mercoledì 9 febbraio 2011

Juve, è arrivato il momento di cambiare marcia

Il bilancio, ora, è in perfetta parità: l’anno scorso, arrivati alla ventiquattresima gara, la Juventus del "traghettatore" Zaccheroni aveva toccato quota 38 punti in classifica, la stessa raggiunta dalla formazione allenata da Luigi Del Neri. Nelle prime cinque giornate dell’attuale campionato, invece, Madama ha totalizzato due vittorie, due sconfitte ed un pareggio, un percorso identico a quello compiuto all’inizio di questo girone di ritorno. Non si tratta di numeri confortanti, proseguendo con un ritmo simile non andrà molto lontano. Urge un cambio di marcia, già a partire dalla prossima partita. Quella con l’Inter.

La Vecchia Signora arrivò al match contro i nerazzurri del 3 ottobre 2010 dopo la vittoria interna contro il Cagliari ed il pareggio in Inghilterra con il Manchester City nell’incontro valevole per l’Europa League. Si può dire, a posteriori, che lì nacque la Juventus di Del Neri, quella dei 18 risultati utili consecutivi che diede a molti l’illusione di poter competere ad altissimi livelli già a partire da questa stagione.

Reduce dalla sconfitta allo stadio "Olimpico" con il Palermo, nella gara contro i sardi esplose il talento di Milos Krasic: tre goals e gli applausi in tribuna di Pavel Nedved, a coronamento di una prestazione sontuosa che aiutò a mascherare le sbavature di un "cantiere" che non poteva ancora considerarsi chiuso. Matri realizzò una doppietta che non cambiò le sorti del risultato finale (terminò 4-2 per i bianconeri), ma fu importante per farsi riconoscere una volta di più da quelli che poi sarebbero diventati i suoi nuovi tifosi. Per il momento del perdono, invece, è bastato attendere sino a sabato scorso, allorquando al "Sant’Elia" la punta ha restituito al Cagliari le due reti a domicilio. L’arbitro Brighi regalò al fratello "bravo" di Felipe Melo un cartellino giallo con tanto di dedica, mentre la Juventus potè finalmente gustarsi un successo a Torino che le mancava addirittura dal 25 aprile, grazie al 3-0 inflitto al Bari nel campionato precedente.

Del Neri si disse soddisfatto della crescita della sua squadra ed ottimista per i margini di ulteriore miglioramento che faceva intravedere. La speranza era quella di "esserci a marzo per lottare con gli altri, è quello che conta".
Poi arrivò l’Epifania, che - come sostiene il popolare proverbio - "tutte le feste porta via": si ruppe Quagliarella e tornò il fratello "cattivo" del centrocampista brasiliano. Una Vecchia Signora spuntata ha dovuto attendere quasi un mese (5 febbraio) per rivedere le reti di un attaccante che potesse consentire al tecnico bianconero di affermare: "Ma alla fine conta fare gol: è dall’inizio di gennaio che ci mancava un finalizzatore. Adesso che ce l’abbiamo, tutto ha di nuovo ha un senso".

Ora ci sono le condizioni per provare a ripartire, anche se non basta riavvolgere il nastro per farlo: i punti di distacco dalla prima della classe sono passati dai tre di fine settembre agli undici attuali; sono diminuite le giornate che mancano alla conclusione del campionato; nel proprio cammino la Vecchia Signora ha già perso l’Europa League e la coppa Italia; il quarto posto verrebbe considerato oggi un buon risultato, mentre prima ci si scandalizzava al solo sentirlo nominare.

