero (Buffon, Chiellini e Del Piero su tutti). Quello che una volta veniva considerato l’appuntamento tra le regine del calcio italiano attualmente si è trasformato in una semplice contesa tra la sesta e la settima in classifica, tra due ambienti con uno stato d’animo ben diverso: pieno d’entusiasmo per un cambio di proprietà in dirittura d’arrivo dalla parte dei padroni di casa, deluso e arrabbiato per un’altra stagione buttata al vento per i torinesi.

Poi è accaduto che la Juventus per una sera è tornata la Vecchia Signora, ed il 2-0 è stato restituito al domicilio dei diretti interessati. Nelle parole di Del Neri del dopo gara, intervistato in merito ad un eventuale raggiungimento del quarto posto prima della conclusione del torneo, c’è la sintesi del comportamento della sua formazione nel corso dell’anno: "Non so se arriviamo a recuperare tanti punti, perché ne abbiamo persi parecchi, ma la squadra ha dimostrato di essere capace di tutto: di battere le grandi e di avere difficoltà con le piccole".

Dato che la storia della serie A insegna che i campionati si vincono (anche e soprattutto) racimolando il maggior numero possibile di punti contro i club considerati medio-piccoli, il problema evidenziato dal tecnico non lo si può ovviamente liquidare con una semplice battuta nella speranza che le cose possano cambiare da un momento all’altro.

L’appello ai tifosi di Giuseppe Marotta dei giorni scorsi ("Domenica spero lo stadio sia tutto con noi, vorrei un pubblico fantastico come quello che ci ha incitato dal primo all’ultimo secondo contro i giallorossi") è condivisibile, così come è comprensibile l’atteggiamento tenuto dagli stessi sostenitori bianconeri nel corso dell’ultima gara casalinga contro il Brescia.

In quell’occasione, al verificarsi del momentaneo vantaggio siglato da Krasic cantarono: "Vinceremo il tricolor". Subito dopo il pareggio realizzato delle "rondinelle" esposero uno striscione ironico: "Del Neri, anche oggi miglioramenti?". I fischi furono la colonna sonora di buona parte della partita, interrotti dai cori a favore di Del Piero: soltanto lui diede la possibilità alla Juventus di piegare una formazione penultima in classifica e priva di otto calciatori tra infortuni e squalifiche.

Il pubblico di fede bianconera non ha mai abbandonato la sua Signora, ma di fronte a certe prestazioni - al netto dei limiti tecnici della rosa - come si può non esprimere il proprio dissenso? Nel giorno immediatamente successivo la disfatta a Lecce, quando Madama rimediò una figuraccia, non fu il suo Presidente (e primo tifoso) Andrea Agnelli a pronunciare la fatidica frase "Dopo la gara i giocatori non si sono nemmeno dovuti fare la doccia"?

La "vera" Juventus non guardava al blasone dell’avversario di turno o alle prospettive di classifica: pensava soltanto a vincere. Domenica prossima giocherà contro il Genoa conoscendo il risultato dell’incontro tra Udinese e Roma: l’esito di quella gara potrebbe diventare un ulteriore stimolo per raggiungere questa benedetta terza vittoria consecutiva. Nel frattempo, incapaci di capire un "progetto" (per quello parlano i risultati degli ultimi anni), i sostenitori bianconeri sono in attesa di conoscere i nomi dei campioni che arriveranno a Torino la prossima estate: ad oggi, dopo decenni di vittorie, sono ancora in grado di distinguere un fuoriclasse da un discreto giocatore.
Lì non si possono fare giri di parole.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 27 febbraio 2011

Pavel Nedved e l'orgoglio bianconero

"Capello mercenario, Del Piero leggendario". Queste erano le parole riportate in uno striscione che campeggiava sugli spalti dello stadio "San Nicola" di Bari il 19 agosto 2006.
La Juventus, al momento destinata alla serie B con una penalizzazione di 17 punti (poi ridotta a 9), ironia della sorte doveva ripartire proprio dalla stessa località dove aveva concluso la sua meravigliosa storia, dal luogo in cui soltanto pochi mesi prima (il 14 maggio) aveva sconfitto la Reggina (in campo neutro) e conquistato il suo ultimo scudetto, il numero ventinove.

L’avversario era il Martina Franca, società che avrebbe dovuto affrontare il campionato di serie C1 senza soldi e - all’epoca - senza allenatore. In panchina si sedette tal Mimmo Trentadue, il loro preparatore atletico.
Davanti a 6.760 spettatori le due formazioni si incrociarono per disputare i sessantaquattresimi di finale della coppa Italia: vinsero i bianconeri, con le reti di Marchionni, Bojinov e Nedved.

Il biondo ceco, nel corso della gara, già ammonito rischiò seriamente l’espulsione a seguito di un duro contrasto con un avversario dovuto ad un suo eccesso di foga agonistica. Rizzoli, l’arbitro, fece finta di non vedere. Pochi minuti dopo Nedved realizzò la terza e ultima rete dell’incontro. Il popolo bianconero ebbe l’ennesima riprova che anche in quel difficilissimo periodo della storia del club l’impegno di un campione del suo calibro non sarebbe venuto a mancare. Una minima consolazione, nel contesto generale. Ma importantissima.
Il fondo Nedved era sempre lui: che si trattasse di una gara di coppa Italia lontana anni luce dalla finale, di un incontro disputato in allenamento o di un match valevole per la Champions League il suo approccio alle sfide era sempre lo stesso, non cambiava nulla.

Sempre il 14 maggio, ma del 2003, la Juventus eliminò al "Delle Alpi" di Torino il Real Madrid dalla massima competizione europea vincendo la gara di ritorno delle semifinali di quella manifestazione con il risultato di 3-1 (all’andata aveva perso per 2-1). Meier, il direttore di gara, in quell’occasione non fece come Rizzoli e sanzionò un intervento di gioco (istintivo) di Nedved su McManaman con un cartellino giallo, facendo scattare l’inevitabile squalifica data la diffida che pendeva sul giocatore. Anche in quella partita Nedved realizzò una rete: la terza, quella decisiva. Niente finalissima a Manchester, sul prato verde dello stadio rimasero soltanto le sue lacrime di disperazione.

Ad abbracciarlo in mezzo al campo a fine incontro andò Marco Di Vaio, attaccante bianconero di scorta alle spalle dei titolarissimi Del Piero e Trezeguet. Lo stesso Di Vaio che ieri sera, grazie alla doppietta realizzata contro Madama con la maglia del Bologna, ha contribuito ad infliggere l’ultima (in ordine cronologico) umiliazione ad una formazione che - al pari di quella dello scorso campionato - a questo punto si può serenamente affermare che con la Vecchia Signora e la sua meravigliosa storia non ha nulla a che fare.

Giuseppe Marotta, il 20 maggio 2010, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione".
Luigi Del Neri, dovendo affrontare in questi giorni una difficilissima crisi di gioco e risultati, parlò di "rivoluzione mentale", riferendosi ad un approccio sbagliato dei suoi uomini nella precedente gara persa contro il Lecce ed alla necessità di entrare in campo sempre con la necessaria grinta da contrapporre agli avversari di turno.
Andrea Agnelli, nella prima lettera indirizzata ai tifosi bianconeri (18 giugno 2010), a proposito del tecnico di Aquileia scrisse: "A lui spetterà il delicato compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio".

Sempre nel mese di maggio, il 31 dell’anno 2009, Pavel Nedved diede l’addio al calcio giocato nell’incontro di campionato disputato allo stadio "Olimpico" di Torino contro la Lazio, l’altra squadra nella quale il ceco aveva militato nella nostra serie A nel corso della sua carriera da professionista. Uno dei tanti striscioni dei tifosi, in quel pomeriggio di commozione generale, recitava: "I giocatori passano, l’uomo resta".

L’uomo Pavel è recentemente entrato nel CDA della società torinese su richiesta dell’amico Andrea Agnelli. Nell’attesa di trovare una sua precisa collocazione in seno al club, all’indomani della sconfitta di Lecce si è pensato di avvicinarlo sempre di più al campo di allenamento per metterlo a contatto con i giocatori e trasmettere loro il suo carisma, la juventinità e la voglia di vincere di un combattente con il pallone che avrebbe ancora molto da dare alla causa bianconera.

