Ringrazio Roberta per avermelo inviato via mail.
Sta circolando tra i vari forum.
Cerchiamo di prenderla sul ridere: stile-Juventus anche in questo.
Nell'attesa che, prima o poi, torni "veramente" la Juventus...
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lunedì 30 agosto 2010
Almeno cerchiamo di riderci sopra...
mercoledì 31 marzo 2010
La lezione dimenticata di Scirea

Una squadra stanca, senza forza né benzina nelle gambe, con una formazione disegnata dal medico sportivo più che dall’allenatore-traghettatore. Le scuse di Felipe Melo ai tifosi (dopo il goal segnato) e la risposta (verbale) di Zebina alla contestazione (fisica) le uniche note positive di un’altra domenica più nera che bianca. Un’altra giornata di proteste. Non è stata la prima, e non sarà l’ultima.
Dove il bersaglio non era quello giusto. Anche stavolta.
Troppe forze sprecate nel prendersela con i vari Cannavaro, Zebina e Felipe Melo (appunto); facile ed ovvio tirare in ballo gli allenatori di turno (Ranieri, Ferrara,…); inutile puntare il dito sempre e solo sulla dirigenza (seppur dotata di super-poteri): tutto dipende dalla proprietà.
E’ da lì che devono partire le mosse per la vera rinascita juventina. Che si chieda un maggior impegno economico e affettivo oppure un disimpegno a favore dell’entrata (definitiva) del cugino Andrea: ognuno scelga la propria strada. Chi scrive, crede nel "made in Juventus" (Agnelli). Ma chi può cambiare le cose (in un modo o nell’altro) è solo John Elkann. E’ a lui - e soltanto a lui - che bisogna rivolgersi se si vuole veramente sperare di ottenere risultati concreti.
Al di là delle ovvie recriminazioni e rimostranze verso chi si ritiene non meriti di indossare la maglia bianconera, verso chi disperde milioni di euro in acquisti onerosi e infruttuosi, verso un allenatore che insiste su moduli sbagliati o non ha la giusta grinta per (ri)svegliare una squadra in cerca di autostima, l’importante è non perdere di vista l’obiettivo principale.
Nel mettere in atto un gesto forte come una contestazione, volendo, si può usare anche la classe. Come quella dimostrata dai tifosi bianconeri che domenica, dagli spalti dello stadio Olimpico, hanno manifestato il loro disappunto verso l’attuale gestione con una maglietta bianca nella quale era presente la scritta: "Ho un sogno: Blanc all’Inter!".
Perché indossare la maglia bianconera è una responsabilità non facile da reggere per qualsiasi calciatore, ma prendere posto in una curva che porta il nome e cognome di Scirea rappresenta un impegno non meno gravoso.
"Se dovessi chiederti quale giocatore per te rappresenta la Juventus, uno soltanto, chi sceglieresti?"
Capita, tra ragazzini, quando si parla di calcio giocato e non urlato, di sfottò e non di polemiche, di partita vinta su rigore e non di moviola per vedere se il penalty fosse regolare o meno, di porsi domande simili.
La risposta del sottoscritto è sempre stata questa: "Stile, classe, potenza: in sintesi, Gaetano Scirea".
Di solito un bambino sceglie il proprio idolo tra eroi che stuzzicano la fantasia, gladiatori che accendono l’ardore, attaccanti che fanno schizzare di gioia stadi interi e urlare "goal" a squarciagola. Ma lui era unico. Difficile scegliere se fosse più forte dal punto di vista tecnico o da quello umano: era un numero uno in entrambi i casi.
Quando la voce roca di Sandro Ciotti ne annunciò la tragica fine nel corso di una trasmissione sportiva (il 3 settembre 1989), una fitta al cuore bloccò ogni parola, impedì qualsiasi pensiero e segnò nel tracciato della vita di un piccolo tifoso il primo passo verso la strada per diventare adulto.