I nerazzurri prossimi avversari nel posticipo previsto nella serata di domenica, poi, saranno completamente diversi da quelli incontrati ad inizio ottobre al "Meazza": liberati dal peso di Benitez e accolto con un sorriso Leonardo, dopo aver vivacchiato a distanze siderali dalle zone alte della classifica per qualche tempo ora vedono nuovamente da vicino il Milan primo della classe, con la conseguente concreta possibilità di puntare allo scudetto. Per un Milito che si mangiava quei goals che l’anno precedente segnava ad occhi chiusi c’è adesso Pazzini, pronto a sostituirlo per tutte quelle partite che l’argentino dovrà saltare a causa dell’infortunio patito al bicipite femorale sinistro. Eto’o continua a caricarsi il peso dell’attacco sulle proprie spalle nel contesto di una squadra diventata ora più "italiana" (anche) grazie all’arrivo di Ranocchia ed alla prima convocazione in maglia azzurra di Thiago Motta. Mancherà Chivu, vittima nella gara di andata delle scorribande di Krasic e nel prosieguo della stagione di quel momento di follia che lo ha portato a colpire con un pugno Marco Rossi, prendendosi così una meritata squalifica.

Ma anche la Juventus, dal canto suo, non sarà la stessa, visto che si è già dimostrata capace di abbandonare quel 4-4-2 che sembrava fosse scolpito nel suo animo. Chiellini è tornato sulla fascia nella quale era cresciuto come calciatore, laddove - tra non molto - tornerà a disposizione anche De Ceglie, per una difesa che sembra essersi effettivamente rinforzata con l’arrivo di Barzagli. Il parco attaccanti dell’Inter, oltretutto, sarà la classica prova del nove per verificare eventuali miglioramenti del reparto difensivo. Il centrocampo così come è stato ridisegnato da Del Neri sembra calzare a pennello per Claudio Marchisio, non a caso diventato goleador nelle ultime tre gare (due reti realizzate tra Palermo e Udinese). Ora la speranza è quella di averlo disponibile per la partita di domenica.

Grazie alla vittoria di Cagliari l’ambiente bianconero ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma ci sono ancora da scacciare i fantasmi di un ulteriore fallimento, affidandosi (anche) all’istinto di Matri, il nuovo goleador di Madama. Per evitarlo è necessario un cambio di marcia, da subito, già a partire dalla prossima gara. Quella contro l’Inter. Non un’avversaria qualsiasi. E non soltanto per quanto è capitato dopo il 2006, ma anche per quello successo negli anni precedenti.
In occasione del 5 maggio 2002, per esempio. Una data che solo a sentirla pronunciare qualcuno avverte un profondo dispiacere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 8 febbraio 2011

Quando finisce l’amore

Quando finisce l’amore bisognerebbe avere il coraggio di troncare.
Ti accorgi ad un certo punto che incrociare i suoi occhi non ti fa più battere forte il cuore. Succede. Mica tutte le storie d’amore durano per tutta la vita.
Capita, che dopo un lungo corteggiamento, ci si sposi e poi dopo, che so ..solo sei mesi di luna di miele, tutto diventi routine e poi solo musi lunghi, bisticci, litigi.
E quando capita, bisogna guardarsi in faccia, accettare la realtà e voltar pagina.
E’ inutile tornare a casa una volta ogni tanto con un bel mazzo di fiori e ripetere “Da oggi sarà tutto diverso, tornerà tutto come i primi tempi”. Non serve, un fiore ogni tanto non basta se poi dal giorno successivo si continua a commettere gli stessi errori, ad impuntarsi sulle stesse scelte.
Allora conviene parlarsi, decidere di lasciarsi ed andare – ognuno per proprio conto – verso un futuro che potrebbe essere ricco di soddisfazioni, proprio perché non si è più insieme.
Lei cosa ne pensa signor Amauri Carvalho de Oliveira ?
Non crede anche lei che se un rapporto – anche sportivo – non va bene, debba essere chiuso?
Non crede anche lei che segnare un gol ogni tanto e poi annunciare a tutti i giornali “Mi sono sbloccato, da oggi sarò decisivo” e poi smentirsi con pessime prestazioni partita dopo partita, sia inutile per il bene proprio e della squadra in cui si milita?
Non crede che una squadra debba avere la possibilità di provare un altro giocatore più funzionale ai propri schemi? E che un centravanti che non riesce più a segnare, a sua volta, non debba pensare a cambiare ambiente, compagni e schemi per vedere se riesce a ritrovarsi?
Magari sarà solo una rondine e non l’arrivo della primavera, ma in fondo ha visto anche lei quanti goals hanno già messo a segno Matri e Toni in sole due partite, e che bel goal in rovesciata è riuscito a fare lei con la maglia del Parma.
Insomma, lontani, stiamo meglio tutti
Quindi, signor Amauri, la pregherei, prima di tutto di evitare di pronunciare ancora frasi tipo “Vediamo ora se il problema ero io”, perché – anche se in futuro la Juve potrà avere altre difficoltà - è chiaro che, in quella squadra, lei era sicuramente uno dei problemi.
E poi fondamentalmente, mi piacerebbe che lei ripensasse a queste mie riflessioni sulla fine delle storie d’amore nei prossimi mesi. Lo faccia anche se, anzi soprattutto se, dovesse segnare molte reti nelle prossime partite (ed in questo caso, si dimostrerebbe che il bene di tutti arriva con ritardo proprio a causa della sua testardaggine!).
Perché sa quella sua frase “Per ora sono al Parma ma il 30 giugno tornerò ad essere un giocatore della Juve”, per noi tifosi bianconeri, più che un dato di fatto suona come una minaccia.