Si può distruggere un qualcosa già rotto? Sì. La Juventus degli ultimi cinque anni ne è la (continua) riprova.
In attesa dell’ennesima rivoluzione e delle (inevitabili, attese) nuove promesse, la cortesia che chi scrive chiede al campione ceco è quella di lasciar perdere la scrivania e di rimettersi le scarpe da gioco.
Non reggerà per tutti i novanta minuti? Stia tranquillo: non sarebbe l’unico, visto quello che combinano i calciatori attuali. Ormai la Vecchia Signora è virtualmente salva. Perdere per perdere, tanto vale affrontare le prossime sfide schierando esclusivamente chi ha la Juventus nel cuore, è un vincente nato, non fa differenza tra un allenamento e una semifinale di Champions League ed esce dal campo senza più energia nelle gambe.

E gli esclusi? Stiano pure a giocare con i social network.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 22 gennaio 2011

Juve-Samp come inizio di una settimana importante


Dopo la sconfitta subita a Bari nella prima giornata di questo campionato, la partita contro la Sampdoria disputata a Torino lo scorso 12 settembre 2010 sembrava potesse rappresentare per la Juventus quella dell’immediato riscatto.
Ai blucerchiati mancava Pazzini, al posto del quale giocò Pozzi. In quel pomeriggio non si notò alcuna differenza tra i due, se non nelle vocali e nelle consonanti che distinguono i rispettivi cognomi: aiutato da Cassano (a sua volta facilitato dalla marcatura troppo allegra di Motta…), l’attaccante ex Empoli aprì e chiuse un incontro che terminò con il risultato di 3-3.

Del Neri apprezzò l’atteggiamento positivo dei sostenitori bianconeri, rimasti delusi dal pareggio finale ma non per questo avari di applausi verso una formazione evidentemente in difficoltà e ancora da plasmare. Lo disse chiaro e tondo Marotta a fine incontro: "L’obiettivo dichiarato è la Champions League, i tifosi non vanno presi in giro. E’ giusto non perdere di vista il valore di avversari come Inter, Milan e Roma. Noi non abbiamo grandi campioni, qui ci sono ottimi giocatori che hanno bisogno di tempo per diventare una squadra vera. Non esiste la bacchetta magica, e contro la Sampdoria sei su undici erano nuovi rispetto alla scorsa stagione". Le dichiarazioni del tecnico di Aquileia furono sulla stessa lunghezza d’onda: "Anche con la Samp (la stagione precedente, ndr), all’inizio, avevo preso delle belle imbarcate. Poi, le cose sono migliorate col tempo".

Sergio Gasparin, direttore generale della squadra ligure, di Cassano disse tutto il bene possibile: "Il processo di maturazione di Antonio si è completato con la sua crescita come persona". Visti gli eventi posteriori ed il successivo trasferimento del giocatore al Milan, evidentemente mancava ancora qualche piccolo passo da compiere… I blucerchiati, ora, se lo troveranno di fronte la prossima settimana nei quarti di finale della coppa Italia, proprio allo stadio "Luigi Ferraris". Per l’addio di Gasparin da Genova bisognò attendere il 21 dicembre 2010, allorquando una nota della stessa società sul proprio sito annunciò l’accordo per la risoluzione contrattuale con il dirigente. Con tanti ringraziamenti.

Alla conclusione della seconda giornata in testa alla classifica c’era il Chievo, solitario, con sei punti. Il Milan aveva preso due ceffoni a Cesena (Bogdani e Giaccherini), Allegri non aveva ancora iniettato nella formazione titolare una buona dose di mediani per reggere il peso offensivo dei suoi attaccanti e Ibrahimovic, all’esordio, aveva deluso. Berlusconi se la prese con la terna arbitrale, scherzando sulla loro "provenienza": "Il problema è che spesso il Milan si imbatte in arbitri di sinistra".

Rovesciando il calendario per arrivare al giorno d’oggi, Federico Macheda ha preso il posto che fu di Cassano accanto a Giampaolo Pazzini. Insieme guideranno l’assalto ad una Vecchia Signora che non può permettersi di commettere altri passi falsi per non perdere ulteriore terreno nei confronti delle primissime della classe. Sampdoria domani pomeriggio, Roma giovedì prossimo in coppa Italia e Udinese nel posticipo serale di domenica 30 gennaio: tre gare importantissime concentrate in una settimana, nella quale la Juventus si giocherà il proprio futuro nella stagione in corso attraverso le due competizioni che le sono rimaste da disputare dopo l’uscita dall’Europa League.
Senza dimenticare che anche la prossima, quella che la vedrà protagonista nel suo nuovo stadio, dipenderà in parte da quanto di buono Madama riuscirà a fare in questa, senza trascurare quanto accadrà nelle ultime giornate della sessione invernale di calciomercato che si concluderà il 31 gennaio. Dopo ci sarà soltanto tempo per lavorare. Nella speranza di non dover rimpiangere qualche operazione non andata a buon fine.
Il tempo non manca: lo si usi a dovere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


mercoledì 22 dicembre 2010

Marotta, i numeri dell'estate e l'evoluzione Juve

Miglior attacco della serie A (sia in casa che in trasferta), minor numero di sconfitte nelle prime diciassette giornate di campionato (due), imbattuta dallo scorso 26 settembre con sole 14 reti subite nelle ultime 18 gare, Europa League compresa. Sono i numeri della Juventus di Luigi Del Neri, la formazione attualmente quarta in classifica dietro Milan, Lazio e Napoli.
Bastava poco perché si ritrovasse a soli tre punti di distanza dai rossoneri, ma sul più bello sono comparsi nuovamente i sintomi di quella malattia che la Vecchia Signora dovrà curare in questa pausa natalizia: la "pareggite". Sei incontri su sei terminati senza vittorie né sconfitte nella manifestazione europea, quella che Madama ha salutato con largo anticipo rispetto alle previsioni iniziali; sette, invece, sono stati i pareggi nella competizione nazionale (poco più del 40% delle partite disputate). Eppure, senza il goal di Pellissier realizzato nei minuti di recupero dell’ultima gara giocata a Verona, questi numeri avrebbero assunto un’altra rilevanza.

Soprattutto alla luce del punto di partenza della nuova Juventus targata Andrea Agnelli: come riportava "Tuttosport" lo scorso 2 settembre, la società bianconera si era resa protagonista di una sessione estiva di calciomercato condotta su ritmi pazzeschi, con un totale di 90 operazioni ufficiali compiute (tra entrate, uscite e risoluzioni contrattuali) che hanno coinvolto i suoi tesserati a partire dalle formazioni giovanili sino ad arrivare alla prima squadra, con una media di oltre una trattativa al giorno. Giuseppe Marotta, il 20 maggio, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione". Numeri alla mano, si trattò di un qualcosa di più di una semplice "evoluzione".

Era stato deciso di gettare le fondamenta di un progetto sportivo ad ampio raggio, che difficilmente avrebbe portato nell’immediato risultati importanti, ma che puntava a non ripetere lo stesso errore compiuto dalla precedente gestione: quello di dover ripartire da zero, senza certezze e dopo aver spremuto le residue energie dai calciatori rimasti nonostante il terremoto del 2006. A chi storceva il naso sull’operato della nuova dirigenza, con il ritornello "quantità ma non qualità", la risposta veniva racchiusa in un’unica parola: "pazienza".
Quella che non esiste, quando ti chiami "Juventus". A maggior ragione se anche il suo stesso Presidente, recentemente, alla voce "Calciopoli" ha poi riconosciuto che "In questi anni abbiamo abusato della pazienza dei nostri tifosi".

Marotta, intervistato dalla "Gazzetta dello Sport" due giorni addietro, ha tenuto a precisare come "E' necessario arrivare (ai livelli di eccellenza sportiva, ndr.) senza saltare nessuna tappa a livello economico e organizzativo. Nei grandi progetti, quelli che durano, quelli vincenti, non si improvvisa niente, non si può improvvisare niente".