Ci sono campioni la cui scomparsa decreta il loro ingresso nel libro della leggenda sportiva: a lui, questo, non era necessario. Era già leggenda. Nel modo più impensabile: con la timidezza, la bontà d’animo, l’eleganza di chi entrava ed usciva dal campo a testa alta. Fiero di aver interpretato lo sport nella sua versione più romantica e pura. Con una classe che - nel ruolo - ha trovato nel tempo pochi simili.
Si era presentato in punta di piedi nel mondo bianconero nel 1974. Proveniva (guarda caso) dall’Atalanta. Se n’è andato in silenzio, senza che nessuno lo potesse salutare. Trionfi e sconfitte accettati sempre con lo stesso stile: quello di chi vedeva nel risultato sportivo, qualunque fosse, il giusto epilogo di una contesa. Gli insuccessi come parte integrante della vita, anche se spiacevoli. Ci sono addii che scuotono le anime di chi rimane, lasciando insegnamenti scolpiti nelle pietre delle esperienze di ognuno di noi.
Scirea se n’è andato troppo presto: in molti non hanno capito la sua lezione. Se così non è stato, l’hanno comunque dimenticata.
La Juve è qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte (Gaetano Scirea)
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Di seguito, il mio video su Gaetano Scirea
mercoledì 17 febbraio 2010
Il potere logora chi non ce l'ha

Poche parole, misurate, rilasciate dall’allora tecnico bianconero Ciro Ferrara al termine dell’incontro con il Genoa disputato nel girone di andata (24 settembre 2009), quando alla Juventus venne negata una vittoria meritata sul campo a causa degli errori arbitrali di Saccani.
Metterle a confronto con quelle pronunciate domenica pomeriggio dal tecnico dei rossoblù Gasperini fa quasi sorridere: altro stile. Altra classe.
Abile a nascondere le lacrime quando fa comodo, bravo a piangere nei momenti giusti: ecco il perfetto candidato per la panchina dell’Inter, nel caso in cui l’attuale allenatore, Giuseppe Baresi, venisse sollevato dall’incarico.
Parole di fuoco dalle panchine, bombe carta sugli spalti: questi sono i teatri confortevoli (dove poter seguire le partite) nei quali dovrebbero tornare le famiglie, con i bambini al seguito. Si parla di modelli esteri da imitare: poi se ne importa qualche interprete sbagliato, come l’addetto nerazzurro agli arbitri Mourinho, e si finisce con lo scoprire che si adatta talmente bene alla nostra realtà da assimilarne i lati peggiori, farli propri e mettersi a gareggiare con qualche presidente (De Laurentiis) su chi è più piccolo o più semplicemente per intromettersi nelle faccende altrui. Leonardo, Prandelli, Ranieri, Zaccheroni: ecco alcuni tra gli attori più popolari del calcio nostrano adatti a portare un clima di serenità che nel nostro campionato non si è mai visto. E che continua, invece, a peggiorare inesorabilmente.
E’ bastato che una zebra addormentata aprisse gli occhi per gridare allo scandalo: nelle ultime tre gare una vittoria, due pareggi, ma - soprattutto - due rigori che non c’erano. Allarme rosso: può tornare tutto come prima (di Calciopoli), quando il calcio era "sporco" e vincevano solo due squadre (Juventus e Milan); meglio un mondo pulito e onesto come quello attuale, dove vince una sola società (l’Inter) e dove si presterà attenzione ai labiali e alle scritte sulle magliette, mentre fuori (violenze sulle gradinate, dichiarazioni infuocate nelle interviste, bilanci fantasiosi delle squadre, …) continuerà ad accadere di tutto.
