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martedì 25 gennaio 2011
giovedì 16 settembre 2010
Tre passi
“Sappiate inoltre che io, come tutti voi, sono in vigile attesa di conoscere le decisioni definitive della giustizia sportiva che dovrà dimostrare, di essere uguale per tutti in qualsiasi momento storico. Ecco perché farò sempre sentire la voce della Juventus in FIGC, in Lega Calcio e in ogni altra sede”.Con queste parole Andrea Agnelli rassicurò i tifosi riguardo alla partita che la Juve sta tutt’ora giocando non in campo, bensì nelle aule dei tribunali.
E oggi un primo piccolo risultato è stato raggiunto, la FIGC ha acquisito tutte le registrazioni telefoniche inerenti il procedimento su calciopoli. Parliamo di 228 cd, 170 mila telefonate!
Si proprio quelle che “piacesse o meno non esistevano”.
Ovviamente, a questo punto, il primo passo che ci aspettiamo dalla FIGC è la revoca dello scudetto assegnato all’Inter. Scudetto assegnato per “motivi etici” alla squadra, che non solo ha eluso le regole falsificando un passaporto per permettere ad un suo giocatore extracomunitario di giocare, ma che comunque “ha telefonato”!
In ogni modo, una volta ascoltate le telefonate (e per questo ci auguriamo di non dover attendere le calende greche) ci aspettiamo finalmente una giusta sentenza.
Niente giustizia sommaria, o vendetta, solamente una giusta sentenza.
Certo, lo so che invece debbo aspettarmi l’arrivo di tonnellate e tonnellate di sabbia e prescrizioni a gogò. Però non voglio subito, cinicamente, far scomparire quel piccolissimo barlume di speranza che la notizia dell’acquisizione ha riacceso.
Il secondo passo, dipenderà dai risultati di una vera inchiesta.
Le telefonate dell’allora presidente dell’Inter, Facchetti, con i suoi “4-4-4”, e i “…lì non devono fare sorteggi..” non appaiono poi così diverse da quelle di Moggi. Anzi!!!
E quindi tre sono i possibili scenari.
1) L’inchiesta stabilisce che Facchetti era un burlone, e quelle telefonate le ha fatte solo per scherzo, mentre il tono di Moggi è ben più minaccioso, e allora il processo del 2006 ha fatto il suo onesto lavoro. (!)
2) Quelle telefonate – tutte - erano in realtà, non solo usuali, ma anche consentite e quindi non esisteva per nessuno alcuna violazione. Allora si pretendono sia la restituzione degli scudetti 28 e 29, che, come minimo (ma solo come minimo), le scuse ufficiali.
3) Quelle telefonate – tutte - benché non “illeciti” (che non sono mai stati provati), erano comunque “cattive abitudini” e vanno sanzionate. Quindi la Juventus ha già pagato e che ora paghi chi non fu punito a tempo debito. (Ma qui - sob! - ritorniamo alle prescrizioni a cui accennavo prima!).
Tranne nel caso che il risultato fosse quello del punto 1, indipendentemente dal “tutti innocenti” o “tutti colpevoli” ci sarebbe un ulteriore passo da fare.
Ed è proprio qui che voglio arrivare, perché questa è la domanda che tutti ci siamo fatti.
“Chi e perché ha deciso che le uniche telefonate da prendere in considerazione fossero quelle di Moggi e Giraudo?”
Se effettivamente Facchetti era solo un buontempone, è ovvio, e giusto, che le sue telefonate non siano state “attenzionate” e l’impegno si sia profuso nella ricerca del vero colpevole.(!) Ma se, invece, anche l’allora presidente dell’Inter ed altri suoi colleghi avevano la brutta abitudine di telefonare, chi e perché ha deciso di non considerare le loro conversazioni?
Complotto o semplice incapacità? Macchinazione od errore? Inganno od inettitudine?
Non ha importanza, chi ha ordito o sbagliato paghi.
Perché qualcuno che ha ordito o sbagliato c’è sicuramente stato.
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Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero
lunedì 5 luglio 2010
Il calcio dei giganti, dei bambini, dei nani...

E’ il mondiale delle stelle cadenti (e cadute). Così come se ne va in pensione il Pallone d’oro (verrà sostituito, a partire dal prossimo gennaio 2011, dal "Pallone d’oro Fifa", unificazione del vecchio premio con il "Fifa World Player"), escono dal mondiale sudafricano gli ultimi vincitori del prestigioso premio attribuito dalla rivista "France Football": Lionel Messi (Argentina, 2009), Cristiano Ronaldo (Portogallo, 2008), Kakà (Brasile, 2007), Cannavaro (Italia, 2006).
Fuori da subito le ultime finaliste della competizione (Italia e Francia), il tonfo più clamoroso si è sentito dalle parti del Sudamerica, dove due tra le più accreditate (Brasile e Argentina) sono state estromesse rispettivamente agli ottavi e ai quarti. Rimane l’Uruguay, capace di gestire al meglio un tabellone non proibitivo e di resistere ad una lotta sino all’ultimo rigore con il Ghana. Ora incontrerà, in semifinale, l’Olanda di Sneijder e del mister Van Marwijk.
Poteva essere il mondiale di Fabio Capello, di Rooney e della loro Inghilterra: ci si sono messi di mezzo Joachim Löw e i suoi terribili ragazzi di una Germania multietnica, che si sono dimostrati in grado di eliminare - nell’ordine - gli stessi inglesi (agli ottavi) e l’Argentina (ai quarti). Adesso, per loro, ci sarà la Spagna, detentrice dell’Europeo.
Sembrava fosse diventata la manifestazione in grado di consacrare Diego Armando Maradona (anche) come allenatore: decisioni discutibili sia in tema di convocazioni che sulla scelta degli uomini da schierare in campo e sulla loro disposizione sul rettangolo di gioco. Ma tant’è, i risultati gli davano ragione. Prima di trovare la Germania sulla propria strada. Aveva, tra gli altri, Lionel Messi: il "gigante" che insegna al "bambino" come si fa a vincere un mondiale, a caricarsi il peso di una nazione intera sulle spalle, un paese bisognoso di gioie (anche momentanee) per dimenticare, almeno per qualche istante, i problemi che da anni lo affliggono.
Non ce l’hanno fatta, né uno né l’altro.
E’ diventato il mondiale delle novità, delle scoperte e di qualche conferma (la Spagna, Villa, Klose, Schweinsteiger, Sneijder, Robben, Forlan e Suarez, tra gli altri).
E la speranza che il vento del cambiamento arrivi in Italia, già dalla prossima stagione, è forte. Perché solo ripartendo (quasi) da zero si può provare a costruire qualcosa di positivo.
Da Abete in giù, sulla falsariga di quello che sta capitando alla Juventus, un "repulisti" totale potrebbe portare quelle innovazioni indispensabili per cambiare marcia. Un po’ come ha fatto la Germania: dall’insuccesso del 2006 agli ottimi risultati di questa competizione.
E’ una federazione calcistica, la nostra, che deve (ri)trovare (anche) credibilità, innanzitutto all’interno dello stivale. Che deve mostrare equilibrio e omogeneità di giudizi di fronte a tutti, per il bene della giustizia (sportiva). Quella, ad oggi, fatta di due pesi e due velocità, di un massacro mediatico (nel 2006) verso una sola squadra e di qualche riga (e notizia, oggi) verso le altre. Quella che passa dalle intercettazioni "irrilevanti" a quelle "rilevanti" quasi con fastidio, solo perché in internet sono iniziati a girare gli audio delle telefonate che hanno contribuito a ritoccare l’immagine - anche nei confronti delle altre tifoserie - di un calcio diverso da come era stato raccontato quattro anni fa.
A qualcuno, questo, dà fastidio.
"Giusto per chiarire ai lettori, ai siti di nani e ballerine e a chi monta queste porcherie come la pensa il direttore di Gazzetta".
Questo è un breve stralcio della parte finale del "Palazzo di vetro", la rubrica di Ruggiero Palombo, comparsa nella "Gazzetta sportiva" della giornata di ieri. Il direttore Andrea Monti, a difesa del giornalista, ha iniziato così una postilla nella quale - oltre a prendere le sue difese - ha attaccato chi utilizza lo strumento di internet per cucinare "polpette avvelenate" che "vengono per nuocere".
Il "gigante" dell’informazione sportiva contro i "nani". Una lotta impari, se così si può definire: perché in realtà, non c’è nessuna guerra (e nessun avvelenamento), ma solo la ricerca della verità. Se lo "scudetto di cartone" assegnato all’Inter, proprio alla luce delle nuove intercettazioni, ora viene messo in discussione da tanti (giusto per fare un esempio), vuol dire semplicemente che "qualcosa" (di grosso) è stato trascurato, nel 2006. Piaccia o non piaccia.
Anche al "gigante" Maradona capitò di non volersi sedere allo stesso tavolo del "bambino" Thomas Müller, nel corso di una conferenza stampa di quattro mesi fa. Qualche istante prima lo aveva scambiato per un raccattapalle.
Sabato scorso, proprio il tedesco è stato il migliore in campo contro la sua Argentina, segnando un goal e contribuendo ad eliminarla dal mondiale.