Sempre il 2 settembre scorso, la foto di Mourinho ricopriva la quasi totalità dello spazio disponibile nella prima pagina della rosea: aveva rilasciato un’intervista esclusiva al taccuino di Fabio Licari, nella quale ammetteva di sentire Moratti ogni settimana, anche se - da professionista - riteneva di aver chiuso un capitolo della sua vita ("Quando chiudo, chiudo"). Accanto all’immagine, con il rimando ad un articolo scritto da Matteo Dalla Vite, si poteva leggere: "Benitez deluso dal mercato. Però a gennaio qualcuno arriverà". E qualcuno se ne andrà…
La Juventus? E chi se la filava… C’era spazio solo per uno sfogo di Diego, il brasiliano ceduto ai tedeschi del Wolfsburg: "Del Neri mi aveva detto che ero indispensabile, ma Marotta vuole solo italiani e non campioni".
Per il resto, si scommetteva sulle tre sfidanti per lo scudetto: Milan, Inter e Roma.

Nell’edizione odierna della "Gazzetta dello Sport", accanto al saluto ad Enzo Bearzot (ciao, Vecio), ecco le foto di due allenatori che potrebbero rappresentare il futuro dell’Inter: Leonardo e… Mourinho.
Il tecnico portoghese, in rotta di collisione con Jorge Valdano, dopo le cinque reti subite dal Barcellona e preso atto dello strapotere degli avversari diretti in Spagna (anche se la distanza in classifica è di soli due punti), lancia un messaggio a Moratti: "All’Inter tornerei, ma spero non abbia bisogno di me…". L’intervista, anche questa volta, è stata curata da Fabio Licari. Viene proposta a "puntate", quasi a voler accompagnare un suo rientro in Italia la prossima estate.

In questa sessione invernale di calciomercato i nerazzurri (quasi certamente) si rinforzeranno, Cassano è ormai del Milan che cerca di liberarsi di Ronaldinho, la Roma prova ad acquistare difensori mentre il Napoli migliorerà la rosa a disposizione di Mazzarri pregustando un finale di stagione nelle primissime posizioni in classifica.
La Juventus? Continua nella sua opera di "evoluzione", alla ricerca di un goleador in grado di aiutare la squadra a trasformare i pareggi in vittorie. Perché puoi avere anche il miglior attacco della serie A e non perdere da una vita, ma soltanto accumulando tre punti a domenica ti metti nelle condizioni di puntare a vincere qualcosa di importante.

Nell’attesa, c’è anche la possibilità di "distrarsi" con i colloqui di Stefano Palazzi: dopo "Farsopoli" è iniziata "Calciopoli".
Vedremo.
Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 9 settembre 2010

La Juve tra vecchi progetti e nuovi rinnovamenti

"Abbiamo riportato nei tempi previsti la squadra alla massima competitività, nazionale e internazionale. In questi ultimi anni solo un'altra squadra ha fatto meglio di noi, ma con una logica economica diversa".
Era il 14 febbraio 2010, il giorno dedicato agli innamorati, quando Jean Claude Blanc pronunciò queste parole.

A (ri)leggerle ora, a distanza di mesi, verrebbe da pensare ad una Juventus finalmente alla conclusione di quel percorso di rinascita iniziato dalle ceneri del terremoto del 2006.
Invece si stava parlando di una squadra eliminata di fatto dalla Champions League, retrocessa nell’Europa League dove avrebbe ancora dovuto giocare l’andata dei sedicesimi di finale contro l’Ajax e che era riuscita ad ottenere 8 punti nelle ultime quattro giornate in serie A, dopo la recente vittoria in casa del Bologna (tanta roba, visto quello che sarebbe accaduto da quel momento in avanti).

Ciro Ferrara era stato esonerato da pochi giorni, nonostante le dichiarazioni dello stesso Blanc del 1° dicembre 2009 dopo la sconfitta esterna a Cagliari ("Ferrara non rischia nulla, sta lavorando bene e ha tutta la nostra fiducia. L'esito delle due prossime partite non cambierà nulla, andiamo avanti con il nostro progetto. Ciro ha grandi capacità ed è un gran lavoratore, ha con lui uno staff di qualità").

Al termine dello scorso campionato altre cinque squadre, assieme all’Inter, fecero meglio della Juventus.

Ci voleva pazienza, per vedere finalmente compiuta l’idea di calcio (in)sostenibile del francese.
La stessa parola usata più volte da Claudio Ranieri ai tempi della sua permanenza in bianconero. Come, ad esempio, nella dichiarazione che rilasciò in occasione del pareggio (0-0) ottenuto a Genova contro la Sampdoria nell’anticipo della 5° giornata del campionato 2008-09: "Ma se raccontassi che siamo venuti a Genova senza pensare ai tre punti non direi la verità. È andata male, pazienza, sorrideremo un'altra volta". Nella partita diventata famosa per altre affermazioni: "Non ho messo Giovinco perché avevo paura della spinta offensiva di Pieri".

Oppure in quelle pronunciate dallo stesso allenatore dopo la sconfitta interna contro la Lazio in coppa Italia, nel corso di quella stagione. Una disfatta che determinò l’uscita dei bianconeri dalla competizione: "Volevamo andare in finale, non ci siamo riusciti,...Pazienza". A cui seguirono altre frasi diventate (anch’esse) celebri: "I nostri tifosi sono il nostro popolo e il popolo è sovrano".

Non si possono imputare al nuovo Presidente Andrea Agnelli e alla sua dirigenza (tutta meno uno…) gli errori del recente passato bianconero. Su quelli, e "con" quelli, hanno dovuto lavorare in questi primi mesi. Si attendeva il termine del calciomercato estivo per stilare un bilancio dell’operato in quella sede: oltre all’unanime delusione per il mancato arrivo di (almeno) un campione sotto la Mole, la tifoseria si è "divisa" tra pessimisti, ottimisti e realisti. Consci, in larghissima maggioranza, che lo scudetto, per quest’anno, è "roba d’altri".

E’ sparita, o quasi, la parola "progetto", sostituita dal termine "rinnovamento". Che, come dice Giuseppe Marotta, "è un processo più lento rispetto a una rivoluzione". L’unico ritornello, che non cambia, è che "ci vuole pazienza".
Quella che viene chiesta ai tifosi, nuovamente. E che, ad oggi, hanno avuto in dosi massicce.

Al ritorno in serie A (dopo l’inferno della B), si decise di puntare su un centrocampo guidato da Tiago e Almiron (per finire con Cristiano Zanetti e Sissoko). Se sul portoghese non vale la pena dilungarsi, sull’argentino è giusto ricordare le sue prime parole pronunciate a Torino ("Forse non sono ancora pienamente maturo per una squadra come la Juve") per capire la differenza tra "indossare" la maglia della Juventus e "portarla": sono due cose diverse.

Nonostante gli errori della campagna acquisti, alla fine la Vecchia Signora si classificò al terzo posto. Accettato di buon grado, in larga parte, perché i tifosi avevano capito le difficoltà nelle quali si trovava ad operare la (precedente) società. La scorsa estate, invece, nel tentativo di migliorare e rendere competitiva la squadra, si finì col distruggere tutto. La gestione degli eventi in corso d’opera, poi, fecero venire alla luce le debolezze interne della dirigenza. Ma quello è un altro discorso.

Si può sbagliare, e il campo dirà - come al solito, come sempre - la verità, ma l’impressione è quella di essere tornati di nuovo "all’anno zero", più o meno come accadde nei momenti successivi al ritorno in serie A. Con qualche campione in meno e con una Vecchia Signora più simile ad una Signorina ai primi passi in attesa di diventare grande, verso la quale i tifosi devono portare pazienza. E infinito amore. Quello che non è mai mancato: l'ennesima riprova la si può avere guardando come si sta iniziando a riempire lo stadio Olimpico per la prossima gara interna con la Sampdoria di domenica.

Lo si è capito: ci vuole pazienza. Ormai si può anche smettere di dirlo. Adesso spazio alle partite, alle sette gare in poco meno di un mese. E che siano i fatti a parlare, d’ora in poi.