Del Piero fa 445 (presenze in campionato); è tornata alla vittoria la Juventus; è tornato al goal Amauri (grazie ad un cross degno di quel nome, finalmente); è tornata quel pizzico di cattiveria in più che aiuta a superare quella linea divisoria tra un pareggio ed una vittoria. E’ tornato anche quel clima di antipatia che sinceramente mancava. Il potere logora chi non ce l’ha: la simpatia, nello sport, la si prova per i perdenti. Se qualcuno tenta di inserire questo virus nel DNA di una società come quella bianconera, i risultati sono quelli sotto gli occhi di tutti. E non è un caso se nel tourbillon di polemiche che si sono scatenate domenica, a partire da Torino sino ad arrivare nella tarda serata a Napoli, si sia poi eretta la figura di Roberto Bettega: ecco il comandante che si cercava. Così come casuale non può essere il fatto che qualcun altro, di grado superiore, è rimasto oscurato dalla sua juventinità.
Tolta la divisa del campionato, la Vecchia Signora indosserà giovedì sera l’abito elegante per il rientro in Europa (League): non sarà una serata di gala, ma si tratta di un appuntamento a cui non si deve rinunciare. Troppo importante riprendere confidenza con i successi, per far crescere quell’autostima che deve permettere di ritrovare al più presto la retta via.
Ajax e Juventus: due culture calcistiche diverse, due storie che si sono incrociate in alcuni dei loro momenti di massimo splendore. Dal goal di Johnny Rep all’inizio della finalissima di Coppa dei Campioni a Belgrado nel 1973, all’ultimo rigore segnato da Jugovic in quella di Roma del 1996.
Dal calcio totale olandese della formazione allenata da Stefan Kovács negli anni settanta ai giovani terribili di Louis Van Gaal degli anni novanta; dalla Juventus di Vycpaleck e Trapattoni a quelle di Lippi e Capello: leggende che si guardano negli occhi, si studiano, si affrontano a viso aperto per poi lasciarsi. E ritrovarsi dopo anni. Se non decenni.
In chiusura un complimento sincero ai giovani della Juventus protagonisti della "Viareggio Cup", per il costante ricordo di Alessio Ferramosca e Riccardo Neri. A distanza di più di tre anni dalla tragedia, quella è stata la ciliegina sulla torta della vittoria ottenuta nella finalissima contro l’Empoli. La naturale conseguenza di una squadra forte non solo dal punto di vista umano.
Articolo pubblicato su

Questa sera esagero un po’: oltre l’articolo ed i video relativi alla prima Coppa UEFA (ora Europa League) vinta contro l’Athletic Bilbao, inserisco anche un’interessante intervista rilasciata da Roberto Beccantini nel corso del programma radiofonico Stile Juventus (su Nuova Spazio Radio di Roma) condutta da Nicola de Bonis. Augurandomi possa diventare un ulteriore motivo di discussione/conversazione.
Mi avvalgo di una parte della trascrizione riportata da Tutto Juve.com, lasciando anche il video con l’audio originale.
RIGORE DEL PIERO - "I favori che riceve la Juventus vengono sempre amplificati. La Juventus è come gli Stati Uniti d'America, qualsiasi cosa faccia, nel bene e nel male, viene moltiplicato. In questo caso ha sbagliato l'arbitro. Il fatto è che si tratta di due errori in tre partite. Due rigori generosi, inesistenti, che hanno avuto per protagonista sempre Del Piero. Nel secondo caso mi sembra difficile parlare di dolo, anche se il tocco del difensore greco del Genoa non mi sembrava irresistibile. Nel primo caso con la Lazio, invece, c'era stato un annuncio di tuffo. Insomma, non penso che Del Piero e la Juventus stessa abbiano bisogno di queste cose. Sono sempre successe, sempre succederanno, coinvolgono anche i grandi, non bisogna fare demagogia, non bisogna essere moralisti, però l'esempio deve venire dall'alto".