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martedì 22 giugno 2010
"Piaccia o non piaccia"... Ruggiero Palombo!!! Finalmente...
(Fonte: ju29ro.com)La panacea di tutti i mali arbitrali? Collina. Quel Collina che quell'anno, il 2004-05, non visse certo uno dei suoi campionati migliori, come abbiamo sentito proprio in una telefonata tra l'arbitro di Viareggio e la Fazi, o in qualche telefonata con Bergamo. Però tutti volevano Collina. Lo voleva Facchetti che abbiamo sentito prima dire a Mazzei: "Ma lì non devono fare sorteggi", per poi suggerire un escamotage basato sui "preclusi" in modo da ottenere Collina per Inter-Juve. Dalle parole di Facchetti si ricava l'impressione che sulla sponda nerazzurra fossero convinti che erano possibili dei magheggi con i sorteggi, e Mazzei fatica a convincere Facchetti che quello che chiede non è fattibile.
Cose più o meno simili doveva pensare Ruggiero Palombo, vicedirettore della Gazzetta dello Sport e grande accusatore del sistema Moggi e dei suoi presunti sorteggi truccati. Grazie alle intercettazioni "sfuggite" ora scopriamo che anche lui, come Facchetti, voleva Collina e, in una telefonata del 7 marzo 2005, rimprovera a Bergamo di non averlo inserito nella griglia di Roma-Juventus. Le spiegazioni logiche di Bergamo sono accolte con scetticismo da Palombo che dice: "Ma perché, non hai mai avuto tre arbitri con l'incompatibilità su una cosa che quello può arbitrare solo il sabato? Dai su...", portando Bergamo a rispondere: "No, no, no, noi non abbiamo mai fatto tre partite... scusami, ma perché ci volete far fare degli imbrogli? Io non posso fare una griglia con Collina che va ad arbitrare il sabato automaticamente perché ho due partite sole".
Mentre Pesciaroli, del Corriere dello Sport, aveva capito bene il sistema di composizione delle griglie, avendolo studiato e avendone compreso la base statistica, a Milano il metodo con cui venivano composte le griglie non era ben chiaro a tutti, oppure vi era un radicato pregiudizio verso i designatori e gli arbitri che non si chiamassero Collina.
Ci occupiamo di questa telefonata non perché abbia rilevanza nel processo di Napoli, ma perché la Gazzetta, per ammissione di Auricchio, è stata ampiamente utilizzata come riscontro e formazione delle prove ed è interessante, quindi, valutarne l'equidistanza, la competenza e conoscenza delle regole, come in questo caso sulle griglie, che nel processo prima avevano un ruolo solo per la famosa griglia Bergamo-Moggi ed ora si sono arricchite di altre grigliate fatte da tutti, da Facchetti in giù. La Gazzetta è quasi un testimone dell'accusa nel processo di Napoli, un testimone anomalo, ma presente sin dai riferimenti contenuti nelle informative degli investigatori.
La telefonata tra Bergamo e Ruggiero Palombo è interessante ascoltarla dopo aver letto cosa è riportato nell'informativa dell'aprile 2005, da pagina 310 in poi. Nella telefonata/lite, con parole di fuoco, avvenuta il 6 marzo tra Carraro e Bergamo, la Gazzetta è citata da Bergamo quando rimprovera Carraro di averli delegittimati e preparato già la sostituzione con Collina "perché l’ha scritto la Gazzetta, perché Lei ha incontrato Collina". Inoltre Bergamo dice a Carraro che lui con Racalbuto ci aveva parlato, dopo una prima telefonata con Carraro, ma Racalbuto "è arrivato in campo in condizioni proibitive... perché l’hanno delegittimato già dal giorno avanti!". Il 5 marzo, per esempio, Galdi sulla Gazzetta aveva scritto l'articolo "Fischia il portafortuna della Juve", nel quale si analizzava lo score dell'arbitro con la Juve e con la Roma (più o meno simili), ma si ricordava anche il precedente di Racalbuto fermato un turno dopo Cagliari-Juventus 1-1 nel quale l'arbitro era stato accusato dai cagliaritani «Ai giocatori della Juve consentiva di dire qualunque cosa, mentre noi venivamo respinti a male parole». Nell'articolo di Galdi è anche gettato lì, senza spiegazioni, un "sorteggio che si è avvalso delle «palline» della serie C perché le altre erano da tempo già state inviate a Firenze".
Nella telefonata in questione Palombo non dà del Lei a Bergamo, come farà un anno dopo nella puntata di Matrix su Calciopoli, mentre ritroviamo il solito Bergamo ascoltato in tutte le telefonate pubblicate. Pur davanti ad un interlocutore polemico e saccente, Bergamo è paziente e diplomatico, non perde la calma, fornisce tutte le spiegazioni, non viene creduto, e allora rispiega perché Collina in quella griglia non lo poteva inserire. Bergamo fa presente al suo interlocutore, che gli rimprovera di non aver fatto in modo che ci fosse Collina e non Racalbuto, che, se hanno voluto quelle regole per la composizione delle griglie e per il sorteggio (che non hanno voluto i designatori), loro devono rispettarle sempre "Non posso io a tre metterne due perché è un imbroglio. Se no le regole cosa facciamo, le aggiriamo proprio noi che siamo designatori? E come facciamo?".
E' una telefonata importante. Sancisce la fine della rubrica che Bergamo e Pairetto avevano deciso di tenere sulla Gazzetta per commentare gli episodi della giornata. Palombo esordisce comunicando a Bergamo che hanno deciso di non far loro scrivere più nulla, per evitar loro la gogna. Poi nel corso della telefonata continua a pontificare che il sorteggio non si deve fare, che il doppio designatore è morto, chiarisce di aver parlato con Carraro, che la linea sino a fine stagione è di dare fiducia ai designatori, ma che poi a fine stagione si cambia registro. Un Palombo a tutto campo, che sembra non conoscere benissimo i criteri di composizione delle griglie, ma che vuole ugualmente insegnare il mestiere a Bergamo. Un Palombo che stride un po' rispetto a quello del "Palazzo di vetro", o dell'editoriale "Pallina al centro" dopo la deposizione di Manfredi Martino.
Anche Galdi, sulla Gazzetta, insiste sui concetti espressi da Palombo a Bergamo, scrivendo, il 7 marzo: "Certo è facile trincerarsi dietro il fatto che il fischietto di Viareggio era «impegnato», in realtà l'Uefa «consiglia» di non utilizzare un direttore di gara impegnato in Champions, ma non lo vieta, tanto che il tedesco Herbert Fandel - chiamato a dirigere domani sera a San Siro Milan-Manchester United - sabato ha diretto Hamburger SV-Bayer 04 Leverkusen di Bundesliga e lo stesso Pisacreta - che era a Roma - sarà assistente di Collina".
Poi ribadisce l'8 marzo: "Resta, però, sempre il quesito: perché non c'era Collina nell'urna? Domenica Pairetto ha affidato alle agenzie il suo pensiero. Bergamo è sulla stessa lunghezza d'onda: per la «raccomandazione» dell'Uefa a non impegnare arbitri designati in Champions nelle due giornate precedenti alla partita europea. Un consiglio che i designatori prendono per legge, ma che spesso è disattesa: lo stesso Collina lo scorso anno - domenica 4 aprile 2004 - ha diretto Inter-Juventus per la 28a giornata di campionato e il martedì successivo (6 aprile) ha diretto Monaco-Real Madrid di Champions League. C'è poi Pisacreta chiamato a far da assistente proprio a Collina dopo Roma-Juventus di sabato. [...] Quello dell'Uefa è un consiglio che la Federazione tedesca, quella che ospiterà i prossimi Mondiali, disattende con una certa puntualità. Ultimi, in ordine di tempo, Merk e Fandel, che sabato hanno diretto Bayern Monaco-Werder Brema e Amburgo-Bayer Leverkusen e ora arbitreranno rispettivamente Juve-Real e Milan-Manchester United".
Vengono citati casi di arbitri stranieri che hanno diretto il sabato, mentre Collina avrebbe potuto essere estratto per la partita della domenica, se inserito nella griglia. Viene citato Pisacreta, ma gli assistenti non venivano estratti bensì designati e, quindi, era possibile designarli per il sabato. Viene ricordato il precedente di Collina del 2004, ma è la dimostrazione che, se inserito nella griglia, poteva accadere, come l'anno prima, che non venisse estratto per una partita del sabato ma per quella della domenica, contravvenendo alla "raccomandazione" dell'Uefa.