Ha detto bene due giorni fa David Trezeguet, uno che a Torino sarà sempre di casa: "Nel calcio il passato è importante. Nella Juve è quasi tutto".
Il problema è che, ancora, non si trova un collegamento tra tutto quello che c’era nel 2006 e la realtà odierna. Fatta eccezione per qualche giocatore.
Ma è ancora poco. Troppo poco.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Comunicazione (per gli amici): nella giornata di domani, per motivi personali, non sarò reperibile. Tornerò online sabato (sera). A presto

mercoledì 8 settembre 2010

La frittata era già fatta

Ho visto Luciano Moggi a SportItalia.
Ha parlato, come era lecito aspettarsi, del mercato della Juve.
Per sommi capi volevo far notare un paio di cose che mi hanno colpito.
Prima di tutto ha difeso Andrea Agnelli, rimarcando una voce che già girava da giorni sul web, quella cioè che Marotta e Delneri non siano una sua scelta. Erano già stati messi sotto contratto prima del suo arrivo.
La seconda, già risputa, è che non ha condiviso l’operato del nuovo DG bianconero.
Quella della Juve è una rifondazione, ha affermato, e con una rifondazione occorrono 3 anni per tornare a grandi livelli. Quindi non si comprano tutti insieme 11 nuovi mediocri giocatori, ma si comprano 3 ottimi giocatori ogni anno, ed in 3 anni si ha uno squadrone.

Lungi da me l’idea di criticare Big Luciano.
Anzi, gli do tutte le ragioni.
Non è che voglia fare l’aziendalista (come va di moda dire in questo periodo) però il discorso di Moggi è perfetto teoricamente.
Per quello che riguarda la pratica, un dubbio mi rimane.
Credo, si vocifera (e Roma è assai distante da Vinovo, perciò prendete il tutto con beneficio di inventario) che lo spogliatoio della Juve fosse un po’… turbolento.
Quindi, forse, Marotta non doveva solo decidere quali giocatori inserire nella rosa, ma rifarla quella rosa, visto che si è trovato davanti alla necessità di smantellare un gruppo che non era più squadra.
Se, … così si dice…, un giocatore tenta di picchiare un allenatore, se alcuni fanno gruppo a se stante, se il rispetto per i ruoli viene a mancare, se il menefreghismo ha il sopravvento sulla professionalità….forse non basta riportare la disciplina, forse in molti – per il bene della squadra – devono necessariamente cambiare aria.
Altrimenti non riesco a spiegarmi alcune cose.
Faccio un solo esempio : Trezeguet.
Siamo agli ultimissimi giorni di mercato, la famosa punta centrale tanto attesa ancora non è arrivata, il titolare è infortunato, e Marotta cosa fa? Cede l’unico possibile sostituto. Un grandissimo giocatore all’ultimo anno di contratto (badate bene!), ma soprattutto pagandogli una cospicua buonuscita (3 milioni?), con l’idea comunque di sobbarcarsi il costo del prestito e dello stipendio di un altro mediocre attaccante da tenere solo per un anno. Non c’è neppure la convenienza economica in questa operazione!
Quindi la cessione di Trezeguet, non sembra una scelta tecnica ma disciplinare.
Come dire “A costo di rimetterci, preferiamo fare a meno di te”.
E probabilmente quello del francese non è un caso isolato.
Moggi parla come uno che è abituato a tenere sotto controllo lo spogliatoio, ma Marotta è arrivato solo ora, quando la frittata era già fatta.

Articolo pubblicato su Juvenews.net


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

martedì 3 agosto 2010

Una Juve programmata per vincere


Meno di un mese, e la sessione estiva di questo calciomercato terminerà. Passano i giorni, e la situazione rimane inalterata: non se ne vanno i "partenti" e non arrivano i giocatori con cui le trattative sono state annodate da tempo.
Ormai, difficile essere smentiti (ci sarebbe veramente da preoccuparsi…), è questione di poco. Poi inizierà la seconda fase: dopo aver gettato le fondamenta, si dovrà puntare alla realizzazione ed alla conclusione dell’opera di ricostruzione della squadra.

Il trequartista che doveva far compiere il salto di qualità alla Juventus nella scorsa stagione (Diego) viene ora utilizzato come seconda punta ("stile" Doni o Cassano è ancora tutto da vedere, così come per la sua effettiva permanenza in bianconero); gli altri attaccanti in rosa sono sempre gli stessi (con un anno e qualche acciacco in più); nelle restanti zone del campo la squadra inizia ad assumere una sua fisionomia, anche se ci sono ancora diverse caselle da riempire. Compresa quella della "qualità".

La scelta di spostare il gioco nelle fasce laterali, lasciando ai due centrali di centrocampo il compito di difendere ed assalire, ma non di "impostare", potrebbe portare la squadra ad avere un perfetto equilibrio tra condizione fisica e prestazioni in campo: quando la prima sarà buona, dovrebbero arrivare i risultati; in caso contrario, si soffrirà.

In mancanza di occasioni di mercato, si proverà a rilanciare Felipe Melo. Un patrimonio tecnico ed economico, per la società. Ma al di là dell’effettiva riuscita dell’idea, questo non dovrà accadere a scapito della qualità in campo: scelto lui, chi ci sarà a fargli compagnia, in mezzo al rettangolo di gioco? O, viceversa: chi saranno gli esclusi?
L’importante è che il più penalizzato non risulti il gioco: quello che manca, a questa squadra, da anni.
La speranza è che, "regista o non regista" di centrocampo, non venga commesso l’errore ripetuto da tempo: privilegiare la "muscolarità" alla tecnica.

"Platini, ma lei fuma nell’intervallo di una partita?"
"Avvocato, non si preoccupi se fumo io. L’importante è che non fumi Bonini, che deve correre anche per me!" (Michel Platini)


"Jean Claude Blanc ed io stiamo garantendo al nostro Direttore Generale (Giuseppe Marotta) tutto il sostegno necessario perché possa arrivare a fine agosto con una compagine competitiva da mettere a disposizione del nostro nuovo allenatore, Gigi Del Neri" (lettera di Andrea Agnelli ai tifosi).
Ad oggi è sembrato più facile fare piazza pulita in società piuttosto che tra i giocatori.

Il calcio, così come la vita, è fatto di "cicli". L’ultimo vincente, in bianconero, partì dopo otto anni di insuccessi (in campionato) e da pochi trofei (due Coppe U.E.F.A. e una coppa Italia). In pratica dal "primo" addio alla Juventus di Trapattoni e dal "penultimo" Platini (1985-86).
C’erano due Agnelli (Giovanni e Umberto), ma non si riuscì comunque a fronteggiare i periodi vincenti del Napoli di Maradona, dei Milan di Sacchi e Capello, dell’Inter dello stesso Trap e della Sampdoria di Roberto Mancini e Gianluca Vialli.

Proprio Vialli, convinto da Marcello Lippi a rimanere a Torino dopo le sue due prime deludenti stagioni, divenne il simbolo di una Juventus nuovamente vittoriosa.
Quella che ereditò, dall’ultima creatura di Giampiero Boniperti (1993-94), i seguenti giocatori: Peruzzi, Rampulla, Kohler, Porrini, Torricelli, Carrera, Fortunato, Marocchi, Conte, Di Livio, Roberto Baggio, Ravanelli, Del Piero. Oltre, come detto, allo stesso attaccante di origini cremonesi.

Invece di paragonare, come spesso si usa fare in questi periodi, la Juventus attuale a quella del 2006 o ad una di quelle plasmate dalla Triade in quel periodo, è più utile fare un confronto tra "quel" punto di partenza e questo di Marotta e Andrea Agnelli.
Si capirà, una volta di più, la difficoltà del lavoro che li aspetta. E che stanno svolgendo.
Con tanti sentiti ringraziamenti a John Elkann e Jean Claude Blanc.

Ora c’è poco meno di un mese a disposizione, per costruire una squadra "programmata per vincere".
Il voto che verrà dato al mercato bianconero al 31 agosto, non potrà non tenere conto di queste valutazioni. In attesa di (almeno) un "big" che possa aumentare il tasso tecnico e la caratura della rosa. E nella speranza che questo processo richieda il minor tempo possibile.
Senza perderne ancora: a quello hanno già pensato altri.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 1 agosto 2010

1° agosto: il giro di boa del calciomercato



Il consiglio della FIGC ha diramato in modo ufficiale le date del calciomercato estivo. L'inizio è fissato per il giorno 1 luglio, mentre il termine è stato fissato il 31 agosto alle ore 19.00.
Il che vuol dire che oggi, 1° agosto, siamo esattamente al "giro di boa".
Manca ancora un mese alla fine di questa sessione. Poi, si partirà con gli effettivi a disposizione in quel momento. Per altri acquisti e cessioni i battenti si riapriranno in quella invernale (3 gennaio - 31 gennaio 2011).
Ma cosa succedeva all’alba del 1° luglio scorso?