MOURINHO E PREZIOSI - "Mourinho lo sapete, secondo me è la prolunga mediatica di Moggi. Lui fa davanti quello che Moggi faceva al telefono. Mourinho condiziona gli arbitri nelle conferenze stampa, non ha bisogno di telefonare. Ma il record assoluto è di Preziosi: uno che è in una posizione peggiore di quella di Moggi, nel senso che è stato squalificato come Moggi per cinque anni per illecito sportivo e associazione a delinquere, e ha avuto anche quattro mesi dalla giustizia ordinaria per frode sportiva. Mi sembra veramente il massimo che parli di lealtà. E' lo specchio di questa Italia".
sabato 6 febbraio 2010
Le 444 presenze di Del Piero e il "peso" della maglia bianconera...

Difesa a tre o a quattro, centrocampo a quattro o a tre, attacco scontato (non ci sono alternative): la speranza che i numeri servano a creare un gioco, oltre i risultati. Indispensabili i secondi, necessari i primi. Perché senza gioco non si va da nessuna parte. A meno che non si decida di affidarsi ai colpi dei singoli: ma questa squadra, al momento, non se lo può permettere. Non solo per le numerose assenze.
La maglia della Juventus pesa chili, non grammi. Il senso di responsabilità che assale un giocatore quando la indossa, deriva dalla leggenda che ha accompagnato quel nome negli anni. Si può dire, a ragione, anche nei secoli (uno, ma sempre secolo è). Milioni di tifosi che riconoscono in quei colori la nobiltà del calcio, e che chiedono alla società di essere competitiva sino in fondo in tutte le competizioni: la vittoria come normalità; il pareggio come un senso di disagio; la sconfitta come un’onta da cancellare al più presto.
Se da questo peso si finisce con l’essere schiacciati, si rischia l’assuefazione a tutto: anche alle brutte figure. Perché diventa difficile uscire dalle situazioni critiche quando sai sempre di essere all’ultima spiaggia, quando il tuo unico compito rimane quello di prevalere sull’avversario e non puoi avere alternative.
Se la società - poi - inizia a sbandare, a nascondersi dalle responsabilità e fa (intra)vedere segni di debolezza anche dall’interno, rischi di trovarti solo contro il mondo intero: perfino nei confronti di chi dovrebbe stare dalla tua parte.
Ben venga la figura di Zaccheroni, che non potrà fare miracoli ma è dotato di buonsenso, che possiede la praticità di chi ha fatto anni di gavetta, ha maturato esperienze importanti in ambienti difficili e vinto. "Sollevato" dall’incarico Ferrara, Felipe Melo si è sentito "sollevato" da un problema: l’alibi principale delle sue prestazioni negative non è più seduto sulla panchina. Ora non ha più scuse. In realtà, un’altra l’avrebbe: una società che cercava un regista e ha comprato lui. Ad un prezzo altissimo.
Al nuovo traghettatore il compito di disegnargli una zona di campo dove permettergli di esprimere al massimo le sue potenzialità; al giocatore l’invito di smetterla di parlare fuori dal rettangolo verde e di iniziare a giocare a pallone come è in grado di fare con la maglia della sua nazionale.
Questo vale per lui così come per tutti gli altri attori in campo: basta parlare, ora spazio ai fatti.
Smontato un progetto mai nato, alle ricorrenti notizie sui calciatori e allenatori accostati alla Juventus si sono aggiunte quelle sulle figure dirigenziali: lì si costruirà la nuova società. Da quelle scelte si capirà - ad occhio - se la nuova creatura potrà essere vincente o meno. Perchè anche al di fuori del campo di gioco non contano gli schemi: sono i nomi che fanno la differenza. Così come la qualità: quella delle persone giuste da posizionare dietro la scrivania. A loro, poi, il compito di scegliere i futuri protagonisti da mandare in campo.
Con addosso quella maglia bianconera che pesa chili, non grammi. E che Alessandro Del Piero, al fischio d’inizio dell’incontro con il Livorno, avrà indossato per un totale di 444 volte nei campionati italiani (inferno della serie B compreso).
Auguri, Capitano. E grazie per le tante domeniche "normali" che ci hai permesso di trascorrere.