In quel Roma-Juventus si verificarono diversi episodi ma, come al solito vennero evidenziati solo quelli a favore della Juve. Riviviamoli: il primo gol della Juve è irregolare, Cannavaro segna di testa ma è in fuorigioco (lo rileva solo la moviola, la dinamica dell'azione non lo evidenzia e nessuno della Roma protesta); "L'errore è soprattutto del guardalinee Pisacreta", scrive Olivero Giovanni Battista sulla Gazzetta. "Al 25' Racalbuto non vede due falli da rigore nella stessa azione: nell'area giallorossa Dellas abbraccia Ibrahimovic e De Rossi cintura Cannavaro. Al 30' Dacourt duro su Blasi: rischia il rosso e se la cava col giallo", lo scrive la Gazzetta, che aggiunge "Al 41' episodio-chiave: Ibrahimovic riceve palla in fuorigioco (Pisacreta non se ne accorge), passa a Zalayeta che subisce il netto fallo di Dellas. Racalbuto fischia il rigore tra le proteste della Roma. In discussione non è il fallo, ma la posizione di Zalayeta: l'impressione è che il contatto avvenga qualche centimetro fuori area. [...] Nella ripresa al 20' sbaglia l'altro guardalinee Ivaldi: assist di Camoranesi e facile gol di Ibrahimovic che è in linea con il pallone e quindi in posizione regolare". Errore sul primo gol della Juve, "impressione" sul rigore, ma anche errori a favore della Roma, come un rigore non fischiato contro e le mancate espulsioni di Cufrè, per un pugno sul viso di Del Piero a gioco fermo, e di Dacourt. Errori attribuiti agli assistenti, i migliori, ma sulla graticola ci finiscono soprattutto Racalbuto, che paga con otto turni di stop, e i designatori.
Queste considerazioni, pure scritte dalla Gazzetta, sull'informativa non ci sono. C'è, invece: "Il favoritismo degli arbitri nei confronti della Juventus è notorio nell’ambiente e soprattutto, fatto questo ancora più grave, è risaputo anche dal presidente federale Carraro", ed ancora Carraro che dice: "Le dico mi raccomando..se c’è un dubbio per carità che che che che il dubbio non sia a co... a favore della Juventus dopo di che succede... gli dà quel rigore lì!?". Ancora una volta Carraro che chiede, nel dubbio, di pendere dalla parte dell'avversaria della Juve. Carraro che vede solo quel rigore e non gli errori a favore della Roma.
Il giorno dopo la telefonata tra Palombo e Bergamo, Maurizio Galdi scrive sulla Gazzetta che i designatori sono stati convocati dalla FIGC: "Collina è la persona invocata da tutti come deus ex machina per risolvere i problemi di una categoria... [...] I designatori, che fin qui lo hanno impiegato 19 volte, riservandogli un solo big match del campionato (Juventus-Roma dell'andata), non avrebbero potuto puntare su di lui per disinnescare Roma-Juventus, la partita che da luglio 2004 si sapeva per i noti motivi essere la più a rischio del campionato: Collina aveva diretto Juventus-Siena la settimana precedente e dunque non poteva arbitrare la Juve (questa bislacca regola effettivamente esiste) due volte di seguito. «In quella griglia doveva starci e fu sorteggiato perché era la stessa griglia del derby Inter-Milan» confessa candidamente Pairetto. Senza aggiungere, ma lo facciamo noi al suo posto, che si trattò, quella sì, di una vera sciocchezza".
E noi chiediamo: perché mai, visto che tutti volevano Collina, fu una sciocchezza inserirlo in una griglia nella quale c'era il derby di Milano?
A proposito della rubrica che Bergamo e Pairetto tenevano sulla Gazzetta dello Sport, per chi non lo sapesse veniva concordata con l'allora capo ufficio stampa della FIGC, Antonello Valentini, il quale sentiva Bergamo, con cui decideva gli argomenti, e infine preparava i pezzi. E anche lui amava discutere di griglie e designazioni. Qui di seguito lo potete ascoltare mentre catechizza Bergamo sulla necessità di designare Collina per Juve-Milan. Insomma come per la Nazionale siamo tutti commissari tecnici, così dietro le quinte del calcio erano tutti designatori e pretendevano di suggerire la loro ricetta.
13 dicembre 2004 - Telefonata tra Valentini e Bergamo: ascolta direttamente dal sito "ju29ro.com"
Questa che vi proponiamo in audio è la famosa telefonata tra Carraro e Bergamo del 6 marzo 2005, non inedita e inclusa nell'informativa dell'aprile 2005: ascolta direttamente dal sito "ju29ro.com"
Dunque, per la seconda volta quell'anno, almeno per quel che siamo riusciti a sapere dalle intercettazioni, troviamo il Presidente Federale intento a discutere col designatore dell'arbitro di una partita della Juve. La prima volta era capitato il 26 novembre 2004, ricordate? Prima di Inter - Juve, il 26 novembre 2004, quando Carraro si raccomandò affinché nel dubbio Rodomonti non fischiasse per la Juve, proprio mentre nelle stesse ore Facchetti faceva pressione su Mazzei e Bergamo perché voleva Collina. E quella partita, ricordiamo, finì 2-2, con l'Inter che riuscì a raggiungere il pareggio in extremis, e con Pairetto e Rosetti che in seguito giudicarono quell'arbitraggio filo-Inter.
Questa telefonata è simile a quella pre Inter-Juve, l'unica differenza è nel fatto che stavolta, invece che prima, arriva dopo la partita. Ma il succo è lo stesso: Carraro ricorda a Bergamo che quando la Juve incontra la Roma, così come era capitato per l'Inter, e Collina non viene designato, il designatore deve istruire l'arbitro a fischiare nel dubbio contro la Juve.
Alla faccia della cupola moggiana.
martedì 15 giugno 2010
Ma che bella letterina, sig. Palazzi...

(Fonte: blog.ju29ro.com )
"...Per quanto riguarda la richiesta di copia della motivazione del procedimento di archiviazione adottato da questa Procura, superate le preclusioni derivanti dalla pendenza delle indagini penali, a giudizio di Questo Ufficio non è, in ogni caso, possibile rilasciarne copia, in considerazione del contenuto dello stesso, che riguarda una molteplicità di soggetti le cui posizioni sono, da una parte, autonome rispetto a quella del Suo assistito mentre, dall'altra parte, sono intimamente connesse con la stessa.
Ne consegue che il rilascio di copia integrale della motivazione de qua potrebbe determinare conseguenze pregiudizievoli a carico di terzi e, d'altra parte, l'apposizione degli omissis necessari comporterebbe uno stravolgimento e una difficile intelleggibilità del contenuto dell'atto..."
P.S. ecco la copia della lettera originale nel caso non crediate a quanto abbiamo scritto.
mercoledì 2 giugno 2010
Con quelle facce un pò così...
Direttamente dal blog di Roberto Beccantini
Ricapitolando: il professor Guido Rossi, ex commissario straordinario della Figc ai tempi di Calciopoli, ospite vip di Massimo Moratti al Bernabeu di Madrid in occasione di Bayern-Inter, finale di Champions League, la sera del 22 maggio. Cinque giorno dopo a Roma, di pomeriggio, presentazione di un libro del giornalista Pablo Llonto («I Mondiali della vergogna») sull’epopea settantottina del general Videla e di capitan Passarella. Tutti a palazzo Valentini. Tutti chi? L’autore e il prefatore, Giuseppe Narducci in persona. Proprio lui, uno dei pm del processo di Napoli. Sin qui, nulla da dire. Liberissimo, Narducci, di «interrogare» qualsiasi argomento: e poi il libro, credetemi, è un piccolo gioiello. Sul serio. Racconta e «respira» l’aria che tirava, non l’aria fritta dei telegiornali d’epoca. Il bello viene dopo. In sala fra gli ospiti, Massimo Moratti, argentino d’antica vocazione, dalla «Comuna Baires» di Milano in poi. Vicino a lui, il tenente colonnello Attilio «Non ricordo» Auricchio, il carabiniere delle intercettazioni e dei brogliacci. Il cardine dell’indagine che ha portato la Juventus in serie B e restituito Carraro alla solita poltrona.
Premesso che Narducci, Auricchio e Moratti sono liberi cittadini - e, incontrandosi, non hanno infranto alcuna legge: al diavolo i complottisti - molti «pazienti» juventini - e, per fortuna, anche non rari «ricoverati» interisti - mi hanno scritto domandandomi se fosse proprio il caso che Narducci incontrasse Moratti e Auricchio, seduto vicino al presidente, confabulasse con lui (lui Moratti).
Naturalmente, non era proprio il caso. Come non era proprio il caso che Guido Rossi accettasse l’invito madrileno del suo ex presidente. Ma siamo in Italia, la Betlemme dei conflitti di interesse e del disinteresse per la decenza. L’Inter è uscita «pulita» da Calciopoli 1, non altrettanto da Calciopoli 2, il cui sbobinamento è in corso d’opera. Ignoro cosa si siano detti Moratti e Auricchio. Ballano i nastri di Giacinto Facchetti, nel 2006 curiosamente trascurati o occultati. Al posto di Moratti, avrei declinato l’invito. Al posto di Auricchio, pure. E al posto di Narducci, non ve lo dico...
Scherzi a parte. Il fatto che pure qualche interista sia arrossito, fa sperare in un Paese migliore, capace di resistere alle vedove dei vecchi regimi e alla vaselina dei nuovi. Piaccia o non piaccia, il petroliere dovrà testimoniare a Napoli. Piaccia o non piaccia, Narducci si fidò di Auricchio e dichiarò in pubblico che di telefonate fra Moratti e i designatori, manco l’ombra. Piaccia o non piaccia, Auricchio non considerò rilevanti le «grigliate» di Facchetti, dipendente di Moratti. Per questo, sarebbe stato opportuno evitare triangoli così scaleni, così ambigui
mercoledì 26 maggio 2010
L'addio di Mourihno e il calcio italiano dopo il 2006...