La Juventus attendeva il sì per Marco Motta: dopo averlo ottenuto dallo stesso calciatore si cercava l’intesa (poi trovata) con l’Udinese. Riallacciati i buoni rapporti dopo le tensioni dell’affare (saltato) Gaetano D’Agostino, l’operazione che portò Simone Pepe alla corte della Vecchia Signora (la prima della nuova era Agnelli) aveva contribuito ad un primo riavvicinamento tra le due società.
L’arrivo di Marotta a Torino e gli addii di Gasparin (per i friulani), Alessio Secco ed il parziale allontanamento di Jean Claude Blanc hanno fatto il resto.

Marcello Lippi veniva insultato, al tramonto dell’infelice spedizione sudafricana, nella sua Toscana (prima all’isola del Giglio, poi all’Elba); Brasile e Argentina dovevano ancora essere eliminate da Olanda e Germania; Berlusconi (da Panama) prometteva di rimanere in sella al suo Milan per altri 25 anni (il tempo utile per distanziare chi ha vinto meno di lui…); tra l’Inter e il Real Madrid calava il gelo nella trattativa per la cessione di Maicon alle merengues, mentre Moratti fissava il prezzo per Balotelli ad Arsenal e Manchester City (40 milioni di euro); la Lega A si riuniva in assemblea per la prima volta dopo la scissione con quella che poi è diventata la Lega B; Giovanni Petrucci (presidente del CONI) si dichiarava d’accordo sia con Crimi (Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport) che con Abete (presidente della FIGC) sul metodi di rilancio del calcio italiano (i due, invece, non andavano d’amore e d’accordo), prima ancora di indicare Berlusconi e Moratti come "esempi da seguire"; Cesare Prandelli aveva appena sottoscritto il contratto che lo legherà alla nazionale azzurra (giovane e multietnica) per i prossimi 4 anni.

E per la Juventus, oltre a Motta?
Già concretizzati gli altri acquisti presenti ad oggi, deciso da tempo il trasferimento di Molinaro allo Stoccarda, mentre Cannavaro sbarcava negli Emirati Arabi per essere accolto con tutti gli onori di casa da Mark Bell (d.g. dell’Al Ahli) si parlava delle cessioni di quei giocatori dai contratti "pesanti" e importanti che avrebbero permesso di sbloccare il mercato bianconero.
Tiago aveva chiesto tempo prima di dare una risposta positiva all’Atletico Madrid per la proposta di spalmare il suo contratto biennale (da 2,8 milioni) in triennale, mentre ormai le società - tra di loro - erano sostanzialmente d’accordo; per Fabio Grosso, sempre con gli spagnoli, si parlava di un rinvio ai giorni successivi per una eventuale chiusura dell’accordo.
Zebina e Camoranesi si trovavano nella stessa situazione di oggi: con una valigia in mano.

La prossima potrebbe essere una settimana decisiva per diversi movimenti, sia in entrata che in uscita: è dai primi di luglio che si "dice così". E mentre sul versante acquisti qualche occasione nel frattempo si è presentata (ottima - ingaggio permettendo - quella di Rafael Marquez, svincolato dal Barcellona) e si dibatte ancora su "Krasic o Dzeko" (grazie, Abete…), più passa il tempo e prima arriverà il momento di agire: "cessioni o non cessioni" di quei calciatori che manifestano un grande amore (non ricambiato) verso la Juventus.
Anche se purtroppo non sarà possibile usare una delle migliori armi di convincimento in simili situazioni: quella di dimostrare tutto questo affetto non comodamente seduti in tribuna o sulla panchina, bensì direttamente in campo, seguendo le rigide disposizioni di Del Neri. Quelle che impongono continui "su e giù" per le fasce (stile Marco Motta o Davide Lanzafame) sino allo sfinimento fisico.
Qualche dubbio sull’effettiva convenienza nel restare in bianconero, forse, allora comparirebbe.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 13 luglio 2010

Programmare oggi per vincere domani



E adesso viene il bello.
Nel pomeriggio di domenica la Juventus ha affrontato la prima amichevole estiva contro la Rappresentativa Dilettanti Trentino, mettendo finalmente il piede in campo poche ore prima l’ingresso nel prato verde di Johannesburg di Nelson Mandela.
Con il suo arrivo la manifestazione sudafricana ha vissuto il momento più emozionante. A seguire, la finale vinta dalla Spagna sull’Olanda ha decretato la Roja campione del mondo per la prima volta, due anni dopo aver conquistato l’Europeo.
Ma questo, il polpo Paul (o, forse, Paolo. Si dice sia stato catturato in Italia) già lo sapeva.

Se Italia - Francia giocata a Berlino nel 2006 aveva rappresentato la chiusura (forzata) di un ciclo che aveva visto come assoluti protagonisti giocatori juventini (ed ex) in abbondanza tanto da una parte quanto dall’altra, questa è stata la finale che ha celebrato la sconfitta delle ultime scelte di Florentino Pérez, il presidente del Real Madrid.

I soldi aiutano, ma non danno la felicità. Nel calcio garantiscono l’amore eterno dei procuratori dei giocatori e spalancano le porte ai grandi acquisti, ma se non sono mirati ad un’idea calcistica ben precisa finiscono con il portare maggiori benefici a chi vende piuttosto che a chi compra.
La sua "prima era" da presidente dei madrileni (dal 2000 al 2006) aveva dato origine alla strategia dei "Galattici". Nel corso dei primi tre anni questa politica riuscì a coniugare investimenti onerosissimi con vittorie prestigiose. Poi, dal 2004 in avanti, sono state solo delusioni.

Vicente Del Bosque, attuale tecnico della Spagna campione del mondo, fu "scaricato" senza tanti problemi (e stile) nel 2003, dopo 35 anni di Real Madrid.
All’inizio della sua "seconda era", Robben e Sneijder - i trascinatori dell’Olanda vice campione - sono stati (s)venduti a Bayern Monaco e Inter.
Da José Mourinho, ora, si aspetta quello che Fabio Capello diede al suo successore alla presidenza, Ramón Calderón: successi, gioco e concretezza.
E che si dimostri in grado di far "fruttare" gli investimenti realizzati in queste ultime due sessioni di calciomercato estivo.
Ad oggi, in occasione delle sue ultime (e uniche) vittorie, a guidare il Real c’era ancora il "ripudiato" Del Bosque.

In Sudafrica ha vinto la Spagna dei fraseggi, del gioco breve, del centrocampo dei "piccoli" Xavi e Iniesta, di una squadra che ha smesso di specchiarsi nella sua bellezza, evitando di anteporla alla "praticità".
Ha vinto un "movimento calcistico" che raccoglie, con ingordigia, tutto quanto ha seminato.

E adesso viene il bello.
Perché va bene Marco Motta sulla fascia destra difensiva della nuova Juventus, potrebbe andare ancora meglio Bonucci a formare - con Chiellini - una coppia di baluardi davanti a Storari (prima) e Buffon (poi), saranno anche funzionali alle idee di Del Neri i vari Pepe, Martinez e Lanzafame…
Però, ora, bisogna "alzare il tiro".

Questa sessione di calciomercato si chiuderà il 31 di agosto, e Marotta ha dichiarato l’intenzione di completare l’organico entro la fine di luglio.
Dai confronti costanti con il neo allenatore bianconero, che pian piano sta prendendo confidenza con il suo nuovo mondo, fioriranno le decisioni da prendere nei prossimi giorni, allorquando si inizierà a chiudere il cerchio sulle scelte da operare per rinforzare la rosa.