Articolo pubblicato su

sabato 30 gennaio 2010
Ferrara, Zaccheroni e il dolce sapore della vittoria
(Vignetta di BarSportComics )Quella era una Vecchia bellissima Signora, che ti ammaliava con lo sguardo, e che quando ti sceglieva non ti abbandonava mai: ti proteggeva, ti metteva in condizione di giocarti le sfide più difficili contro il mondo intero, sapendo di averla sempre lì, al tuo fianco. Ferrara lo avrebbe dovuto capire: questa, quella di oggi, è diversa. Ha perso molto, (quasi) tutto. Va ricostruita, (quasi) da zero. Ma non solo in campo: partendo dall’alto, e - a cascata - verso il basso.
Ora ti seduce, ma ti lascia solo in un batter d’occhio. E’ pronta ad abbandonarti nelle difficoltà, per la paura che tu la possa tirare in ballo nel gioco delle colpe da dividersi. Chiede a te di andartene, di prenderti delle responsabilità, ma è la prima a non farlo. Una volta era fatta di uomini dall’animo d’acciaio: ora, d’acciaio, è rimasto soltanto il colore della maglia di riserva. Alla seconda partita negativa, scoppiava il finimondo. Adesso si finisce per affidarsi (anche) ai miracoli, sapendo che nel calcio – come nella vita – capitano di rado.
Ferrara non era pronto per allenare la Juventus. Il tempo dirà se sarà in grado di essere un buon allenatore. Nel rispetto dello stile-Blanc è stato esonerato a campionato in corso, poichè non faceva più parte del progetto bianconero. Strano, considerando che l’obiettivo sembra essere quello del ridimensionamento della società e che, purtroppo, i risultati – in tal senso – davano ragione all’ormai ex-allenatore.
Dagli applausi dei suoi tifosi al Delle Alpi cinque anni fa, agli striscioni ironici dei tifosi interisti dopo l’ennesima sconfitta, stavolta in Coppa Italia: la strada è stata tutta in discesa, così come quella percorsa dalla Juventus.
Alberto Zaccheroni da Cesenatico torna a Torino, nella sponda più prestigiosa, dopo aver conosciuto Cairo, l’uomo che ancora non è stato in grado di capire perché il goal di Trezeguet giocato nel derby del 30 settembre 2007 era regolare e non in fuorigioco. Arriva con l’etichetta dell’uomo del “5 maggio 2002”, quando - battendo l’Inter alla guida della Lazio - regalò indirettamente alla sua nuova squadra un match point che a Udine non si lasciò sfuggire.
Arriva col vantaggio di non far parte di alcun progetto, di trovarsi nella situazione di dover “salvare il salvabile”. Da traghettatore a salvatore: il passo è breve, compierlo sarà difficile. Dovrà lavorare sulle teste dei giocatori, stimolarli prima ancora che impartire loro lezioni di tattica. Avrà dalla sua parte un popolo di sostenitori che non aspetta altro che un misero successo in campionato, per poter riassaporare quel piacere di sconfiggere l’avversario che una volta, sotto la Mole, era di casa.
Quando la Vecchia Signora ti corteggiava, ti strizzava l’occhio, e ti sceglieva. Per non abbandonarti più. Per gustare insieme il dolce sapore della vittoria.
Articolo pubblicato su

domenica 24 gennaio 2010
Caro Avvocato, quanto mi manchi…

Ci sono persone che non sanno cos’è la vergogna.
Ce ne sono altre che hanno un classe innata, che non puoi spiegare: è così.
Sono due binari paralleli, che non si incontrano mai.
Caro Avvocato, quanto mi manchi…

(Vignetta di BarSportComics )martedì 19 gennaio 2010
Nel marasma generale, un pò di nostalgia dei metodi del Trap....
Questo brutto campo ci ha penalizzato.Avevamo molte assenze.
Fiducia in Ferrara? Galliani ha spiegato come il Milan è venuto fuori dalla crisi, ossia attraverso la fiducia e la compattezza del gruppo. Questo è quello che cercheremo di fare anche noi.