Ha un fascino particolare, Mourinho. Per un motivo o per l’altro, attira a sé tutti: amici e nemici, ammiratori e critici, i giocatori alle proprie dipendenze e quelli avversari. E vince. Tanto. Ha capito quando era il momento di venire all’Inter; viceversa, potrebbe aver individuato l’attimo giusto per un addio anticipato.
Andrà al Real Madrid: questa volta non è una bufala. Bisogna solo attendere che Moratti trovi un accordo con il "vero" Florentino Pérez (lasciando perdere i suoi imitatori). Poi, sarà Spagna.
Se ne va da un campionato che non ama: è abituato a imporre la sua cultura calcistica, fatta di provocazioni, dubbi, sospetti, scosse nervose e tensioni. Il problema è che l’Italia, in questo, è maestra: mentre in Inghilterra e in Portogallo sono aspetti poco curati, da noi rappresentano il "cibo quotidiano". Troppo simili, gli italiani e lui, perché si potesse sentire a proprio agio. I successi, in questo senso, non hanno aiutato. Anzi: gli hanno dato la possibilità di andarsene via prima rispetto a quanto concordato. Da vincente.
"Tripletta", in un’annata iniziata male: la Juventus, in campionato, con quelle quattro vittorie iniziali sembrava un avversario veramente temibile; i nerazzurri - in quel di Pechino - avevano lasciato alla Lazio il primo trofeo stagionale (la Supercoppa Italiana). Nulla di particolare, per carità. Briciole, rispetto a quanto raccolto da quel momento in poi. Due soli punti di distacco dai bianconeri nelle prime quattro giornate della serie A, allorquando la squadra di Ciro Ferrara sembrava fosse, pur con limiti di gioco abbastanza evidenti, figlia legittima di un calciomercato estivo ricco di stelle e stelline, con il contorno di giocatori - tra i quali Cannavaro e Grosso - che avrebbero dovuto considerare il campionato come l’ideale trampolino di lancio verso il loro ultimo Mondiale. Alla quinta tappa, proprio quando i bianconeri a Marassi, contro il Genoa, avevano fatto (intra)vedere segni di un bel gioco che non si è (quasi) mai più rivisto, ecco l’aggancio. Per il sorpasso, bastava attendere pochi giorni.
Il resto, è storia attuale. Adesso, a onor del vero, superata.
La Juventus di Blanc e John Elkann conclude il suo ciclo di quattro anni, mostrando un’immagine perfetta per l’idea all’origine del suo concepimento: una squadra perdente con il sorriso sulle labbra. Spopolano, in questi giorni in internet, le foto dei giocatori bianconeri sorridenti nella tournée americana post-campionato: la Statua della Libertà e le cascate del Niagara come sfondo di un gruppo di ragazzi ritratti mentre si trovano in vacanza. Dopo aver perso, tanto per cambiare, le uniche due partite disputate: quelle contro i Red Bulls di New York e la Fiorentina.
Mentre Andrea Agnelli cercherà di ricostruire la Vecchia Signora (quasi) da zero, l’Inter affronterà la nuova stagione senza la sua "guida" in panchina. Quell’allenatore che è riuscito, piaccia o non piaccia, a cambiare la mentalità di una società dal DNA debole: dietro alle sconfitte e agli acquisti inutili degli anni precedenti il 2006, non c’entrano le persone sotto processo a Napoli; viceversa, le attuali vittorie sono figlie di quella farsa. Conquistare scudetti in Italia - da quel momento in poi - è stato (relativamente) facile, per lui quanto per il suo predecessore; in Europa lo scoglio da superare era rappresentato da quegli ottavi di finale diventati, ormai, un appuntamento fisso per gli sfottò dei tifosi avversari. E’ lì che l’allenatore portoghese "ci ha messo del suo". Oltrepassati quelli, sono giunti sino in fondo. Dove non arrivavano i meriti di Mourinho, Milito, Eto’o, Sneijder e della difesa nerazzurra "all’italiana", ci hanno pensato gli arbitri. "Furti" (anche) all’estero, quando capitava alla Juventus. "Errori umani", nel contesto di imprese già diventate epiche, ora che accadono all’Inter.
E’ un Roberto Mancini "diverso", rispetto al 2006, quello che si è presentato all’udienza della giornata di ieri del processo penale di Napoli. Non solo nel taglio di capelli. Altro che "sistema": tutte le accuse da lui lanciate nel passato, si è "scoperto" ora che sono state il frutto di una banale "foga agonistica". Che, unita al sentimento popolare, hanno distrutto la Juventus. Quindici minuti: tanto è durata la sua deposizione. Il tempo dell’intervallo di una normale partita di calcio. Era l’ultimo teste dell’accusa: anche questo è stato favorevole alla difesa.
Proprio Mancini era stato il primo a fruire (anche con effetto retroattivo) delle disgrazie capitate ai bianconeri: il pm Capuano gli ha chiesto, semplicemente, di spiegare cosa ci fosse dietro a quei violenti attacchi verbali di quattro anni fa, e a quelle insinuazioni che sembravano corroborate da chissà quali prove. La mancanza di un controesame delle difese è stato l’evidente segno della totale mancanza di "consistenza" della sua deposizione.
Più si va avanti con questo processo, maggiore è la rabbia dei tifosi juventini per quello che è accaduto nel maggio del 2006. Se nel passato fossero state immediatamente a disposizione quelle intercettazioni che - con cadenza quasi quotidiana - vengono ora estratte dal cilindro (o dai cd) di quelle all’epoca considerate "irrilevanti", sarebbe stato oggettivamente più difficile distruggere la Juventus.
Con i "se" ed i "ma", però, si costruisce la storia dei perdenti. Inutile girarci intorno.
In effetti, la storia dell’Inter "vincente" ha inizio proprio nel 2006.
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domenica 23 maggio 2010
Ci vediamo a Napoli...
Nella prima ha vinto l'Inter di Milito e Mourinho. Punto. Complimenti. Lascio (volutamente) perdere errori arbitrali, magliette idiote e via dicendo. Se la Juventus di John Elkann e Blanc si è "interizzata" in questi anni, non per questo lo devo fare pure io andando ad attaccarmi a tutto pur di non riconoscere quello che il campo ha deciso.
Nella seconda, la storia - per qualcuno - è stata scritta. Forse, andrà riscritta...
mercoledì 12 maggio 2010
lunedì 10 maggio 2010
E ora è terminato anche il progetto di Blanc...

Da Ranieri a Deschamps (campione, in Francia, con l’Olympique Marsiglia): storie di chi - lontano da Torino e dall’attuale dirigenza - ha iniziato (o ripreso) a vincere. Mentre la squadra bianconera, dal terremoto del 2006 in avanti, ha perso lentamente pezzi e credibilità. Dopo l’addio al calcio di Nedved (ora si attende un suo rientro in società), ecco le prossime (probabili) partenze di Trezeguet e Camoranesi. Buffon? Potrebbe andarsene anche lui. In nome dei soldi che porterebbe la sua cessione, con i quali la nuova gestione aumenterebbe il "tesoretto" a disposizione per portare a compimento nuove operazioni in entrata. Ma senza il miglior portiere del mondo, uno dei più grandi (se non "il più") della storia, come si può (iniziare a) costruire una grande squadra? E come può presentarsi il nuovo Presidente ai propri tifosi?
Il Parma ha giocato con onore; i bianconeri, che quest’anno di "Juventus" hanno avuto soltanto il nome e la maglia, ormai hanno perso anche quello. Un gruppo ormai arresosi alle sue stesse debolezze, a cui giova poco tirare in ballo i prossimi mondiali in Sudafrica: Lippi già lo scorso settembre aveva promosso il blocco bianconero (avallando, a suo modo, anche gli acquisti di Cannavaro e Grosso). Il resto, è la triste cronaca di questa annata da incubo. Se anche la recente notizia della prossima nomina di Andrea Agnelli a Presidente (con un nuovo gruppo dirigenziale) non è servita a scuotere i giocatori, allora i "jolly" sono finiti. Assieme agli alibi. Nulla: ormai anche il sesto posto è andato. Il progetto di monsieur Blanc ormai può dirsi concluso. La Francia e il suo confine sono ad un passo. Il salto è breve: oplà. Adieu. Anzi, un’ultima cortesia: chieda ai giocatori di perdere anche a Milano (contro i rossoneri di Leonardo): con 15 sconfitte verrebbe eguagliato il record negativo della stagione 1961-62. Quella che spesso, nel corso di quest’anno, è stata citata come l’esempio negativo da non imitare.
Lanzafame affonda il coltello in una difesa bianconera che è stata una delle piaghe di questo campionato: poco protetta dal centrocampo, colpevole di troppe disattenzioni (anche) quando la responsabilità dei goals subiti poteva essere soltanto sua. A proposito del giovane attaccante parmense: meglio lui o Paolucci?