Articolo pubblicato su Juvenews.net


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

venerdì 4 febbraio 2011

Zoff, compleanno con vittoria


Dedico questo mio articolo ad Antonio, e al suo blog Parata di Zoff

Per Dino Zoff quel Cagliari-Juventus in programma allo stadio "Sant'Elia" il 28 febbraio 1982 non poteva rappresentare una gara qualsiasi, visto che si trattava del giorno in cui avrebbe festeggiato il suo quarantesimo compleanno. "Non so cosa organizzeranno in campo per me", disse, "magari prima mi faranno una festa con i fiori, poi la festa con i gol. Otto anni fa giocai a Cagliari dopo tanti brindisi, a Torino mi era nato il figlio, l'antivigilia, perdemmo per due a uno, un tiro di Riva su punizione mi piegò le mani".
Alcuni bianconeri, tra i quali lo stesso portiere, avevano preso parte all'amichevole tra Italia e Francia disputata il mercoledì precedente la trasferta in Sardegna, una gara persa dagli azzurri per 2-0 (le reti furono realizzate da Platini e Bravo). Il conto alla rovescia per il Mondiale di calcio che si sarebbe disputato in Spagna era già iniziato, così come le critiche per una Nazionale troppo poco convincente per poter ambire ad una vittoria finale. Zoff le allontanò con decisione: "Noi non siamo quelli di Parigi, noi quando siamo veri, voglio dire. Adesso la nostra reazione sarà positiva, faremo gruppo, faremo quadrato, faremo famiglia con Bearzot, è accaduto anche nel passato. Prima dell'Argentina, nel 1978, ci furono gli stessi brutti risultati con lo stesso pessimismo e la stessa polemica".

Paolo Carosi, tecnico del Cagliari, per l’occasione dovette fare a meno di Selvaggi e Marchetti, veri e propri punti di forza dell’attacco e del centrocampo degli isolani; di contro la Juventus ovviò all’assenza dello squalificato Gentile schierando al suo posto Osti. Sergio Brio annullò sin dai primi minuti dell’incontro Piras, il terminale offensivo del gioco dei padroni di casa, mentre Furino - sulla linea mediana del campo - sopperì con la propria furia agonistica alla mancanza di freschezza atletica di alcuni compagni di squadra, specialmente quelli reduci dalla gara infrasettimanale con la maglia della Nazionale.
Il Cagliari avvertì subito di trovarsi di fronte ad una Vecchia Signora opaca e svogliata, reduce da tre vittorie consecutive in campionato e forse distratta dall’imminente derby con il Torino previsto per la domenica successiva. La aggredì, sospinto dal pubblico locale e guidato in campo da un ottimo Brugnera, ma nel momento di maggior pressione venne punita dagli ospiti al 27’ della prima frazione di gioco: da una punizione calciata dalla fascia sinistra da Cabrini scaturì un cross diretto verso l’area di rigore dei sardi, Virdis lasciò scorrere la sfera che finì a Tardelli pronto a battere Corti con un potente colpo di testa, con il pallone che passava sotto le gambe del portiere avversario.
I padroni di casa si riversarono nella metà campo bianconera nell’intento di arrivare immediatamente al pareggio. Con il trascorrere dei minuti, però, apparve sempre più evidente l’inconsistenza dei loro attacchi, tanto che Zoff non dovette eseguire un solo intervento in tutto l’arco della partita (“Mi hanno regalato — disse a fine gara — una giornata di riposo, mi sembra il minimo che potessero fare per un vecchietto come me, adesso spero che continuino così”). L’unico giocatore che provò ad impensierirlo seriamente fu Osellame, il centrocampista del Cagliari che al 10’ della ripresa provò ad imitare Tardelli, compiendo però l’errore di colpire con troppa forza la sfera che, una volta toccato il terreno di gioco, si impennò sorvolando la porta bianconera, con lo stesso Zoff che si limitava ad osservarne la traiettoria. E così, mentre dall’altra parte Galderisi e Virdis non riuscivano ad essere incisivi nelle loro sortite offensive e Marocchino continuava ad andare a corrente alternata, sempre Osellame - quando ormai si era arrivati a cinque minuti dalla fine della partita - con un potente rasoterra colpì il palo esterno, senza però preoccupare eccessivamente il numero uno bianconero attento nel seguire la direzione del tiro.