Attraverso le cessioni ("un Trezeguet" o "un Diego" non si danno mai via a cuor leggero…) si arriverà ai nuovi acquisti: non solo di contorno, ma anche di sostanza.
Dzeko, forse. E non solo.
Ma con l’idea in testa di una programmazione che dovrà permettere di "seminare" oggi, per "raccogliere" domani.
"Non sono un indovino, ma so che quando la Juve tornerà a vincere non si tratterà di un fatto episodico" (Giuseppe Marotta)
Il polpo Paul, probabilmente, sarebbe in grado di anticipare anche questo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 11 luglio 2010

Nasce la Juve della meritocrazia di Del Neri


"Il problema di fondo è che in una squadra come la Juve tutti possono giocare al posto degli altri. E allora tutti devono conquistarsi il posto"
Si chiama (e così la chiama) "meritocrazia". Per Luigi Del Neri, nuovo tecnico bianconero, questo è il "credo" che accompagnerà il viaggio della Vecchia Signora nella nuova annata calcistica.

E’ la prima Juventus di Andrea, l’ultimo degli Agnelli. Potrebbe diventare (anche) quella di Marotta, se lo stesso direttore generale riuscirà a costruire e completare - da qui al prossimo 31 agosto (data della chiusura di questa sessione del calciomercato) - una rosa altamente competitiva. E’, almeno per ora, la Juventus di Luigi Del Neri.

Rimasto vittima (e carnefice) di un’annata deludente, al pari della sua squadra di club, in questi primi giorni di lavoro Diego non è accompagnato dalle attenzioni e dalle speranze che gli sono state riservate la scorsa estate. E mentre i reduci dall’infelice spedizione delle rispettive nazionali in Sudafrica devono ancora aggregarsi al gruppo, ad oggi la stella bianconera più luminosa in quel di Pinzolo continua ad essere quella di Alessandro Del Piero (18ma stagione, la sua, a Torino).

"A lui spetterà il delicato compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio" (lettera di Andrea Agnelli ai tifosi, 18 giugno 2010)
Ma adesso è arrivato il momento di Del Neri, del "sergente di ferro", del "dittatore-democratico", di quell’allenatore che godrà (almeno per adesso lo si può dire) di una protezione e di un appoggio da parte della società sicuramente maggiori di quelli che erano stati concessi ai suoi recenti predecessori (Ranieri, Ferrara e Zaccheroni).

Stanco di assistere al predominio delle squadre milanesi in Italia ed in Europa, il presidente Vittorio Catella, nel lontano 1964, affidò la gestione della prima squadra bianconera in mano ad Heriberto Herrera, paraguaiano, profeta del "movimiento" (l’antenato del calcio totale), l’allenatore che - ironicamente - venne definito "il ginnasiarca".
Anche lui fu considerato, all’epoca, un sergente di ferro. Anche allora c’era una disciplina da riportare in seno alla squadra, elemento fondamentale per costruire un gruppo in cui - comunque - i giocatori di maggior talento avrebbero dovuto garantire quel "qualcosa in più" indispensabile per tornare a primeggiare.

Omar Sivori, ad esempio, invece emigrò - di lì a poco - al Napoli: le nuove regole erano troppo strette per chi affrontava gli avversari con i calzettoni abbassati alle caviglie e dribblava le imposizioni e gli allenamenti duri così come faceva con i difensori rivali. Si creò una Juventus "umile ed operaia, solida e compatta", che poco piaceva agli Agnelli (Gianni ed Umberto), ma che divenne un punto importante da cui ripartire per costruire quella che - di lì a pochi anni - sarebbe diventata la Juventus di Boniperti prima, e Trapattoni (anche) poi. Uno scudetto vinto nel 1967 ed una Coppa Italia nel 1965 furono le uniche vittorie di questo periodo di "transizione".

"Non ci è precluso nulla, abbiamo tutti i mezzi per inseguire tutti gli obiettivi, anche se poi alla fine vince una sola squadra. Non c’è risultato che non si possa raggiungere se hai una identità di gioco e la giusta mentalità, come ci ha ricordato Andrea Agnelli, il nostro Presidente"
Da quattro anni a questa parte la Juventus ha perso, lentamente, la propria identità. In campo e fuori.
Nelle parole di Del Neri, il "Comandante" (così come lo chiamato alcuni suoi calciatori), e (indirettamente) in quelle di Andrea Agnelli, c’è una ricetta semplice per riprenderla al più presto. Il difficile, sarà farlo.

Nell’attesa che diventi presto (anche) la Juventus di Marotta.
Ciò significherebbe che oltre alla "quantità" è stata aggiunta (altra) qualità.
Magari a breve.

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giovedì 8 luglio 2010

Una Juventus da chiamare per nome



Nell’aprile del 2009, a Recco, Marcello Lippi era stato protagonista con Jean Claude Blanc di un pranzo tristemente passato alla storia (bianconera): lì si celebrò la fine dell’era Ranieri (ancora in corso), e si gettarono le basi per un progetto calcistico mai completato. Quello della Juventus e della nazionale azzurra legate a doppio filo dalla figura dell’ex tecnico bianconero, con risultati che avrebbero dovuto portare benefici a tutte le parti in causa.

Martedì scorso, a Viareggio, ospite dello stesso Lippi è stato Cesare Prandelli da Orzinuovi, nuovo CT dell’Italia e suo successore alla guida della nazionale.
Lì si è parlato della "nuova" Italia: quella dei giovani e degli oriundi, quella che dovrà ripartire dal fallimento sudafricano. Senza, però, il suo ultimo selezionatore.

"Non buttero via l’eredità di Marcello Lippi"
Queste sono state le ultime ammissioni dello stesso Prandelli, al termine del passaggio di consegne e prima di partire per le vacanze.

E Luigi Del Neri?
Lui non ha pranzato con nessuno: si è ritrovato a (quasi) 60 anni sulla panchina della Juventus, realizzando i sogni di un allenatore quando ormai la carriera inizia ad intravedere le sue ultime stagioni. Ha ora in mano una squadra mista di giovani, giocatori esperti, campioni da ricostruire, da "inquadrare" in un nuovo contesto o rivendere ad un prezzo che non generi (esagerate) svalutazioni. Il suo primo obbligo, ad oggi, è quello di renderla presentabile (ed in forma) per il 29 luglio, data del primo incontro ufficiale (andata dei preliminari di Europa League).

Non esiste un’eredità da conservare della Juventus dell’anno scorso, a meno che non ci si riferisca ai vari Buffon, Chiellini e Marchisio. Per quanto riguarda il resto, molto era da cambiare. In parte, qualcosa è già stato fatto.
Lui è stato scelto per la sua natura di allenatore "dittatore-democratico", perché la disciplina, tra le altre cose, era uno degli ingredienti che più mancava nel menù quotidiano di Vinovo.

Padre della Juventus che verrà è Andrea, l’ultimo degli Agnelli, il Presidente che vuole essere semplicemente chiamato per nome. Quello che sale a Pinzolo e si immerge con naturalezza tra i tifosi presenti nel ritiro bianconero, ascolta le (ovvie) preghiere ("Fatti restituire i due scudetti, che sono nostri", "compra Dzeko o Krasic"), ma rimane sensibile al motto caro alla Famiglia: "Dobbiamo essere all’altezza della nostra storia, delle nostre tradizioni, poche parole e fatti".

Il calciomercato estivo del 2010 è iniziato ufficialmente il 1° luglio, e si concluderà il 31 agosto, alle ore 19.00. La rivoluzione bianconera ha avuto inizio in società, nei vertici alti: dalla presidenza in giù, molto (quasi tutto), è cambiato. Per chi manca all’appello, dovrebbe essere solo questione di tempo.
Prima di ricostruire una squadra come la Juventus, era necessario si creasse una dirigenza all’altezza di un simile impegno: una volta terminato questo primo (grande) passo, è stato possibile iniziare il cammino verso quello successivo.

Gli acquisti appena conclusi (sicuramente non di "grido") sono serviti a puntellare la rosa nei punti dove è stato ritenuto possibile intervenire sin da subito. Adesso si passerà alle cessioni, per poi tornare - anche in parallelo a quest’ultime - alle nuove entrate.