Si dicevano (e scrivevano) queste cose già lo scorso gennaio, quando anche "un Ekdal", nella rosa bianconera (di Torino), non avrebbe certo sfigurato. E dove Candreva - se non altro - ha dimostrato di starci bene.
Nell’attesa che Marotta inizi a lavorare per la Juventus, la Juventus ha già lavorato per lui: con la sconfitta di ieri ha spianato la strada ai blucerchiati per la passerella finale di domenica prossima al "Luigi Ferraris". L’avversario di turno (il prossimo, l’ultimo) sarà il Napoli, cui i bianconeri hanno già lasciato il sesto posto in mano. A meno di un (improbabile) suicidio sportivo, l’opera del (probabilissimo) nuovo dirigente bianconero sarà compiuta: pochi euro a disposizione, molte idee in cantiere. Efficaci. I preliminari di Champions League ad un passo nel corso di una stagione dove è riuscito nell’impresa di far convivere Cassano e Delneri dopo gli strascichi polemici del loro passato giallorosso, oltre a quelli sorti durante l’attuale annata blucerchiata. Un bel biglietto da visita per la Torino bianconera, un bellissimo addio per una città (Genova) dove lascerà molti ricordi e moltissimi rimpianti.
Dalle bombe (verbali) di Mourinho a quelle (carta) dell’Olimpico di Torino: sempre peggio. Frizioni e tensioni che aumentano di giornata in giornata. Certo, anche alla penultima: un ringraziamento doveroso, poi, anche all’Osservatorio che ha permesso - in un primo momento - ai sostenitori milanisti di recarsi a Genova (dopo aver negato trasferte sicuramente meno pericolose ad altre tifoserie), contribuendo a gettare la città nel panico più totale, memore di una tragedia (l’uccisione del giovane genoano Vincenzo Spagnolo) capitata proprio in occasione di un Genoa-Milan (29 gennaio 1995, prima dell’incontro). Meno male che il prefetto del capoluogo ligure, sollecitato dalla Digos, ci ha "messo una pezza", facendo disputare la partita a porte chiuse. Resta da capire il criterio con cui l’Osservatorio decide: condizioni climatiche (del tempo) o "clima" tra le due tifoserie?
Per certi passi un campionato come il nostro non è ancora pronto. Si è fatto poco, nulla e male in passato: si attenda il passaggio agli stadi di proprietà. La tessera del tifoso rischia di essere l’ennesimo buco dell’acqua, un palliativo che non curerà il male della violenza nel calcio italiano.
L’Inter subisce un goal al 12° minuto (autorete di Thiago Motta) contro il Chievo, e al tredicesimo ha già pareggiato (altra autorete, Mantovani). Il 4-3 finale è una logica conseguenza. Idem per la Roma: sotto di un goal (Lazzari, Cagliari), in mezz’ora ne fa due (doppio Totti). L’ultima giornata ha il suo destino già tracciato. A meno di un miracolo (di Mezzaroma, presidente del Siena). Ma Palazzi è uno che non si commuove: i miracoli, nel calcio, ad oggi sono ancora opera sua. Nel caso, indagherà.
Una spruzzata di Juventus del passato che vince c’è stata anche in Inghilterra: Carlo Ancelotti ha conquistato la Premier League. Nessun nubifragio (stile-Perugia anno 2000) gli ha impedito di ottenere il suo primo titolo inglese. Un diluvio - in un certo senso - c’è stato: di goals (otto) con i quali il Chelsea ha steso il Wigan, nell’ultima giornata del campionato.
Lo stesso allenatore adesso prenderà il volo per Napoli: domani lo attenderà - come testimone scelto dall’accusa - il processo penale, con imputato Luciano Moggi.
Ma questa è un’altra storia…
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sabato 8 maggio 2010
Mourinho e il rumore del nemico...

Il rumore del nemico sta a Mourihno come l’adrenalina ad un atleta che deve affrontare una prova delicata.
Quel pericolo che arriva da lontano e che viene immediatamente sentito, metabolizzato e trasformato in stimoli. Vincenti. E’ sempre stato così, per l’allenatore portoghese. Quest’anno, poi, è andata anche peggio dello scorso. Tutto aveva avuto inizio prima ancora della partenza di questa stagione: era bastato un pronostico estivo di Lippi sulla vincitrice del campionato (la Juventus) per scatenare la sua reazione. Lippi chi? Quello che aveva pranzato con Blanc a Recco per programmare la squadra bianconera dell’anno venturo? Quella che poi avrebbe dovuto vincere lo scudetto? Proprio lui che a Torino sarebbe dovuto tornare alla conclusione dei mondiali in Sudafrica? Meglio sollevare un polverone intorno ad una semplice risposta dell’attuale C.T., in merito ad una (altrettanto) banale domanda di fine agosto. Non si sa mai.
Anche la stesura del calendario aveva suscitato polemiche: quel Milan-Juventus all’ultima giornata destava sospetti. Tanti, troppi. E se una delle due fosse finita avanti di poco all’Inter prima della tappa decisiva, cosa sarebbe potuto accadere? Fin troppo facile prevederlo: loro, le due potenze che gestivano il calcio prima del terremoto del 2006, avrebbero potuto allearsi nuovamente per un giorno, quello decisivo, in barba a chi con Farsopoli ha creato le proprie fortune. L’egemonia biancorossonera spezzata, così come auspicava Giacinto Facchetti nel suo memoriale, poteva tutto ad un tratto ripresentarsi nella sua veste peggiore.
Ma quelli erano altri tempi, quando il calcio italiano apparteneva a due sole squadre, mentre Mourinho si esibiva in quello portoghese. Con il Porto degli scandali. Ora la Serie A è diventata il parco divertimenti dell’armata nerazzurra: negli ultimi quattro anni soltanto la Roma, in due occasioni, ha (veramente) provato a contrastare un dominio totale. Quando l’obiettivo sembrava ad un passo, prima gli "aiutini" poi gli "harakiri" hanno dato la spinta finale verso il tricolore. Ai giallorossi, quest’anno, non credeva nessuno: via Spalletti dopo la sconfitta interna contro la Juventus (di un Diego stellare, mai più visto così), con l’arrivo di Ranieri è incominciata la rincorsa. Comunque vada, un bel "chapeau" a chi ha condotto i capitolini per (quasi) tutto il campionato. La caduta interna contro la Sampdoria è figlia della stanchezza per una rimonta (durata sette mesi) da record.
Il rumore del nemico Mourinho lo ha ascoltato anche quando ha dovuto subire le critiche dello Zaccheroni opinionista (prima ancora che traghettatore dell’ennesimo nuovo corso bianconero) in merito ad un atteggiamento troppo remissivo dell’Inter contro il Barcellona nel settembre scorso. La risposta? Nel suo stile: "critica e dimentica il proprio passato. Ricordo che lui ha perso 5-1 in casa con l’Arsenal ed è ricordato nella storia dell’Inter per questa memorabile sconfitta. Questa persona viene a darmi lezioni di calcio e mi dice come devo giocare spacciandosi per fenomeno (stagione 2003/2004, Champions League, ndr)".
Incerottata sino al collo per tutta la stagione (e non è la prima…), senza una parvenza di gioco, con una preparazione estiva talmente lacunosa da presentare sin da subito il conto, indecisa sino a gennaio se giocare ogni partita con il centrocampo a rombo o col trapezio, la Vecchia Signora ha deciso di invertire nuovamente la rotta (a campionato in corso): via Ciro Ferrara, dentro Alberto Zaccheroni. Perché non si poteva puntare su Guus Hiddink: un’operazione troppo onerosa per una società che, di lì a qualche mese, sarebbe dovuta passare in mano ad un Agnelli. Solo allora ci sarebbe stato il (presumibile) ritorno all’antico: via i sorrisi, dentro la voglia di vincere; via l’improvvisazione, dentro la competenza. I risultati? Prima o poi arriveranno. Ad ora, si sta completando il progetto di un francese (Jean Claude Blanc) dal futuro (prossimo, si spera) fatto di un veloce ritorno a casa: ha creato più danni lui in quattro anni che Guido Rossi e i suoi fratelli in una sola estate.
Il Milan? No, quello non fa più rumore. Dalle invenzioni di Ronaldinho alle fantasie di qualche arbitro: i rossoneri hanno provato a stare dietro ai nerazzurri sino a quando il vento è andato nella giusta direzione. Poi, (anche) per sopraggiunti limiti tecnici e atletici, è rimasta la consolazione del terzo posto. Utilissimo per evitare i preliminari di Champions League, un po’ meno per chi si illudeva (e illudeva) che bastasse un giovane rampante in panchina a rivitalizzare un gruppo orfano di Kakà e Maldini. A proposito del brasiliano: inutile che il Milan si giustifichi sempre sui motivi che l’hanno spinto a cederlo al Real Madrid. Piuttosto spieghi ai suoi tifosi perché non ha creduto sino in fondo a Gourcuff, visto che l’avevano in casa e che le avvisaglie della cessione illustre erano presenti da tempo. O forse è proprio parlando spesso di Kakà che si cerca di nascondere l’errore compiuto con il francese?