Terminato l’incontro, mentre i giocatori del Cagliari reclamavano nelle consuete interviste post gara l’assenza di fortuna a loro favore (alla quale addebitavano il mancato pareggio), un Furino ancora 'carico' di adrenalina rispose a tono: “Si vince, si prendono i due punti e si mettono in saccoccia. Non mi sembra che il Cagliari meritasse il pareggio. Quali occasioni da gol ha avuto? Quella di Osellame non conta perché c'era un fallo su Cabrini. Fortunati? La fortuna aiuta i forti, no?
Dopo aver sgomitato con la Roma ad inizio campionato, la Juventus si rese protagonista di un avvincente testa a testa con la Fiorentina: la situazione di equilibrio si ruppe all’ultima giornata, allorquando i viola pareggiarono proprio al 'Sant’Elia' per 0-0 e William 'Liam' Brady, su calcio di rigore, regalò a Catanzaro lo scudetto numero venti alla Vecchia Signora. Quello rappresentò l’ultimo dono di un gentiluomo del pallone prima che fosse costretto a lasciare Torino per far posto a Michel Platini e Zbigniew Boniek.
Nel giorno del suo quarantesimo compleanno a Zoff vennero elargite belle parole da tutto il mondo calcistico. Gilmar, portiere brasiliano, dichiarò: “Zoff tra i più grandi del mondo, se non il più grande, anche per come ha reagito alle critiche dopo il 'Mundial' in Argentina”. Il numero uno bianconero, lusingato per il giudizio, raccolse i complimenti e 'rilanciò': “Questo è niente, vedrete come reagirò alle critiche dopo il 'Mundial' in Spagna”.
Quel campionato che ancora non era iniziato, ma del quale aveva già previsto le roventi polemiche che si sarebbero scatenate.
E, forse, la vittoria finale dell’Italia.

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giovedì 3 febbraio 2011

La Juve, Morganti, Tagliavento e le manette

Adesso il rischio che il cammino della Juventus da qui alla fine del campionato possa diventare un martirio è veramente concreto. Tutto ha avuto inizio il giorno dell’Epifania, in occasione della sconfitta interna contro il Parma (1-4), allorquando si materializzarono i peggiori incubi dei sostenitori bianconeri: dall’infortunio del miglior attaccante nella rosa a disposizione di Del Neri (Quagliarella) al ritorno del fratello "cattivo" di Felipe Melo (espulsione e successive tre giornate di squalifica); dai goals subiti per opera degli "ex" dal dente avvelenato (Giovinco e Palladino) alla rete segnata da Hernan Crespo, la punta che ha scelto la Vecchia Signora come uno dei suoi bersagli preferiti sin dal momento dell’approdo in Italia.