Si parla spesso, al giorno d’oggi, di puntare sui giovani, quando questo - però - richiede "tempo" e "pazienza" per poterne raccogliere i primi risultati. Si chiede da più parti una società in grado di programmare il proprio futuro, aspettandosi anche riscontri immediati. Non accorgendosi, in realtà, che le due cose sono in contrasto tra loro. Per tanto è stato chiesto, a gran voce, un "ribaltone societario" in seno alla Vecchia Signora: una volta che si è concretamente realizzato, adesso ci si immagina che dall’oggi al domani una FIGC lenta più che mai riconsegni alla Juventus i due scudetti tolti nel 2006. Si attendeva da anni un dirigente capace di muoversi tra le ragnatele del calciomercato: ora che Marotta e il suo staff hanno messo piede a Vinovo, ci si aspettano acquisti di campioni da un momento all’altro, trascurando, a volte, che nella gestione societaria pesano (e non poco) giocatori acquisti a prezzi altissimi (difficili da rivendere senza creare minusvalenze) e dagli stipendi spropositati (in relazione al loro effettivo valore tecnico e/o al loro contributo recente alla causa bianconera).

Con un gruppo forte e unito, verso un’unica direzione, si va lontano. Senza la classe, non si vince. Il 31 agosto, al termine del calciomercato estivo, sarà possibile stilare una valutazione globale di una squadra da rifondare non (sol)tanto dalle ceneri di Farsopoli, ma da una gestione dissennata durata quattro anni. Questo è il tempo effettivamente trascorso nella speranza che le numerose promesse fatte si tramutassero in realtà.
Attendere ancora (meno di) due mesi per dare modo alla nuova gestione di costruire una squadra competitiva può non essere così difficile. Soprattutto se, al termine di questo breve periodo, la si potrà tornare a chiamare "Juventus". Senza incertezze. E per nome.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Dedico questo articolo all'allenatore della Juventus, Luigi Del Neri, colpito oggi da un grave lutto in famiglia

Interviste a Marotta e Amauri. E Andrea Agnelli va in mezzo ai tifosi...

domenica 27 giugno 2010

Avanti così, Marotta


Nel 2003-04 il Milan aveva trionfato in Italia: l’arrivo di Kakà dal São Paulo gli permise di creare un centrocampo monstre, con il brasiliano utilizzato come vertice alto di un reparto completato da(i migliori) Pirlo, Gattuso e Seedorf. A Shevchenko, Tomasson e Filippo Inzaghi, in attacco, il compito di tramutare in goals tutto quel ben di Dio che arrivava dalle loro spalle. La Juventus? Terza, mai veramente in gioco, a 13 punti dai rossoneri nella classifica finale. Nel mezzo, l’ultima Roma di Fabio Capello.

In casa bianconera i colpi della precedente sessione di calciomercato furono Legrottaglie, Appiah e Miccoli. Dopo due scudetti conquistati consecutivamente, si pensò che potesse bastare una limatura alla rosa per continuare a vincere, convincere o essere comunque competitivi, in Italia e in Europa. Così non fu, e si rese necessario intervenire in maniera massiccia per rinforzare la squadra.

Nell’estate del 2004 vennero acquistati (tra gli altri) Cannavaro in difesa, Emerson a centrocampo, Ibrahimovic in attacco: una spina dorsale completamente ricostruita, un trio che permise alla Vecchia Signora di tornare immediatamente alla vittoria con 86 punti finali, prima dei 91 dell’anno successivo. E di Farsopoli. Fabio Capello fu l’ultimo pensiero, tramutatosi in regalo ai tifosi bianconeri, che Umberto Agnelli dedicò alla sua Vecchia Signora.

Ora non c’è una spina dorsale da rimodellare come nel 2004: ci sono "una cultura e disciplina sportiva" da riportare "nello spogliatoio"; c’è una "distanza dai rivali, che si è creata in questi anni" che "richiede un percorso complesso", prima di essere colmata. Il neo Presidente lo ha scritto in una lettera aperta a tutti i tifosi bianconeri, dopo poco più di un mese dal suo insediamento. Quelle parole, ora, anche se lasciate su internet, rimarranno "scolpite nella pietra".

Scontrarsi con la (dura) realtà, è quello che Andrea Agnelli ha fatto nel momento stesso in cui ha maturato la decisione di guidare la Juventus. Sa cosa lo aspetta: la parola "pazienza", in Italia, non esiste. Meno che mai a Torino.
Ma proprio con la pazienza ha iniziato a costruire "tre" squadre: quella dirigenziale e le due, sotto l’aspetto tecnico, che dovranno affrontare una stagione che – grazie all’infelice gestione precedente – inizierà prestissimo, a causa dei preliminari della prossima Europa League previsti per il 29 luglio prossimo (la gara di andata).

Di quel trio di campioni acquistati sei stagioni fa, era rimasto il solo Cannavaro: ora lo aspetta un’esperienza in Arabia Saudita (Al Ahli). Qualche altro giocatore di quella rosa (Trezeguet, Camoranesi, Zebina) è sul piede di partenza: cederli sembra difficile quanto acquistare un fuoriclasse. Prima o poi arriverà il momento di affrontare anche queste situazioni delicate, requisito indispensabile per poter procedere alla ristrutturazione della squadra.

Tra i nuovi arrivi, domani Leonardo Bonucci e Jorge Martinez saranno a Torino per sostenere le visite mediche e per ultimare tutti gli aspetti contrattuali.
La Juventus li voleva, e Marotta - soprattutto per il giovane difensore - ha dovuto affrontare una delicata situazione derivante dal cartellino del giocatore, sino a pochi giorni fa a metà tra Bari e Genoa. Nessun tentennamento, da parte sua. Nonostante l’avvicinarsi della scadenza del 25 giugno ed il rischio concreto di andare alle buste. Lo ha preso, alle condizioni a lui gradite. Ed è quello che conta.
Non ci eravamo più abituati, inutile nasconderlo.

Sembrano lontani i tempi in cui la precedente gestione bianconera organizzava CDA in continuazione alla nascita di ogni trattativa importante, reclamizzandoli talmente tanto da rendere difficilissime anche quelle - almeno all’apparenza - banali. La naturalezza con la quale Marotta ha portato a compimento queste prime operazioni di mercato, se messe a confronto con il recente (disastroso) passato juventino, rende l’idea dei primi passi realmente mossi dalla nuova società. Poi, naturalmente, il campo dirà le sue "verità".
Avanti così. Nell'attesa dell'acquisto di qualche campione...

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Un'anteprima sulle nuove (orribili) maglie...

domenica 20 giugno 2010

Andrea Agnelli e il bambino dal caschetto biondo


"Andrea Agnelli veniva spesso a Villar per seguire gli allenamenti della Juventus. Lo vedevo arrivare con il padre, un bambino dolcissimo e molto educato, con il suo caschetto biondo e l’aria sempre molto seria. Era curiosissimo. Guardava tutto, non gli sfuggiva niente, innamorato della Juventus e del pallone fin da quando aveva sei o sette anni".
Questo è un estratto del ricordo che Salvatore Giglio, storico fotografo della Vecchia Signora, confidò al taccuino di Guido Vaciago ("Tuttosport") poco più di un mese fa.

La passione per il calcio e l’amore verso i colori bianconeri coltivati sin dalla tenera età, grazie alla guida esperta del padre, Presidente - anche lui - della Juventus. Il giocattolo della Famiglia, "una passione, uno svago" che l’Avvocato cercava di regalare ai tifosi perché la domenica si potessero divertire.

Pepe e Martinez come primi tasselli di una squadra da ricostruire partendo dalle fondamenta. Perché tra quello che è mancato nel corso del campionato appena concluso ci sono stati anche "loro": i corridori, quelli capaci di mettere il cuore oltre la tecnica. Le fasce trascurate diventano il centro delle principali attenzioni di questo inizio di calciomercato. Prima quelle offensive; a ruota, sarà il turno di quelle difensive.

Buffon e i suoi problemi come simbolo di quei pochi, grandi giocatori rimasti all’alba del terremoto del 2006: usati e usurati senza averne prevista la sostituzione per tempo. Una squadra che ripartiva proprio da quei reduci, che con un mix di giovani interessanti avrebbe dovuto garantire un punto di (ri)partenza, cui aggiungere, con il tempo, veri campioni. Ne fosse arrivato anche uno soltanto all’anno, dal ritorno in serie A, adesso ci sarebbero almeno tre grandi (nuovi) giocatori attorno ai quali ripartire dopo l’ennesimo tsunami calcistico in tinte bianconere.