Il rumore dei nemici Mourinho l’ha sentito forte e chiaro sino a poco tempo fa: sorpasso della Roma in campionato, un Barcellona (stellare) da affrontare in semifinale di Champions League, la Fiorentina da battere in Coppa Italia prima di incontrare (nuovamente) i giallorossi nella finale secca dell’Olimpico. Là dove il primo titolo adesso è arrivato, e la strada è spianata anche per la conquista dei prossimi due. Bayern Monaco (in Europa) e Mezzaroma (in Italia) permettendo.
Superati gli ultimi ostacoli, spariranno anche i rumori dei nemici. Il tecnico portoghese avrà tutto il tempo a disposizione per decidere il suo futuro: (ancora) Inter o Real Madrid. No, questa volta l’ipotesi spagnola non è più una bufala (per farsi aumentare l’ingaggio da Moratti). Nel frattempo potrà per ascoltare in totale serenità le ultime intercettazioni "irrilevanti" uscite in quest’ultimo periodo. Interessanti davvero: da violazione dell’articolo 7 (ex-6), per intenderci….
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mercoledì 5 maggio 2010
domenica 18 aprile 2010
Ma Sissoko è bianco o è nero?
Non è che ormai rimanesse più molto da chiedere a questa stagione.Fallito lo scudetto, fallita la rincorsa ad una delle prime tre posizioni utili per evitare i preliminari di Champions League (che avrebbe consentito la qualificazione diretta alla prossima edizione), abbandonate con quattro ceffoni a testa le due manifestazioni europee a cui ha partecipato quest’anno (1-4 casalingo contro il Bayern Monaco nella "massima", 1-4 contro il Fulham nella "minima"), uscita dalla Coppa Italia ad opera dell’Inter, aggrappata al miracolo di un quarto posto in classifica al momento (quasi) impossibile (potrebbe non bastare vincere tutte le restanti quattro partite…), alla Vecchia Signora rimaneva un unico, solo obiettivo: mettere i bastoni tra le gambe ai nerazzurri. Manco quello.
Per l’orgoglio, per dare un piccolo contentino ai tifosi che, almeno loro, si sentono defraudati delle ultime gioie sportive, derisi e umiliati per quanto accaduto dal 2006 ad oggi.
"Alla Juventus vincere non è importante. È l'unica cosa che conta" (Giampiero Boniperti).
Ma guarda come si sono ridotti i sostenitori bianconeri. Cresciuti a pane e vittorie, abituati a polemiche intorno alle loro partite (anche quando si perde), ad essere sempre al centro dell’attenzione (altrui) e a guardare tutti dall’alto verso il basso. Perché si sa: l’invidia è una delle poche malattie dalle quali non si può guarire. Meglio lasciarla agli altri. Ragionare come "loro", una volta, veniva considerato da "provincialotti del pallone", da ultimo della classe del "bar sport".
Quello che entra nel locale, parla sempre, ma nessuno gli presta attenzione.
E’ la nuova realtà, e - a quanto pare - tutti ne sono contenti. I contestatori? In pochi. Cinquanta al massimo. Quelli che secondo Jean Claude Blanc, il braccio armato del fallimento bianconero, non rappresentano certo i 14 milioni di sostenitori presenti nella penisola.
Con le uova di chi protesta, (loro) ci fanno le frittate; gli inviti ad andare a quel paese - invece - non li ascoltano neanche più: ormai fanno parte delle colonne sonore delle domeniche all’Olimpico quanto l’inno di Paolo Belli prima degli incontri.
Frasi prendere in giro dal mondo intero, ormai, è diventato un esercizio quotidiano per chi ama la Juventus.
Ma così no, dài…
E sino a quando si continuerà a sbagliare il vero "soggetto" con cui prendersela (la proprietà), la cronaca continuerà ad essere questa.
"Se succederà contro di noi andrò dall'arbitro per chiedere di fermare la gara. Comunque Balotelli è tranquillo, sa che contro la stupidità non c'è difesa, lui non può farci nulla. E tutta questa situazione è frutto della stupidità di poche persone che hanno rovinato la sua immagine" (Javier Zanetti, 27 novembre 2009).
Ma Sissoko è bianco o è nero? E’ "bianconero", indossa la maglia con quei colori, e ad oggi tutto quello che gli piove contro è permesso. Come i cori razzisti al momento della sua uscita dal campo in occasione dell’espulsione subita nell’anticipo "dell’anticipo" di venerdì sera.
"È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi" (Massimo Moratti, 2 aprile 2006).
Nel salotto del Meazza il difensore messinese Zoro, all’epoca dei fatti, venne insultato ripetutamente dai sostenitori dell’Inter, a completamento dell’opera iniziata nella gara di andata di quel campionato, dove il giocatore fu oggetto di talmente tanti cori razzisti da convincerlo, ormai esausto, a minacciare l’abbandono del campo. Il successivo commento di Moratti a quanto accadde? "Ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no".
Ci si decida: un giocatore è di colore solo quando indossa la maglia nerazzurra? I tifosi cattivi sono sempre e solo "gli altri"? Nel frattempo i sostenitori bianconeri possono stare tranquilli: Blanc "vigila". Su tutto.
Sta attento anche a quanto accade al processo di Napoli, dove è imputato Luciano Moggi. Che si difende dalle accuse personali ricevute nello svolgimento della propria attività, in una società che oggi è incapace di vincere "dentro" e "fuori" dal campo. E che lo ha abbandonato da un momento all’altro, sulla traccia del nuovo "stile-Elkann" (si vedano gli esempi di Ranieri, Ferrara, …). Dopo le intercettazioni "normali", ora si passerà (anche) al vaglio delle schede svizzere e delle telefonate "di rimbalzo", così definite dalla "Gazzetta dello Sport" nel tentativo di lanciare l’ennesimo assist all’accusa. Le danze continueranno, mentre di materiale "nuovo" su cui discutere, a questo punto, ne rimarrebbe poco. Tranne quello che i legali dell’ex-Direttore Generale stanno tirando fuori poco alla volta da quel cilindro pieno di conversazioni che, a quanto pare, tanto "irrilevanti" non lo erano.
Allora appuntamento a martedì prossimo, e all’ennesimo ripensamento di Gianfelice Facchetti, figlio dell’ex-presidente dell’Inter, che un giorno vorrebbe venisse restituito il titolo regalato da Guido Rossi ai nerazzurri nel 2006, e il giorno successivo ci ripensa. Come se il destino di quel tricolore dipendesse dalla sua volontà o da quella del patron nerazzurro Moratti. Porti pazienza, e rimetta lo smoking bianco dell’onestà nell’armadio. Chiudendolo a doppia mandata.
Almeno quella farsa è finita.
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martedì 13 aprile 2010
Moratti ha un regalino per te...
Novità della serata (fonte: Corriere dello Sport):
MILANO, 13 aprile - Un «regalino» da parte del presidente dell'Inter, Massimo Moratti, per l'ex designatore arbitrale Paolo Bergamo, probabilmente in virtù del periodo natalizio. È la prima di altre tre telefonate trascritte dai difensori di Luciano Moggi di cui è stata chiesta proprio oggi l'acquisizione da parte del Tribunale di Napoli dove si sta celebrando l'udienza del processo a Calciopoli. L'intercettazione è del 23 dicembre 2004 e Bergamo chiama l'ex dirigente nerazzurro Giacinto Facchetti.
Facchetti: "Se tu chiami Moratti...son stato là anche ieri da lui ...abbiamo parlato".
Bergamo: "Io non ho più il suo numero, se tu me lo dai... infatti ricordi...ne avevamo parlato".
Facchetti: "Sì dai perchè voleva...se passi di qui un giorno...".
Bergamo: "Ma dov'è è a Forte?"
Facchetti: "In ufficio, no no a Milano se ti capita di venire giù perchè aveva là un regalino da darti".
Bergamo: "Volevo sentirlo anche così anzi avevo piacere anche di incontrarlo, di incontrarvi, insomma per fare così qualche riflessione insieme".
Facchetti: "E va bene".
Bergamo: "È una situazione che vorrei proprio anch'io aiutarvi a raddrizzare...perchè insomma la squadra non merita la posizione che ha...".
Facchetti: "Sono stati dodici pareggi incredibili...".
Torniamo alla cronaca di oggi.
L'avvocato Paolo Trofino, che aveva citato la telefonata in aula, dice: "Mi è dispiaciuto che il figlio di Facchetti abbia pensato che avessi intenzione di offendere la memoria del padre, che è cosa lontana mille miglia dalle mie intenzioni, come ho dimostrato sin dall'inizio. Per quanto riguarda la telefonata, Moggi è stato accusato per quattro anni di parlare delle griglie con Bergamo. Ho voluto dimostrare che anche il presidente dell'Inter lo faceva. Se dalla trascrizione futura, disposta dal Tribunale, si vedrà che quella frase è pronunciata da un altro interlocutore, per noi si tratterà di un particolare ininfluente"
Attaccarsi a questo dubbio, da parte dell'accusa (e degli accusatori), servirà soltanto agli avvocati difensori di Moggi ad attirare ancora di più l’attenzione dei media sul processo di Napoli. Quello ignorato (volutamente) sino ad oggi, e che avrà il suo nuovo “culmine” nella giornata di martedì prossimo. Quando le udienze riprenderanno.