Il 2011 doveva essere l’anno del rilancio juventino. Bene, se il "buongiorno si vede dal mattino" la speranza è che arrivi presto "sera": su sei gare disputate in campionato ci sono state ben quattro sconfitte, un pareggio ed una sola vittoria (contro il Bari). I punti accumulati in classifica, in questo momento, sono gli stessi dell’era Ferrara-Zaccheroni. Per rimanere in linea con la passata stagione è giusto considerare anche l’eliminazione dalla coppa Italia per opera della Roma, così come l’anno scorso la Juventus uscì dal trofeo nazionale ai quarti di finale contro l’Inter, sconfitta che segnò il cambio in panchina tra il giovane allenatore bianconero ed il "traghettatore" di Meldola. Quello che non riuscì ad evitare il naufragio di una nave che stava imbarcando acqua ovunque, finendo - di fatto - anche lui sul banco degli imputati. In molti lo giudicarono un "bollito", prossimo alla pensione, baciato dalla fortuna in occasione della vittoria dello scudetto alla guida del Milan nel lontano 1999. Recentemente ha conquistato la Coppa d’Asia come commissario tecnico della nazionale giapponese, facendo ricredere - forse - qualcuno che lo criticava pesantemente al tempo della sua (breve) permanenza a Torino. Un episodio più o meno simile a quello capitato a Fabio Cannavaro nel momento in cui venne ceduto dall’Inter alla stessa Juventus senza troppi rimpianti, salvo poi vederlo vincere due scudetti, un pallone d’Oro e diventare campione del mondo con la maglia azzurra da protagonista assoluto.

L’infortunio di Quagliarella ha causato un contraccolpo psicologico fortissimo nell’ambiente bianconero. Ma questo non può (e non deve) servire come alibi nei confronti di quei giocatori che sino a quel momento si erano resi protagonisti di un buon campionato con ottime prospettive per il futuro prossimo, legate alla speranza che la società riuscisse ad acquistare nel mercato di gennaio (quello che una volta veniva definito di "riparazione") un attaccante da affiancare alla punta di Castellammare di Stabia. Così come la follia di Melo, che ha finito con l’autoescludersi per tre gare, non basta per giustificare un crollo verticale nel gioco juventino che non si è fermato nonostante il suo rientro in campo.
I fantasmi del passato, a conti fatti, non se ne sono mai andati da Vinovo: hanno solo aspettato il momento giusto per ripresentarsi. Il famoso "cantiere" aperto lo scorso mese di luglio è stato "chiuso" troppo presto; l’obiettivo dichiarato a inizio stagione del raggiungimento di un posto in Champions League non doveva cambiare nonostante le pressioni dell’ambiente (così come la parola "scudetto" doveva essere bandita, almeno per quest’anno); guardando il bicchiere "mezzo pieno" non bisogna dimenticare che ne esiste anche una sua parte "vuota"; la Vecchia Signora vista dal Presidente Agnelli come macchina da "Formula 1" con la benzina sbagliata ha un problema legato sia alla "qualità" del rifornimento che alla sua "quantità".

Regalati i primi due goals (ed i venti minuti iniziali) al Palermo, la Juventus ha dimostrato una reazione che fa ben sperare per le prossime partite. Fermo restando che la storia bianconera insegna che quella rabbia, in passato, i suoi giocatori l’avevano nel momento stesso in cui indossavano la maglia a strisce verticali prima di mettere il piede sul terreno di gioco, quando ancora si trovavano negli spogliatoi. Reagire quando hai preso due ceffoni, il più delle volte, non ti consente di rimettere in sesto un incontro. Mantenendo d’ora in avanti l’atteggiamento positivo della seconda parte della gara di mercoledì sera, Madama dovrà cercare assolutamente di raddrizzare una stagione diventata, col trascorrere delle giornate, negativa. Non si parli più di obiettivi: qui c’è da riprendere la confidenza con la vittoria, guardando la classifica soltanto nel momento in cui i recuperi delle gare non ancora disputate da altre squadre l’avranno definita in maniera più chiara. Per ora meglio coprirsi gli occhi: a leggerla viene solo da piangere.