Che stavolta non porta il nome di "Farsopoli", ma di "fallimento". Certo: il secondo è figlio e conseguenza del primo. Senza l’altro, si sarebbe continuato a vincere chissà quanto. Ma visto che la realtà è questa, tutto il patrimonio tecnico ed economico disperso dalla precedente gestione adesso grava sulle spalle della nuova società.

"… Appena arrivava a Villar chiedeva un pallone al magazziniere Rosso e poi si piazzava dietro la porta per seguire gli allenamenti…"

Prima comprare, poi "vendere per comprare". Non soltanto per avere a disposizione la liquidità necessaria per portare avanti (e concludere) le altre operazioni di mercato, ma anche (e soprattutto) per sgravare il bilancio di ingaggi pesanti. E liberare lo spogliatoio da personalità scomode.
Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quanto scritto da Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) sulle pagine della "Gazzetta sportiva" della giornata odierna la dice lunga su quanto accedeva in questi anni in casa bianconera: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".

Una rivoluzione interna senza precedenti; la gestione del patrimonio tecnico nelle mani di un uomo esperto (Giuseppe Marotta); le chiavi dello spogliatoio affidate al "sergente di ferro" Del Neri, quello che non solo avrà la società alle spalle pronta a proteggerlo (una novità, visto gli andazzi degli ultimi anni), ma anche il Presidente in persona. Chi vuol capire, capisca. E a chi non sta bene, "quella è la porta".
Poi, ultimo per citazione nella ormai famosa lettera di Andrea Agnelli ai tifosi dello scorso venerdì, ma primo per importanza, un occhio vigile (meglio due) sulle prossime decisioni della giustizia sportiva.

"…Andrea cresceva e la passione non diminuiva. A volte veniva al campo con il fratello Giovannino a cui era molto legato…"

Nel 1965, con la collaborazione del maestro di giornalismo Gian Paolo Ormezzano, Omar Sivori - campione voluto da Umberto Agnelli e "vizio" dell’Avvocato - scrisse un libro autobiografico: "Cara Juventus...".
Questo è un breve passo dell’opera:
"Quando, nel giugno del 1957, giunsi in aereo alla Malpensa, fui subito caricato su un'automobile che si arrestò soltanto al casello di Novara, sull'autostrada tra Milano e Torino. Lì mi dissero di salire su un'altra macchina, che attendeva. Al volante c'era Umberto Agnelli. "Sono due anni che ti aspettiamo" mi disse lui, sorridendo. "E io aspetto la Juventus da cinque anni", gli dissi, in uno spagnolo assai facile da capire".

Va bene partire dalle fondamenta: non si può fare altrimenti. Poi, però, si dovrà puntare in alto.
Questa è la Juventus, Andrea.
E tu lo sai bene…


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 16 giugno 2010

La nuova Juve, Pepe e i "non ricordo"



"Nel calcio si parla di tutto, ma la cosa che conta è il matrimonio. E io il matrimonio l’ho fatto con l’Inter. La Juve? Non mi ricordo, non ho tanta memoria".
Chi ha pronunciato queste parole non è il tenente colonnello Attilio Auricchio, bensì Rafael Benitez, il nuovo allenatore dell’Inter, nel corso della sua presentazione alla stampa italiana nella giornata di ieri, alla Pinetina di Appiano Gentile.

Da Liverpool a Milano, sponda nerazzurra. Da una società che a causa dei debiti accumulati in questi anni è costretta a vendere ad una che, con quelli, ha vinto. La Juventus? Un ricordo. Il tecnico spagnolo avrà presto la possibilità di rinfrescarsi la memoria: le strade, almeno nel corso del prossimo campionato di serie A, si incroceranno di nuovo. Già sta succedendo nel calciomercato, dove gli interessi delle due parti finiscono - spesso e volentieri - con il coincidere.
Dovrà raccogliere un’eredità pesante: quella di Mourinho, e dell’empatia che era riuscito a creare con la stampa italiana prima ancora che con i tifosi nerazzurri. La vittoria è l’unico strumento per reggere il confronto: simpatici o antipatici, quella "paga" sempre.

D’Agostino alla Fiorentina, Adriano e Simplicio alla Roma, Yepes al Milan: sono alcuni dei primi "colpi" assestati all’inizio di questo calciomercato. I "botti" arriveranno più avanti: c’è il mondiale di mezzo, una "speranza" per chi vende, un "problema" per chi compra. Dalle prestazioni che i calciatori offriranno nel corso della massima manifestazione calcistica dipenderanno le valutazioni dei loro cartellini in questi mesi di giugno e luglio.

La Juventus, che di calciatori ne deve sia vendere che comprare diversi, si è trovata nella peggiore situazione possibile (dover partire quasi da zero) con un intralcio - in mezzo alla sua strada - non da poco.
Il primo acquisto concluso dal nuovo corso di Andrea Agnelli, Simone Pepe, proprio nell’esordio della nazionale azzurra contro il Paraguay ha fornito ai suoi nuovi tifosi una prova confortante: corsa, polmoni e buone iniziative sulla fascia di competenza. Fortunato il difensore laterale che lo avrà di fronte a sé: il neo juventino è un moto perpetuo, attacca e difende in continuazione nell’arco di tutti i novanta minuti.

Spesso, quando ancora non si è certi della bontà di una scelta della società, si affidano le speranze ai ricordi del passato, sfogliando l’album delle figurine nel desiderio che si possano ripetere alcune storie calcistiche a lieto fine. Pepe è cresciuto nelle giovanili della Roma così come Angelo "soldatino" Di Livio, uno dei giocatori rimasti nel cuore dei tifosi juventini anche dopo aver smesso di indossare la casacca bianconera. E’ appena arrivato dall’Udinese all’età di 27 anni; stessa cosa per la piccola ala al momento del suo acquisto, da parte della Juventus della "seconda gestione" Boniperti, nel 1993. Entrambi hanno una buona duttilità in campo: Di Livio giocò anche come terzino.
Il paragone tra i due giocatori, al di là dei ruoli simili e non soltanto per una diversità di "tempi", è attualmente improponibile. La speranza, è che - col tempo - si possa parlare anche di Pepe in termini lusinghieri. Ora in pochi sarebbero disposti a scommetterci un centesimo; all’epoca, nessuno avrebbe "speso" una lira su Di Livio (per non parlare di Torricelli…).

Lo stesso Di Livio arrivò in una Juventus con due Agnelli, Pepe ne ha appena trovato uno. Da quando il nuovo Presidente ha preso possesso della società, si è smesso di parlare di CDA e si è sentito parlare di "riunioni di mercato": sembra poco, invece è "tanto". La Vecchia Signora del 1993 aveva necessità di essere ritoccata laddove, in campo e dietro le scrivanie, il Milan di Capello era superiore. Tempo un anno, e riprese a vincere come la storia le impone.

Pepe arriva in una Juventus nuova di zecca dalla testa ai piedi. Anzi, nella "testa": perché di calciatori ("i piedi"), dopo un restyling totale della società, ne devono ancora arrivare e partire molti prima di poter dare un giudizio definitivo sull’effettiva forza della squadra. Lui è stato il primo della lista ad arrivare, mentre Cannavaro (il prossimo anno giocherà nell’Al Ahli) ha dato il via agli addii. Per vincere, Pepe dovrà aspettare. Si spera il meno possibile. Adesso le ragnatele tese da Marotta e dai suoi collaboratori inizieranno a stringersi sempre di più verso altre trattative di mercato in prossimità di conclusione. Il tempo è poco, e c’è molto da fare.

Nel frattempo il mondiale andrà avanti, mentre le udienze del processo penale di Napoli, con imputato Luciano Moggi, riprenderanno soltanto il 1° ottobre. Sono saltate quelle previste in questo mese di giugno (il 15, il 18 e il 22): dopo quattro anni, ormai, il peso di dover attendere poco più di tre mesi per ascoltare nuovi interrogatori non sembra essere un ostacolo insormontabile.
Ci sono ferite che si rimarginano, altre che rimangono (e rimarranno) sempre aperte. In merito a quanto accaduto nel 2006, anche in futuro sarà difficile sentire pronunciare da un tifoso juventino le parole "non so, non ricordo…"

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com