Non guardiamoci i piedi: il bello deve ancora arrivare.
E lasciamo che chi ha creato (e continuato a gestire, nel corso degli anni) questa campagna di disinformazione, madre di Calciopoli, si sfoghi ben bene. Perchè poi dovranno rispondere anche loro di alcune inesattezze…
Intanto rinfreschiamoci la memoria con un'intercettazione dove si parla (anche) di tessere...
Dal blog di Christian Rocca
Calciopoli oggi
13 Aprile 2010 - Blog Oggi al processo napoletano sono successe, tra le altre, quattro cose:
1) ll giudice Teresa Casoria ha detto al pm Narducci: «Le telefonate mi sembrano rilevanti»
2) Pare ci fossero contatti tra i designatori e quasi tutta la serie A (alla prossima udienza le telefonate). A dimostrazione della bufala dell’associazione a delinquere moggiana
3) Il tenente colonnello Auricchio, l’uomo che ha condotto le indagini di calciopoli, svela che Facchetti e Bergamo andavano anche a cena insieme e certo non per il piacere di prendersi un te.
4) E’ stata letta un’intercettazione tra Facchetti, quello "dolce e severo" che secondo Moratti non sapeva nemmeno che cosa fossero i gettoni telefonici, e Bergamo. In questa intercettazione i due parlano di griglie (accusa massima fatta a Moggi) e Facchetti chiede di mettere in griglia Collina ("Metti a Collina", da farci un rap come "Metti a Cassano".
Questa sola telefonata, ma ce ne sono altre, è violazione dell’articolo 1 del codice sportivo, per cui è stata condannata la Juventus. Io continuo a pensare che queste telefonate, quelle di Moggi e di Facchetti e di Moratti, fossero violazioni dell’articolo 1, l’articolo sulla lealtà sportiva, non illeciti sportivi (qualche dubbio, invece, su una particolare telefonata di Facchetti e su quasi tutte quelle del milanista Meani).
Ma la Juve è stata retrocessa, perché sono state considerate illeciti sportivi, con un’interpretazione giurisprudenziale alquanto fantasiosa. Ora delle due l’una: o restituite alla Juventus scudetti, onore e gli chiedete anche scusa, ringraziando che gli addormentati di Torino non facciano richiesta danni oppure mandate in B anche gli indossatori di scudetti altrui dopo avergli tolto lo scudetto falso (vinto in segreteria, come dice Mourinho) e quei tre o quattro vinti nei campionati aziendali falsificati dall’eliminazione dei concorrenti.
domenica 11 aprile 2010
Un grande Chiellini nella giornata del "sorpasso"...

... nella giornata del sorpasso romanista sull'Inter...

IMPORTANTE!!!

L’Associazione Giùlemanidallajuve comunica di aver conferito mandato ad un pool di avvocati e commercialisti - di comprovata fede Juventina - al fine di realizzare un dossier inerente le errate scelte societarie dall’estate 2006 ad oggi.
Una errata gestione legale sui fatti di calciopoli, con conseguente danno economico patito dagli azionisti di minoranza - costretti in seguito sulla base di incerte informazioni societarie a sostenere un oneroso aumento di capitale - ed una incapacità gestionale che ha portato una squadra un tempo ai vertici mondiali a recitare la parte di comprimaria, sono la più chiara rappresentazione di un fallimento. Oggi il titolo Juventus ha un valore costantemente al disotto dello stesso aumento di capitale e la società Juventus capitalizza in borsa meno del suo fatturato annuo.
Il pool di esperti da oggi al lavoro ha ricevuto mandato di adire l’autorità giudiziaria competente, per avviare azione di responsabilità nei confronti degli attuali amministratori della Juventus Fc Spa, appena riterrà di aver compiutamente ottenuto tutto il materiale necessario a dimostrare il colpevole depauperamento societario ed azionario.
Azione di responsabilità E, per finire... un'altra intercettazione...
La storia, a volte, può essere riscritta...
Se il Milan, al momento, non può essere considerato pericoloso più di un possibile "meno 1" (nel caso in cui vincesse nell’incontro casalingo con il Catania), per i nerazzurri il vero pericolo si chiama Roma.
Con il suo entusiasmo, con la forza di chi potrebbe scrivere una nuova clamorosa pagina nella storia dei campionati di serie A: quella di una rimonta considerata, sino ad oggi, solo un’eventualità remota.
Il calendario dà la possibilità ai giallorossi di giocare quattro delle ultime sei gare in casa (alla prossima ci sarà il derby con la Lazio); per i nerazzurri saranno tre, in un contesto di avversari abbordabili. L’unica "scheggia impazzita" potrebbe essere proprio la Juventus…
"Io sono molto esigente con me stesso e ho bisogno di vincere per avere sicurezza delle cose. Per questo ho vinto tanti trofei nella mia carriera. Lui ha, invece, la mentalità di uno che non ha bisogno di vincere e a quasi settanta anni ha vinto una Supercoppa e un'altra piccola Coppa. E' troppo vecchio per cambiare mentalità".
Questa era la risposta piccata (una delle prime, diventate poi numerose) che Mourinho recapitò all’allora tecnico bianconero Claudio Ranieri in merito ad una "punzecchiatura" nei suoi confronti nell’agosto del 2008.
Ora i toni sono bassi: l’Inter si trova a dover affrontare il momento più delicato da quando è iniziata la nuova era del calcio "pulito", del dopo-Calciopoli, del dopo-Moggi, del "bastava usare il cellulare per vincere", del "tanto se si è forti si può e si deve vincere anche senza trucchi".
Perchè la storia raccontata con gli occhi di chi non voleva che gli altri vedessero era questa.
Prima del processo di Napoli. E dell’uscita delle nuove (vecchie, ma mai usate) intercettazioni.
L’Inter ha raggiunto le semifinali di Champions League: ma ora c’è il Barcellona. La finale di Coppa Italia va ancora conquistata (e poi giocata, presumibilmente - ancora - contro la Roma). Il destino del campionato deve ancora essere deciso, quando invece pareva cosa fatta sino a poco tempo fa.
Allargando il concetto: anche la storia di qualche scudetto passato potrebbe essere riscritta…
La "vecchia" Juventus che torna in prima pagina: con Ranieri, appunto, allontanato con forza e considerato uno degli anelli deboli di una società che adesso non sembra più essere in grado di vincere (ma neanche di competere ad alti livelli); con Luciano Moggi, l’ultimo artefice (con Giraudo e Bettega) di una squadra che gli scudetti, a Torino, sapeva come farli arrivare. Prima che passassero di mano ad altri e diventassero asterischi.
La "nuova" Juventus giocherà oggi all’Olimpico, in un clima teso e con una contestazione già confezionata da giorni: "contro chi cerca di umiliare 113 anni di storia; contro una proprietà e una dirigenza incapace; contro alcuni calciatori indegni". Un suggerimento a chi potrà far sentire con forza la propria voce: ci si limiti alla proprietà. Il resto, verrà da sé.
Juventus-Cagliari è alle porte, nella speranza arrivi una vittoria: con il Napoli che si ferma (sconfitta interna con il Parma) e la possibilità che la Sampdoria nel derby genovese rallenti, il solo Palermo (in casa con il Chievo) sembra avere l’incontro più abbordabile. Ma se i bianconeri continueranno a non vincere, tutte queste rimarranno solo parole senza "sostanza". Restano sei partite, da qui alla fine del campionato, da giocare come fossero sei finali di Champions League. Come se si trattassero di sei "5 maggio". O di sei "13 aprile".
Recuperati quasi tutti gli infortunati (esclusi Diego, Caceres e Chimenti), con il solo Sissoko squalificato, la partita odierna distoglierà, per qualche momento, i tifosi bianconeri dall’attenzione per quanto sta accadendo al di fuori del rettangolo di gioco.
Che avrà una tappa importantissima (se non fondamentale) martedì prossimo. Prima che Inter e Juventus si incontrino nuovamente sul campo (venerdì), al netto dei tifosi della Vecchia Signora. L’Osservatorio del Viminale ha deciso così: a Milano non possono andare i sostenitori bianconeri. Pur mantenendo intatta la tradizione di autorizzare quelli nerazzurri a recarsi Torino quando gli incontri si disputano all’Olimpico…
Questa è la storia degli ultimi anni.
Ma la storia, a volte, può essere riscritta…
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martedì 6 aprile 2010
RePlay sulla disinformazione. E un'altra intercettazione...

Un attacco a Luciano Moggi, alla "consistenza" delle nuove intercettazioni e alla Juventus senza mezzi termini.
E, soprattutto, senza contradditorio.
Sino a quando non è intervenuto l’Avv. Prioreschi, uno dei legali dello stesso Moggi, a riportare un po’ di ordine nella disinformazione totale. Giusto alla fine della trasmissione.
