Prima del fischio d'inizio della finalissima contro la Spagna Cesare Prandelli aveva riassunto la sua esperienza da commissario tecnico degli azzurri in una breve riflessione: "Quando ho preso la Nazionale due anni fa volevo soprattutto far innamorare la gente, farle ritrovare l’entusiasmo per l’Italia. E in questo senso abbiamo centrato l’obiettivo". Ultimati i novanta minuti di gioco ha lasciato Kiev con una profezia: "Vincere l'Europeo avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto l'equilibrio a qualcuno: non siamo ancora pronti a vincere, quando lo saremo vinceremo e rivinceremo ancora, senza alti e bassi né disagi".
Dall'esordio contro le Furie Rosse (10 giugno) sino all'atto conclusivo della manifestazione (1° luglio) sono trascorsi ventidue giorni, il tempo necessario per far decollare la squadra in mezzo a mille difficoltà per poi vederla atterrare in prossimità del traguardo esausta e priva di forze. Da subito si sono perse le tracce di alcuni tra i convocati da Prandelli, dato che la strategia scelta è stata quella di vivere alla giornata fino a quando i risultati minimi da raggiungere (Spagna, Croazia e Irlanda nel girone) e le bellissime prestazioni offerte (Inghilterra e Germania) lo hanno consentito.
Fallita la spedizione in Sudafrica due estati or sono sembrava palese che l'Italia non avrebbe recitato un ruolo di primo piano nel panorama calcistico per diversi anni. L'atmosfera era diventata simile a quella già vissuta nel periodo immediatamente successivo al campionato del mondo disputato in Germania Ovest nel 1974 (all'epoca del "vaffa" di Chinaglia a Valcareggi per la sostituzione decisa durante la gara vinta contro Haiti, per intenderci). Nel corso del tempo, allora come oggi, si era deciso di puntare su un blocco di giocatori provenienti da un unico club (la Juventus) completandolo e rinforzandolo con l'apporto di altri elementi di valore assoluto presenti in serie A. In Argentina (1978) arrivarono i primi segnali di risveglio, in Spagna (1982) - dopo il deludente Europeo ospitato nel 1980 - venne conquistato il terzo alloro mondiale.
"Non siamo ancora pronti a vincere", sostiene Prandelli. Il concetto, se allargato anche alla sua figura, può essere condivisibile. La Roja campione di tutto ha dimostrato che per "vincere e rivincere" sono necessarie esperienza, competenza, una sana programmazione e la fortuna di poter gestire un gruppo di calciatori dall'elevato spessore tecnico. Non sempre, però, la somma di tutti questi valori garantisce il successo: la Germania di Joachim Löw, in tal senso, ne è un chiaro esempio.
Stretta nella morsa dell'indifferenza generale (delle società e del pubblico, una volta tolti i maxischermi dalle piazze) adesso l'Italia proverà a conquistare l'accesso ai prossimi mondiali che si terranno in Brasile nel 2014. Ridurre l'avventura degli azzurri in questo Europeo alla sola disfatta patita in finale (0-4) sarebbe ingeneroso nei confronti dei progressi mostrati nell'intero arco del torneo. Esiste una base concreta sulla quale lavorare per il prossimo futuro. La strada da intraprendere per tornare a sollevare un trofeo, però, sarà lunga.
Convincersi del contrario potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.
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