Il 24 gennaio scorso, in occasione della serata degli "Oscar del calcio AIC", Emidio Morganti venne giudicato il miglior arbitro per l’anno 2010 davanti a Rizzoli e Tagliavento, gli altri due candidati. Quello fu lo stesso giorno in cui, durante il seminario "Il calcio e chi lo racconta", Massimo Moratti dichiarò: "Il fatto che l’Inter abbia vinto dopo Calciopoli dimostra quanto sia stata una truffa per il calcio italiano".
Nel momento della consegna del premio Cristiano Militello, noto personaggio televisivo italiano, si avvicinò a Roberto Rosetti lasciandogli una busta chiusa da far pervenire allo stesso Morganti unitamente al riconoscimento appena conquistato. In mezzo all’ilarità generale lui la prese (ammettendo: "Ho il sospetto di sapere cosa possa essere") per poi lasciarla al vincitore. Una volta aperta, si scoprì che si trattava di un paio di manette. Era chiaro il riferimento a Paolo Tagliavento e alla sua direzione di gara in quell’Inter-Sampdoria del 20 febbraio scorso, che si portò dietro un mare di polemiche dopo le decisioni contestate allo stesso fischietto in merito alle espulsioni di Samuel e Cordoba (e di Pazzini, allora in maglia blucerchiata), celebrate dal famoso gesto delle manette mimato da Mourinho. Tagliavento (che in passato non fu esente da errori evidenti in altri incontri), nella partita in questione ebbe l’unica colpa di aver arbitrato senza guardare in faccia nessuno, applicando le (giuste) decisioni che il suo ruolo gli imponeva. Ma quello era un momento particolare del campionato, con l’Inter che temeva di perdere il tricolore (la Roma stava recuperando terreno) e aveva paura ci fossero complotti ai suoi danni.
Strano, a pensarci bene: proprio ora che Calciopoli non esiste più.
Questa è l’Italia del pallone, Presidente Agnelli.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 1 febbraio 2011

Mutu e la doppietta con cui stese il Palermo

"Le milanesi giocano in smoking, quelli della Juve sono operai: la differenza è tutta qui". Maurizio Zamparini, dopo aver visto perdere il suo Palermo contro la formazione allenata da Fabio Capello allo stadio “Renzo Barbera” l’8 gennaio 2006, cercò di spiegare con queste poche parole il predominio esercitato da Madama in quel campionato che l’avrebbe portata alla conquista dello scudetto numero 29.
Ed erano proprio i numeri della stagione disputata sino a quel momento dalla Vecchia Signora a destare stupore: 16 vittorie su 18 gare disputate; con il successo casalingo nell’incontro con la Reggina della domenica successiva la compagine bianconera avrebbe finito per chiudere il girone d’andata totalizzando 52 punti. Persino Luigi Simoni, l’ex tecnico dell’Inter protagonista di un testa a testa con la Juventus otto anni prima quando era alla guida dei nerazzurri, rimase di stucco: “Non ho mai visto una cosa del genere”.
All’allenatore bianconero la definizione di squadra operaia non piaceva un granché: “Ormai su di noi, su di me, ne ho sentite di tutti i colori. Persino che siamo difensivisti. Mah. In ogni caso, se questi fenomeni che ho in squadra continuano ad avere una mentalità operaia, andremo molto lontano”.

Nel giorno del suo ventisettesimo compleanno Adrian Mutu venne schierato da Fabio Capello sulla fascia sinistra della linea mediana juventina, nel classico 4-4-2 dove - assente per l’occasione Nedved - il rumeno completava un reparto composto da Camoranesi, Emerson e Vieira. Abbandonato da Roman Abramovich e Mourinho (proprietario e allenatore del Chelsea) dopo essere risultato positivo alla cocaina ed essere stato squalificato per sette mesi ai tempi della sua permanenza in Inghilterra, era stato riportato in Italia da Luciano Moggi. “Il merito della rinascita è in parte mia e in parte della Juventus”, sostenne alla fine di quella gara. Per dimostrare la sua riconoscenza aveva ricominciato a correre sul campo accettando di ricoprire un ruolo più defilato rispetto a quello per lui abituale di attaccante, un ruolo in cui il pallone bisogna andarlo a recuperare dai piedi degli avversari e non soltanto aspettarlo da quelli dei propri compagni di squadra.