In tempo, almeno, per screditare i presenti (assenti).
Da ieri sera ho rivalutato "Il processo di Biscardi": al confronto, è un documentario in piena regola...
Altro che Meani: al Milan si muovevano tutti...
(Galliani chiama Bergamo dopo Lecce-Milan 2-2 che segue Milan-Juventus 0-1.Con questo pareggio lo scudetto è ormai della Juventus. La direzione di gara di Trefoloni fu duramente contestata da dirigenti e pubblico del Lecce)
domenica 4 aprile 2010
Il "calore" di Galliani, Beha e quell'Inter-Sampdoria del 2005...
(Bergamo chiama Galliani e si lamenta della dirigenza della Juventus che scatena le polemiche dopo la squalifica per prova tv di Ibrahimovic avvenuta grazie alle immagini di Mediaset. La Juventus proporrà ricorso sostenendo che il guardalinee Griselli avesse visto l'episodio e quindi non potesse essere applicata la prova televisiva)
Il 27 ottobre 2008 il pm di Calciopoli, Giuseppe Narducci, dichiarava all'Ansa che «i cellulari erano intercettati 24 ore su 24, e le evidenze dei fatti dicono che non è vero che ogni dirigente telefonava a Bergamo, Pairetto, Mazzei o Lanese». Nell'ultima udienza del 30 marzo scorso, il tenente colonnello Auricchio, responsabile dell'indagini su cui si basa il processo, ribadiva che non gli risultavano telefonate da parte dei presidenti ai designatori. Al centro delle intercettazioni più scottanti, a favore della difesa, ci sarebbero diverse telefonate tra i massimi dirigenti di club e i designatori. Domenica 9 gennaio 2005 l'Inter gioca a San Siro contro la Sampdoria. L'Inter vincerà 3 a 2 con un finale rocambolesco. Alle 12 53'33'' di quel giorno, prima della gara, Giacinto Facchetti, scomparso nel 2006 ed allora presidente dell'Inter, telefona al designatore arbitrale Bergamo.
Facchetti: «Pronto Paolo sono Facchetti». Bergamo: «Buongiorno Giacinto». Facchetti: «Sto andando allo stadio l'ho detto con i miei di avere con Bertini un certo tatto, una certa disponibilità. L'ho detto con i giocatori, con Mancini e gli altri». Bergamo: «Vedrai che sarà una bella partita». Facchetti: «Va bene». Bergamo: «Viene predisposto (Bertini ndr) a fare una bella partita». Facchetti: «Si si, va bene». Bergamo: «È una sfida che vedrai la vinciamo insieme». Facchetti: «Volevo solo dirti che l'ho fatto» (riferendosi al fatto che ha parlato alla squadra per non tenere un atteggiamento sbagliato nei confronti di Bertini ndr). Bergamo: «Vedrai che le cose andranno per il verso giusto poi la squadra sta ricominciando ad avere fiducia, a fare i risultati, fa morale…».
sabato 3 aprile 2010
Lo aveva detto anche Enzo Biagi...

La gara di andata contro l’Udinese era stata illusoria: con una vittoria per 1-0 all’Olimpico di Torino (goal di Grosso), la Juventus si portò (temporaneamente) a meno cinque dall’Inter prima in classifica. Nelle due domeniche successive la distanza dai nerazzurri aumentò e diminuì di tre punti: prima la sconfitta per 0-2 patita a Cagliari dai bianconeri, che sommata alla vittoria dell’Inter sulla Fiorentina portò il distacco a "meno otto"; poi, lo scontro diretto vinto (in casa) per 2-1, con la splendida rete decisiva messa a segno da Marchisio.
In prossimità di una delle ultime partite di questa stagione, a poche ore dal match di ritorno a Udine, la Juventus si trova a rincorrere il quarto posto. Visti gli obiettivi iniziali: un fallimento. In un’annata che definire disgraziata è dire poco. Per quanto è accaduto sul rettangolo di gioco. Perchè per il resto…
"Una sentenza pazzesca, e non perché il calcio sia un ambiente pulito. Una sentenza pazzesca perché costruita sul nulla, su intercettazioni difficilmente interpretabili e non proponibili in un procedimento degno di tal nome. Una sentenza pazzesca perché punisce chi era colpevole solo di vivere in un certo ambiente, il tutto condito da un processo che era una riedizione della Santa Inquisizione in chiave moderna. E mi chiedo: cui prodest? A chi giova il tutto? Perché tutto è uscito fuori in un determinato momento? Proprio quando, tra Laziogate di Storace, la lista nera di Telecom, poi Calciopoli, poi l’ex Re d’Italia ed ora, ultimo ma non ultimo, la compagnia telefonica Vodafone che ha denunciato Telecom per aver messo sotto controllo i suoi clienti. Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?".
Così parlò Enzo Biagi, in un’intervista comparsa su "Il Tirreno" del 16 agosto 2006.
Questa era la visione di Calciopoli di uno tra i più grandi giornalisti della storia del nostro paese.
"Tanto tuonò che piovve". Si sapeva. O meglio, lo sapevano: i tifosi juventini, quelli che non hanno mai abbassato lo sguardo di fronte agli avversari, perso l’orgoglio, rinnegato ciò che era stato meritatamente vinto sul campo sino a quel famoso maggio del 2006. "Calciopoli" prima, nel tentativo di farla passare come "Moggiopoli" poi. Ma era, ed è sempre stata, "Farsopoli". Tutto ciò che era stato creato ad arte per originare un’ondata mediatica che si infrangesse sugli scogli di un’armata apparentemente imbattibile, sta per essere prosciugato dalle udienze del processo di Napoli. Non erano bastate le incertezze di Martino Manfredi, le ammissioni del guardalinee Coppola, i "non lo so, non so dare spiegazioni" del tenente colonnello Attilio Auricchio, … Ci volevano le intercettazioni. "Chi di intercettazioni ferisce, di intercettazioni potrebbe perire". L’ultimo "goal" bianconero di Christian Vieri (la richiesta di revoca dello scudetto assegnato ai nerazzurri) e le ultime interviste di Del Piero e Zaccheroni come apripista nel muro del silenzio della maggior parte dei media italiani. Di seguito, gli avvocati di Moggi (Prioreschi e Trofino), che hanno potuto avvalersi del fondamentale lavoro dei consulenti informatici Roberto Porta e Nicola Penta, colori i quali hanno - materialmente - portato alla luce ciò che era rimasto sommerso nella confusione di quattro anni fa. Adesso tocca a loro.
"Agli azionisti ho detto che l'obiettivo primario è quello di conquistare la terza stella. Voi sapete che su tutti i nostri documenti ufficiali ci sono 29 scudetti, con due asterischi per quelli che ci hanno tolto. Ma per noi e per i nostri tifosi la terza stella arriverà con il prossimo scudetto. E comunque ora pensiamo a vincerlo, il prossimo scudetto" (Jean Claude Blanc, 27 ottobre 2009)
"Noi sappiamo quanti ne abbiamo vinti…" (John Elkann, luglio 2009, in riferimento al numero di scudetti vinti dalla Juventus).
Né ventisette, né ventisettepiùdueasterischi: ventinove. Punto.
Le promesse generano (o hanno generato) illusioni; le azioni concrete danno alla luce solo fatti. O di qua, o di là: non si scappa. Alla luce delle nuove intercettazioni (o vecchie, è che prima non erano uscite fuori…) ora la proprietà bianconera ha la possibilità di muoversi per chiedere la riapertura del processo sportivo per ottenere la restituzione dei due scudetti tolti. Quando avranno inizio le danze?
"L’Inter è considerata nel mondo la squadra più prestigiosa di Milano, non solo per quello che ha vinto, ma anche perché non ha mai avuto problemi con la giustizia. Le persone che hanno lavorato con me non hanno mai tentato di fare i furbi o di conquistare gli arbitri e la vergogna di doversi difendere da situazioni deprecabili è una cosa antipatica per la storia di una società. Mi auguro che all’Inter non succederà mai, come mai è successo finora. D’altronde a noi non è mai capitato di andare in serie B". (Massimo Moratti, 7 marzo 2008)
La pazienza è la virtù dei forti. Per difendersi dalle accuse Antonio Giraudo ha scelto una strada (quello del processo con rito abbreviato); Luciano Moggi, un’altra (iter ordinario). Da tempo si sosteneva come la decisione presa dall’ex-Direttore Generale bianconero fosse stata quella migliore: smontare pezzo per pezzo, con calma certosina, tutte quello che gli era stato imputato. Per far venire a galla la verità.
La storia della Juventus è ancora ferma al 2006. Da lì potrebbe ripartire. Attraverso un salto di quattro anni, diverse sconfitte, molte recriminazioni e poche gioie. Al patron nerazzurro (e a tutti i lettori) i migliori auguri di una Pasqua serena. Passata quella, si dovrebbe scatenare "la tempesta". Le bugie, si sa, hanno le gambe corte. A volte, indossano anche la maglia nerazzurra. Basta soltanto evitare di far finta di non vederle…
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Dedico questo articolo a Maurizio Mosca, scomparso in nottata.
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