In fondo quella di questo periodo non è la vera Juve. La vera Juve è quella di inizio campionato, quando nelle prime partite eravamo in testa alla classifica.
Questo è un piccolo sunto delle dichiarazioni di Bettega, dopo la sconfitta con il Chievo.
Oh mamma, non mi si starà blanchesizzando anche Bobbygol?
Preferisco stendere un pietoso velo sulle prime due considerazioni, visto che già prima della partita avevo qui scritto che le assenze non sarebbero potute diventare una scusa in caso di sconfitta.
Parliamo quindi della frase riferita alla conferma di Ferrara. La decisione è stata presa, d’accordo o non d’accordo è una decisione, e come tale va rispettata.
Tante possono essere le motivazioni: ritroviamo lo stile Juve; si crede veramente in Ferrara; un cambio sarebbe troppo oneroso; nessuna alternativa convince; c’è già un accordo con un nuovo tecnico per il prossimo giugno; etc.
Non è questo il luogo per individuarle, qui è il riferimento al Milan che non convince.
Il Milan ha come noi cambiato allenatore, ha fatto a meno di due pezzi da novanta come Maldini e Kakà, ha dovuto rigenerare Ronaldinho e assimilando nuovi schemi ha cercato di trovare un proprio modo di giocare. Certo non la si può definire una grande squadra, ed ha impiegato un po’ di tempo ad ingranare – forse anche di più di quello che ci si aspettasse – ma poi ha trovato una propria identità.
Insomma quello che successe anche al Cagliari lo scorso anno, dopo un avvio disastroso. Ci si conosce un po’, si studia, si prova, si oliano i meccanismi e “successivamente” si diventa una squadra. Non il contrario. E se una squadra non riesce neppure a fare 3 passaggi consecutivi dopo ben 6 mesi, forse c’è poco da trovare la compattezza. Io smetto di essere speranzosa, e penso che ci sia qualcosa che non va. (Ma questo credo che Bettega faccia solo finta di non saperlo.)
Altro punto. E’ vero siamo stati anche primi in classifica. Si all’inizio, quando c’è sempre un outsider che parte a razzo e nelle prime 4/5 giornate fa sognare i propri tifosi e poi, alla fine del girone d’andata, naviga intorno all’ottavo/decimo posto. C’è stato l’anno dell’Atalanta, quello del Chievo, quello dell’Udinese. Questo è stato l’anno della Sampdoria ….e della Juve!
E poi, visto che Bettega ci tiene a dire che il calcio non si vede con i numeri ma con gli occhi, andiamo a rivederla quella Juve vera, quella vincente.
A parte i pareggi: incolore con la Fiorentina e buono con il Genoa, l’unica vittoria convincente, è quella con la Sampdoria. Passando però per Palermo, dove avevamo già visto le avvisaglie di quella Juve che abbiamo tutti sotto gli occhi ora.
Nelle altre gare, quelle con il Chievo, la Lazio, il Livorno, il Bologna (anche qui pari!) ed il Siena è Buffon a salvare letteralmente il risultato. Si dice che sia un portiere che da solo fa 15-20 punti a stagione. Quest’anno ha completato il bonus già nelle prime dieci giornate.
E’ vero, con la Roma (in disarmo, alla vigilia delle dimissioni di Spalletti) abbiamo giocato abbastanza bene, ma non dimentichiamo che sempre Buffon appena prima della fine del primo tempo ha fermato Totti già sicuro del 2-1, e quest’anno andando sotto di un gol, non abbiamo mai – mai! - vinto una partita.
Insomma una Juve che avrà pure fatto un po’ di punti, ma non ha mai convinto.
Certo Ferrara non è il (solo) problema, anche i giocatori hanno i loro torti ….e allora che nostalgia del vecchio Trap, lui si che sarebbe stato in grado di trattarli tutti come uno Strunz qualsiasi e farli rigare dritti.

Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero
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