Sotto di un goal dopo soli 12 minuti per merito di un potente rasoterra del difensore dei rosanero Terlizzi, la Vecchia Signora reagì con decisione realizzando due reti proprio con Mutu.
Al 15’ il rumeno, all’interno dell’area di rigore palermitana, entrò in possesso di un pallone da lui stesso indirizzato di testa sulla traversa nel tentativo di finalizzare un’azione originata da un cross di Camoranesi e proseguita con un assist di Ibrahimovic, dribblò un avversario e batté Lupatelli; al 34’ fu ancora lo svedese a regalargli un pallone che lui, inseritosi prepotentemente nelle retrovie dei padroni di casa, fu bravo a depositare a rete per il 2-1 definitivo .
Luigi Del Neri, allenatore del Palermo, provò allora ad alzare il ritmo del gioco dei suoi uomini, chiedendo ai laterali di centrocampo Gonzalez (a destra) e Santana (poi sostituito da Brienza, a sinistra) di aumentare la pressione sulla retroguardia bianconera e di rifornire l’attacco, composto dal duo Caracciolo e Makinwa. Di fronte a loro c’era Christian Abbiati, estremo difensore della porta juventina ancora per poche gare, visto l’ormai imminente ritorno tra i pali di Gianluigi Buffon dopo l’infortunio patito nel trofeo “Luigi Berlusconi” dell’agosto precedente in un contrasto con il rossonero Kakà (sul dualismo tra i due portieri, dirà Capello: “Chi è titolare? Sapete come la penso: Gigi può contare su una sorta di priorità, però di solito io guardo e poi decido”).
Messa sotto assedio dall’avversario, la Juventus riuscì a tenere duro e a non crollare. L’incontrò si vivacizzò col trascorrere dei minuti: l’arbitro Bertini giudicò involontario un tocco di mano di Terlizzi durante un suo contrasto con Trezeguet; lo stesso francese lambì un palo esterno, Vieira scheggiò la traversa con un colpo di testa e Ibrahimovic impensierì seriamente Lupatelli, mentre dal lato opposto Barone, Bonanni (subentrato a gara in corso a Makinwa) e Caracciolo provarono inutilmente a pareggiare le sorti dell’incontro. Del Piero, inserito da Capello al posto dello svedese quando la gara volgeva al termine, gestì male un contropiede, beccandosi una tirata d’orecchie del suo allenatore (“Forse pensava al record di Boniperti, ma invece dove passare la palla al centro”)
Il risultato non cambiò, e Mutu diventò il protagonista assoluto di una serata per lui indimenticabile: “È stata una sensazione indescrivibile, il compleanno più bello della mia vita, anche perché a maggio nascerà il mio secondo figlio. Mi sento un uomo nuovo e un po' me ne compiaccio: ho sbagliato, sono caduto e mi sono rialzato. Ho capito di avere svoltato l' ultimo giorno del 2005: mi sono guardato allo specchio la mattina, ho pensato allo scudetto e ai quattro riconoscimenti assegnatomi nel mio Paese e mi sono detto: Adrian, sì, stavolta ce l'hai fatta

La partita del “Renzo Barbera” confermò quanto già visto sino a quel momento: il campionato aveva trovato da tempo la sua padrona incontrastata, agli avversari restavano soltanto le briciole. E le parole. Proprio prima dell’incontro di Palermo Roberto Mancini, tecnico dell’Inter, si era lasciato andare ad una profezia: “Bastano due pareggi e per loro è finita. Se rimontiamo due o tre punti, li riprendiamo”. Gli rispose a tono Luciano Moggi: “Paura noi? Sì, davvero, stiamo tremando... Ma io capisco che chi sta dietro si diverta con le tabelle, mentre chi è davanti continua a correre. Quelle tabelle, a Mancini le lascio volentieri. E ribadisco che lui potrà essere soddisfatto di arrivare secondo, non è mica un brutto risultato”.
Per tutti, ma non per la Juventus: nella Torino bianconera, prima del 2006, veniva considerato alla stregua di una sconfitta.


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